Vivere in México in tempo di danza e protesta. E poi volare a Firenze

Mariana Torres e i giovani danzatori di El espacio del verbo
Mariana Torres e i giovani danzatori di El espacio del verbo

Ha tutta la vita davanti la giovane donna che ho di fronte. La voglia di essere, di tentare.
La stessa energia che si può trovare – sotto quel velo di sangue e dolore contenuto nelle immagini che in questi giorni circolano sui social network, sui blog dissidenti, sui video di Anonymous, meno tra le cosiddette pagine ufficiali – nei visi dei manifestanti che si sono radunati nello Stato di Oaxaca, México. Maestri e simpatizzanti a protestare contro la riforma dell’istruzione nazionale, un dissenso che, in una domenica di giugno, ha preso la piega del dramma. Come non correre con la memoria a quello che ha colpito Genova e la Diaz nel 2001?

Sotto i riflettori critici ancora una volta il governo di Enrique Peña Nieto, Presidente della Repubblica messicana: insignito della copertina del Time come uomo dell’anno, dopo che era stato catturato nel 2014 il Chapo Guzman, capo del Cartello di Sinaloa, la sua amministrazione se l’è fatto sfuggire l’anno scorso dal carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso, per poi quest’anno rimetterlo in sicurezza grazie al coinvolgimento non ancora ben chiarito delle star Kate Del Castillo e Sean Penn.
Altra stoccata, lo scandalo della “Casa Blanca” ricevuta in dono dalla moglie, per avere un occhio di riguardo per chi di dovere, con l’affondo finale dei 43 di Ayotzinapa, i normalisti di cui si sono perse le tracce da quasi due anni e ritrovati i corpi senza vita solo di pochissimi.

Mariana Torres ha 26 anni, viene da Mazatlán, Sinaloa, stato al nord del México, al confine con gli Stati Uniti; quella stessa Sinaloa famosa per il Chapo, per il Cartello omonimo, per il narcotraffico.
Dà sul mare, Mazatlán, ed è una città bellissima, per quello che ci racconta a Querétaro la Torres.

“Abito a Mazatlán. E, sì, ci sono stati dei momenti in cui è stato un po’ difficile viverci, ma quello che circola credo che sia come per qualsiasi altra storia che ti raccontano, per esempio quella del Medioriente, che se ci vai puoi incontrare solo morte e guerra. Certo, ci sono dei pericoli, puoi sentirli se vai in determinati posti, però Mazatlán è un luogo che è cresciuto molto a livello internazionale, anche nel turismo, prima diminuito per il narcotraffico, ma che ora è molto cresciuto. Si vive bene qui”.

Mariana canta, fotografa, ma soprattutto danza: “Sto studiando danza contemporanea nella Scuola professionale di danza di Mazatlán (EpdM), e questo è il mio quarto e ultimo anno. Il mio ultimo semestre…”.

Sono infatti per lei gli ultimi giorni, dato che il primo luglio terminerà i suoi studi, pronta per volare verso l’Italia per partecipare con il suo gruppo teatrale, dall’8 di luglio, all’Open Florence (2-20 luglio).

“La mia città è un luogo estremamente attivo per fare arte, con tanti piccoli festival e creatività. Si muovono molte cose, nella musica, nel teatro, soprattutto nella danza. La mia scuola è diretta da una compagnia di danza contemporanea che si chiama Delfos, conosciuta a livello nazionale e internazionale. Tra gli eventi importanti della città, il Festival Internacional de Danza José Limón, quest’anno al suo 30° compleanno. A livello nazionale, immancabile l’appuntamento a San Luis Potosi, arrivato al quarto anno. Si svolge a dicembre, e si chiama Camp_iN: all’inizio si doveva organizzare proprio in un camping, ma non si è potuto per problemi logistici, e gli è rimasto il nome… Nel 2015, tutta la mia generazione, 24 tra ballerine e ballerini, la mia classe a Mazatlán, ha partecipato con “El espacio del verbo”, coreografia che è stata vista dall’italiana Valeria Cosi, lì per promuovere l’Open Florence. Ci ha visti, e ci ha voluti a Firenze”.

I 24 hanno intrapreso con esito positivo un’attività di crowfunding (superando i 15mila euro raccolti) per coprire le spese del viaggio e attraversare l’Atlantico per arrivare nel Mediterraneo.

“Sarà la prima volta che uscirò dal mio Paese. È una grande emozione, poter creare nuovi collegamenti professionali, scoprire nuove realtà. Per noi è molto importante che un altro Paese ci abbia chiamato, che gli sia piaciuta la nostra opera. Il verbo è quello che ci unisce, una parola che potrebbe essere diversità, passione, determinazione, creatività. Speranza nel nostro lavoro”.
“Perché, come con “El espacio del verbo” quello che stiamo cercando è dare forma a una necessità: incontrare un modo per comunicare. Alla fine, quello che si fa sempre è cercare di parlare tra esseri umani. Non siamo macchine, e provare questo incontro è la cosa più bella. Nel mezzo della tempesta, trovare un momento di silenzio per poter camminare insieme. Per affrontare la tempesta”.

Una delle foto che girano sui siti di informazione di opposizione

Una delle foto che girano sui siti di informazione di opposizione

E mentre noi parliamo di danza, in rete si racconta di un’altra tragica tempesta, quella che sarebbe successa ad Asuncion de Nochixtlan, a sud di Oaxaca. Ci sarebbero 12 morti, tra maestri, manifestanti e un giornalista; 32 desaparecidos, 28 arresti, decine di dispersi, per la repressione violenta della scorsa domenica, 19 giugno.
Già nel 2006 in questo stato messicano così reattivo per difendere i propri diritti c’era stata l’esperienza dell’APPO, Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca: anche allora insegnanti in piazza, 80mila a protestare, sgomberati con violenza macchiata di sangue. Oggi la Polizia Federale viene accusata di essere ancora una volta responsabile, con video e immagini che la mostrano sparare tra la folla…

Ami il tuo paese?
Non posso dire com’è viverci, perché ho vissuto al massimo a Guadalajara. Però ho viaggiato per il Messico, e mi piace molto.

E quello che è successo ai 43 di Ayotzinapa?
Scomparire per molti è una cosa lontanissima, non ti rendi conto che potrebbe succedere anche a te, ma quando capita è terribile. Il figlio di una tua amica, un cugino, uno zio. Violentare una ragazza… Ci sono molte donne che sono scomparse, che sono state abusate sessualmente. È importante essere consapevoli di quello che succede attorno a noi, e aiutarci, curarci tra noi, proteggerci, non stare zitte, ma parlare, dire quello che sta succedendo. Mi sento male anche solo a dirlo, che qualcuno che conosci possa scomparire, che sia uomo o donna, perché anche gli uomini scompaiono, e molti.

Cosa occorre fare?
Ammiro le persone che si alzano, si organizzano e vanno alle marce. Io sono andata solo a tre marce in tutta la mia vita… Ma coloro che s’impegnano, che mettono passione nella loro vita, che fine fanno? Guarda Nadia Vera… [uccisa in un appartamento a Città del México, con lei altre tre donne e il fotografo Rubén Espinosa della rivista d’inchiesta Proceso, minacciato per delle foto scomode e alla fine assassinato, ndr]. È molto triste: era un’attivista, sorella di un ballerino che conosco.

Cosa ti piacerebbe cambiasse in questo Messico?
Molte cose. Se avessi una bacchetta magica… che le persone fossero più coscienti di ciò che le circonda. Se lo fossero davvero, sarebbe tutt’altra cosa. Vivere l’oggi, vivere l’ora, preoccuparsi per il nostro presente, perché è il nostro futuro e il nostro passato.

Sulla rete, il mondo della cultura e dello spettacolo ha preso posizione contro quello che è successo a Oaxaca.
María Aura, attrice molto nota in Messico, che conosciamo per il bellissimo “El Año de Ricardo”, spettacolo realizzato con il marito e regista Alonso Barrera e che guardava ai fatti di Ayotzinapa, lancia una Carta Publica dalla bacheca di Facebook, aderendo a un’iniziativa per condividere e firmare la petizione dei maestri, a cui si sono aggiunti scrittori, poeti, scultori, architetti, attori, attrici… Si chiede che la violenza termini, e si riprenda un dialogo sulla riforma educativa.

Perfino il mondo della moda si è mobilitato: una delle più note modelle messicane, Andrea Carrazco, sostiene la marcia di Maestros Médicos Normalistas Petroleros Universitarios Artistas Profesionistas: ¡Todos Unidos!, che si terrà domenica 26 giugno per le strade di Città del Messico, al grido di “Tengo patria antes que partido”.

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