Epilogo dalle Ville Matte o dell’incontro con Chiara Guidi

Chiara Guidi

Chiara Guidi

«Poi il suono mi lascia la sua impronta e se ne va,
io comincio a cercarlo
e cerco di riprodurlo
e spesso mi trovo nella condizione di non sapere dove andare, come fare
però continuo a farlo perché non posso fare a meno di farlo»
(Chiara Guidi)

Elogio al disegno, alle forme, alla visione della voce.
Quale miglior epilogo che il ricordo di quelle due ore di conferenza nella biblioteca comunale della piccola Orroli dove abbiamo partecipato – perché di questo si è trattato – a “La verità retrograda della voce” di Chiara Guidi. Conferenza, spettacolo, test? Dialogo tattile e visivo.
«Io inseguo dei suoni, che se ne vanno, e su ogni voce mi incammino».
Ecco l’urgenza di Chiara Guidi, voler giorno dopo giorno afferrare e stringere nelle sue mani voci e suoni, col desiderio estremo e sublime di poter abitare dentro al suono per vederlo dall’interno, per starne dentro come fa il respiro.

Il suo discorso sulla voce parte da qui e si sviluppa lungo un racconto speciale che va vissuto, solo vissuto. Armata di microfono, computer e casse intesse un dialogo con noi tutti a partire da lei stessa, dalla sua esperienza, dalla sua vita, dal suo empirico quotidiano lavoro, non per raccontare astratte teorie, ma per trasmettere direttamente la reazione chimico-fisica che certe esperienze legate alla voce e ai suoni scatenano in lei.
E così ci trasmette di come abbia sempre cercato, e cerchi tuttora, la forma di quei suoni che si sono fatti sentire nell’arco della sua vita e il cui ricordo ora ritorna, di come vorrebbe vederli trasformare in materia per conoscere ciò che di essi l’aveva attratta e poterli così riprodurre, di come poterli riprodurre, di come far sì che quella voce diventi una memoria del suo corpo da poter utilizzare.
«…così di quel momento ho dimenticato le facce, non i suoni. Tuttora, per vederli, li cerco nei respiri delle persone che ascolto. All’inizio non identifico mai la voce con un sentimento, con uno stato psichico, emotivo, ma subito cerco di ascoltarne il perimetro, di vederne la forma, la sua silouette. Poi, in modo arbitrario, ne disegno su un foglio la sagoma; è una forma che per me ha il peso di una partitura: una sorta di cartografia del suono, che mi orienta nel riprodurre con la mia voce quella voce. E alla fine cerco di applicare quel suono su alcune parole. Solo in questo modo ricordo i suoni e li posso ripetere come se ripetessi una melodia».
Perché il suono è un vedere – e per farci entrare con tutto il corpo, la mente e la pancia dentro questo suo assioma, punto di partenza e punto di arrivo, ci spinge dentro l’ascolto di musiche provenienti dalla Nuova Guinea e dall’Africa meridionale, sfidandoci a seguire il ritmo del respiro di un canto del Camerun, cercando di vedere lo spazio che quella voce crea, o lo spazio che il respiro genera, sottolineando che – al di fuori di quello spazio – né la voce né il respiro esistono. O ad immaginare la forma della voce di una donna mentre canta una ninnananna giapponese, o a disegnare la trama della voce di Scott Walker mentre canta – ogni voce ha una trama –, o a provare a riprodurre il meraviglioso suono di un uomo del centr’Africa che, con la voce, cerca di raccontare l’origine dello xilofono, spiegandoci di come la ricerca e l’imitazione di una voce possa aiutare a trovare tanti suoni da ricomporre in forme sempre più articolate così da ritrovare la complessità e la stratificazione dei suoni che un linguaggio può produrre.

Ma la linea dell’ascolto raggiunge l’apice più alto nel momento in cui Chiara Guidi ci “dona” Pol Pot: un estratto dal lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio degli anni Ottanta “Santa Sofia. Teatro khmer”, di cui legge una parte con l’intensità vocale ed emotiva di allora, per spiegarci come quel testo le avesse permesso di entrare nella gola e farvi un buco, di raschiarla pronunciando l’odio che le parole di Pol Pot dovevano esprimere, con l’intento di utilizzare la voce come una trivella per fare un buco. Raccontandoci di come, in quel periodo, era consapevole di possedere un’altra voce che andava tirata fuori e di come si fosse resa conto di doverla trovare spostandosi indietro. Un cammino retrogrado per scoprire alla fine «il limite della mia voce più bassa, disegnata per punti come le capocchie di tanti chiodi allineati».

Vedere una voce, tracciarne la forma e poi ripeterla per comprenderla, averla con sé e poterla riprodurre. Come mettere in teatro una voce se prima non se ne traccia un disegno, un cammino? Bisogna conoscere la voce cercandone il corpo ancora prima di conoscere il significato delle parole che quella voce dovrà pronunciare. E così, lanciando ancora nuovi giochi e nuove sfide, ci fa sperimentare sulla nostra pelle la forma dei nostri nomi o delle semplici lettere dell’alfabeto, provando a tracciare con la voce il disegno di un C o di una B, o a pronunciare una A secondo la sua forma, emettendo il suono della salita della prima stanghetta, quindi quello della discesa della seconda e infine del taglio di quella di mezzo.
Avere una visione della forma della nostra voce prima di qualsiasi altra cosa, sospendendo il significato delle parole per evitare che questo significato suggerisca alla voce come leggere: ecco l’insegnamento di Chiara Guidi.

E nel riaffiorare di queste parole ricordo il ripetersi ossessivo del gesto della mia mano intenta ad imparare a disegnare. Mi avevano suggerito di copiare un’immagine girata sottosopra, cosicché non sapendo cosa stavo disegnando avrei potuto tracciare le forme senza esser sviata dai loro significati. A volte funziona davvero ingannare il proprio cervello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *