Waiting for Hamlet di David Visick: riscoprire il radiodramma come esercizio d’immaginazione

Tempi “disarticolati” come quelli che stiamo vivendo richiedono “misure disarticolate”.
E questa perla drammaturgica, di cui parliamo oggi, mi sintonizza sulle frequenze di Shakespeare FM all’alba di una estiva mattina qualunque.
Vincitore del Windsor Fringe Kenneth Branagh Award for New Drama Writing nel 2018, “Waiting for Hamlet” di David Visick è attualmente disponibile nella forma di un incontro radio-teatrale su Soundcloud.

Dopo una tournée attraverso il Regno Unito, la produzione sarebbe dovuta arrivare a Edimburgo per il festival lo scorso 9 agosto, ma al confino per le notorie ragioni, ha optato per il medium auditivo, preferendolo al più comune, in questi “strani tempi”, visivo. E così ha messo insieme una rete di lavori artigianali fra i due attori: i talmente-bravi-da-volerli-abbracciare Nicholas Collett, nel ruolo di Yorick, Tim Marriott, nei panni del Re, ed un tecnico del suono promosso regista per necessità, Trevor Datson.

Defunti, la loro interazione di ispirazione “assurdista” li colloca nel copione in un limbo senza spazio né tempo che rispecchia fatalmente la distanza spaziale, ma non temporale, della registrazione: a poche miglia una dall’altra, camere insonorizzate fatte in casa, fra cuscini e piumoni, riescono a contenere la narrazione. Il buffone di corte, l’emblema-teschio dell’originale, in tono afflitto ma giocoso ha il compito di scoraggiare il re dal tornare “indietro” o anche dall’uscire “fuori”. E la conversazione è quasi ipnotica.

La decisione di andare verso una “visione cieca”, come precisa Visick, è ragionata e controcorrente: è talmente intensa la frequentazione di Zoom o altre piattaforme durante il tempo lavorativo in epoca pandemica, che a quello dell’intrattenimento può certo fare bene un po’ di disintossicazione dallo schermo per procedere in altra direzione. Ed è certo la benvenuta, giacché il suo script mantiene tutte le promesse: orientare «per sole voci», come racconta l’autore, verso «la visualizzazione della storia». E aiutare a “perdersi” per attivare una «interpretazione personale, unica» (il che a sua volta innesca il desiderio di “trovarsi”, più avanti, nel tempo non pandemico).

Ed è qui che dimora la bellezza di questo esercizio di immaginazione teatrale radio-drammatico. Per utilizzare le parole di Visick: «Permettere a ciascuno di creare la propria magia». Occhi sigillati, ma spazio mentale concentrato per attivare uno scenario proprio, «per costruire quinte e scena, vestire e dare un’età ai personaggi, dirigerli registicamente nei loro gesti ed espressioni facciali».

Qualche minore alterazione alla lettera per poterla adattare ad un semi-radiofonico non-palcoscenico (in attesa di uno spazio da poter riempire quando si potrà), in 45 minuti densi ma anche lievi, il linguaggio di Visick cattura per una comprensione profonda di “Hamlet”. Un battibeccare figlio della comedy tipicamente britannica intrattiene su temi diversi, dentro e fuori le linee shakespeariane.

Flauti e tamburi rinascimentali accolgono l’ascoltatore e il dialogo aggancia immediatamente. Drammaturgico nella forma, filosofico nella sua intima essenza, racconta la storia di un’amicizia “meta-gerarchica” (al capolinea, o quasi) fra portatori di opposti copricapi. Un buffone di corte che “dice la Verità” ad un re in piena negazione freudiana in un tono saggio, paziente ancorché acuto, e che rivela le ragioni oltre le azioni — quelle di Gertrude, per esempio, tenuta ad onorare il suo ruolo di regina.
Professionista dell’agire, tuttavia, “attore”, il giullare non può che cedere alle insistenze del suo sovrano e prepararlo per il ritorno-uscita: istruire il fantasma su come istruire Amleto, allestendo così il primo “atto”.

È una battaglia di parole, nessuna lasciata a sé stessa, attorno alle quali aleggia una brezza ultraterrena, fra il “sopra” celeste e il “sotto” infernale, vinta fatalmente dal potere della corona. Ed è così che i flauti e i tamburi finiscono, dopo le ultime battute, col distorcersi per trasformarsi in suoni rock e lacerare la sottile cortina isolante. Quella che separa, distanzia, il no-where purgatoriale da un qualche altro ‘dove’, fino a ricondurre dal no-when di una zona priva di Tempo, ad un qualche altro ‘quando’, dove ogni cosa è possibile… Forse una tragedia.

Waiting for Hamlet
di David Visick
con Nicholas Collett e Tim Marriott
sound editing/direzione di Trevor Datson

durata: 45′

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