Vivo per gioco: Comteatro nei meandri dell’azzardopatia

Photo: Daniela Parisi
Photo: Daniela Parisi

Un uomo e una donna. Il demone del gioco che si impossessa di una vita senza bussola. I luccichii inebrianti delle slot-machine nelle sere solitarie, tra il fumo delle sigarette e quello dell’alcol. Il miraggio di una vincita risolutiva, o più semplicemente, il brivido della sorte, il calcolo schizofrenico delle probabilità.

È dedicato all’azzardopatia “Vivo per gioco”, soggetto di Davide del Grosso, scene di Dino Serra, regia di Claudio Orlandini, ultima produzione della compagnia Comteatro di Corsico (Mi).

La scena è una camera spoglia realizzata con luci animate da vetri colorati, proiettati sul viso di Franco (David Bonacina), che attraverso il gioco prova a risolvere le proprie inquietudini esistenziali. Accanto a lui una donna (Chantal Masserey) che è angelo, riferimento poetico, coscienza critica. Ma anche dea bendata che il protagonista s’illude di catturare al lazo; prima di accorgersi che è lei a prenderlo al guinzaglio, fin quasi a mettergli il cappio al collo.


Bonacina dà corpo, mimica, persino turpiloquio a un personaggio viscerale, dalla recitazione icastica. I tratti di questo personaggio sono marcatamente grotteschi. Maschilista, preda di istinti primari animaleschi, Franco è emblema di un desolante vuoto interiore. Nessuna smania può riempire il suo deserto culturale ed espressivo.
Il suo lessico zoppicante chiarisce bene che cosa intendesse il poeta greco Ghiannis Ritsos quando definiva le parole “vecchie prostitute che tutti usano, spesso male”. Poche parole, idee confuse, zero capacità dialettica, nessuna possibilità di gestire la comunicazione. Le conseguenze sono aggressività, autodistruzione, soffocamento delle emozioni. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce volgendola in violenza. Le conseguenze possono essere tragiche.
La ferinità produce non solo sproloqui disarticolati, ma anche pose scimmiesche. Franco attraversa una scena di specchi senza riuscire a guardarsi veramente, senza mai guardare negli occhi i propri fantasmi.

Una Masserey allampanata, la lunga veste rosa confetto, gli occhialoni scuri abbarbicati alla lunga chioma fluente, è maga, madre e megera. È cieca, eppure ci vede meglio di chi gli occhi li tiene spalancati, e si lascia incantare dal sogno velleitario. Il sonno della ragione genera abiezioni.

Gli specchi riflettono ombre. Il capezzale del letto diventa armadio delle meraviglie, teatrino. Quando si apre in faccia al pubblico, diventa richiamo delle mille seduzioni che accalappiano il protagonista. Un’orgia d’immagini e colori lo seduce, lo risucchia verso l’abisso, lo soffoca in una marea di ricatti e debiti.
Lo spettacolo svela il mondo delle scommesse: nulla è lasciato al caso, tutto induce alla dipendenza e stuzzica il sogno di una vincita a portata di mano. Il rumore crescente stimola il divertimento e inibisce la consapevolezza.

La regia shakera le rare impasse del testo aggiungendo l’adrenalina di movimenti tesi o sgraziati. Alterna una voce femminile calda e graffiante agli sbuffi languidi, ai guaiti claudicanti di un uomo in stato di rottamazione. Il regista inserisce, cantati dai protagonisti o come sottofondo sonoro fuori campo, brani pop italiani che riecheggiano senza troppa didascalia le dinamiche disfunzionali proposte dallo spettacolo: da “Romantica” (Dallara) a “Un’emozione da poco” (Oxa); da “Oro” (Mango) a “Un anno d’amore” (Mina).

Alla fine della rappresentazione resta il dubbio (e questa è una virtù dello spettacolo) se il “vivo” del titolo sia da intendere come voce dinamica del verbo “vivere”, oppure come aggettivo inerte, sinonimo di sopravvivenza, risultato di chi è riuscito a sottrarsi alla frenesia aleatoria degli eventi: vomitato dal vortice di perversione che era sembrato divorarlo.

VIVO PER GIOCO
di Davide del Grosso
con Chantal Masserey e David Bonacina
regia di Claudio Orlandini
scene Dino Serra
produzione Comteatro

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 55”

Visto a Corsico, Centro Civico Giorgella, il 9 marzo 2018

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