Vortex. Dentro alla riflessione intima di Phia Ménard

Photo: Guido Mencari
Photo: Guido Mencari

Una piccola stanza scura, per poche persone, è l’impianto minimale scelto per “Vortex”, lo spettacolo di Phia Ménard, regista francese, artista, giocoliera, arrivata al Teatro India di Roma.
Una cornice di ventilatori disposti a cerchio su un piano circolare nero cinge al suo interno una figura enorme, mascherata, in giacca e cappello, inginocchiata, che aspetta che tutti si siano seduti.

Un demiurgo irriconoscibile, imbottito e goffo, comincia delicatamente a tagliare e ritagliare due sacchetti di plastica.
Per tutto il tempo lo spettacolo si giocherà su questi contrasti: delicatezza e forza, buio e colore. Come un Geppetto moderno che crea il proprio bambino, tagliuzzando e scocciando brandelli. Ma allo stesso tempo è l’artista, il poeta, lo scrittore che riconosce e ricrea il bambino che vive in sé.
E questo bambino, inaspettatamente, prende vita, come per magia. I ventilatori si attivano, il sacchetto si gonfia e si anima in un vortice d’aria, diventa corpo.
Di fronte al mago giocoliere torniamo anche noi bambini.

Il gigante si alza, e trascinandosi sul palco comincia a tirare fuori dalle tasche altri sacchetti che lancia al centro del palco: anche quelli si animano e cominciano a volare. Claudicante, pare che danzi insieme a loro. Gioca con questi sacchetti/omini, li tocca, li acchiappa, se cadono li afferra.
Un Dio che crea e tiene gli uomini nel vortice della vita? Un Dio sprezzante che getta uomini al loro destino? O soltanto una persona comune che accetta di essere composto da più io, da più persone contemporaneamente?


È un lavoro, “Vortex”, sul genere e sulle identità che ci abitano, che si sviluppano dentro un cono di vento e prendono forma: piccoli omini che danzano colorati, strappano sorrisi in sala, infondono un senso di gioia pura, di circo, di spettacolarità; questi piccoli sé danzano sulla musica di Claude Debussy con movimenti fluidi e delicati, infondendo un senso di pace e bellezza.

Immagini che ci ricordano come, alla fine, dobbiamo accettare chi siamo, tutti i giorni: paiono tante persone colorate dentro un io deforme, impacciato, stratificato, scuro, che contiene in sé tutto e tutti. Immagini che spingono anche a riflettere sulle tante diversità che sono fuori nel mondo, e che a volte abbiamo difficoltà ad accettare: tutte le persone che incontriamo, che ci incrociano, ci spingono, ci fanno inciampare, ci aiutano a rialzarci, approdano e ci attraversano.

Phia Ménard lo sottolinea alla fine degli applausi, unico momento parlato dello spettacolo: siamo carne, siamo qui, indipendentemente dal genere che ci è capitato, e dobbiamo darci pace ed essere in pace con gli altri.

Per il resto, lo spettacolo – con la drammaturgia di Jean-Luc Beaujault – è un dialogo senza parole, la rappresentazione di una lotta con noi stessi e contro qualcosa che non riusciamo sempre a vedere, perché il vento è invisibile, perché noi siamo in relazione con gli altri, quelli dentro e quelli fuori.
Le personalità colorate che sfuggono, danzando, vengono combattute, respinte e poi riportate all’ordine con un gesto leggero ma autoritario: radunate e gettate in un bidone rettangolare fuori dal cerchio (le imposizioni della società che vogliono sgomberare il campo dalla diversità, riducendo tutti a un solo io, quello imposto, quello accettato?).

L’insofferenza alle imposizioni viene rappresentata con una metamorfosi, dove l’essere enorme lotta contro sé stesso, si dimena, quasi a doversi liberare del proprio io esteriore, della sua pelle, dal suo guscio, dalla sua gabbia. Si dimena fino allo stremo e poi cade a terra, come se avesse partorito una ninfa bianca, o come se questa ninfa bianca fosse riuscita a fuggire dalla sua maschera esteriore.
Ma questo guscio, questa seconda pelle nera, apparentemente morta, comincia a respirare, a gonfiarsi col vento e piano piano diventa di nuovo il mostro nero, con vita propria, che si anima e poi si alza. Come negli incubi.
È l’altra parte di noi, il nostro doppio, l’opposto, con cui ci confrontiamo quotidianamente, contro cui combattiamo: la contrapposizione e l’accettazione, in una danza nel vento dello yin e yang della nostra vita quotidiana.

Phia Ménard, fondatrice della compagnia Non Nova, il cui motto è “Non nova, sed nove” (non nuove cose, ma in una nuova veste), ci mostra un fenomeno che si ripete sempre uguale in ogni persona, ma ogni volta diverso: lo immagina attraverso una serie di suggestioni che riesce abilmente a mettere in scena mostrando ciò che non riusciamo a dire a noi stessi o al nostro analista.
E’ una narrazione che parla di identità, di genere, di trasformazione, di forza e dolore. Lo fa con semplici intuizioni, efficaci e forti. Creando una sequenza che si articola sulla sua trasfigurazione, un crescendo di immagini generate dal suo spogliarsi, svuotarsi, srotolarsi, rimpicciolirsi e svelarsi.

Questa lotta non può che finire con il taglio del cordone ombelicale della famiglia, della società, per trovare la propria libertà, l’indipendenza, l’unicità. Un cordone ombelicale che viene tirato fuori dalla pancia come un gesto disperato, un cordone senza fine, nero, in contrasto con il corpo di plastica bianco, e che cresce fino a diventare un vortice, una spirale mostro, simbolo di morte ma al tempo stesso di rinascita. Un moto di creazione centrifugo ma anche di forza caotica che risucchia tutto, un vortice che riempie la stanza fino al soffitto.
È il serpente Kundalini, l’energia vitale tantrica di Jung, che ci attrae verso un centro dove tutto, pensiamo, sia più distinto. E che acquista vita propria staccandosi, alla fine, dalla ninfa, che rimane a terra immobile, ma che troverà poi la forza di alzarsi ed entrare in questa spirale, lasciandosi avvolgere.

Arriverà infine la quiete. La figura bianca, sempre più umana, si spoglierà dell’ultima pelle bianca di plastica e rimarrà quasi nuda, rosa, indifesa. In piedi, dentro la cornice, ci guarda, incinta, come a voler scorgere nella penombra il mondo che riceverà una nuova vita, e questa volta il cordone è la vita stessa, adagiato a terra come a creare un nido, un rifugio, un sacco amniotico che fa scudo e ripara, rigenera. La luce rossa la trasforma in fuoco, in una fiamma di plastica, in un vessillo di vita, di rinascita e rivincita. È la battaglia della vita contro noi stessi, illustrata come le tappe di una Via Crucis al contrario.

“Vortex” sorprende in ogni sua parte, emoziona e diverte, racconta senza imporre, fa riflettere; e dona al pubblico un lieto fine, una pace ritrovata.
Mentre le luci si spengono, lo spettacolo ricomincia a roteare nelle nostre teste, nelle esperienze personali, toccando delle intimità che non si possono raccontare a parole.
Ecco perché è uno spettacolo da riavvolgere, idealmente, e da rivedere. In cui l’elemento del vento, così sfuggente, diventa anima e vita. Non soffia in nessuna direzione, nessuna vela ci porta altrove, ma crea un vortice che ci fa rimanere dove siamo: dentro noi stessi, ma con una consapevolezza di noi e del mondo diversa.

Vortex
drammaturgia Jean-Luc Beaujault
direzione artistica, coreografia e scenografia Phia Ménard
con Phia Ménard
musiche di Ivan Roussel da Claude Debussy

durata: 50′

Visto a Roma, Teatro India, il 1° febbraio 2020

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