We are mask a Vienna: dal teatro all’arte funeraria

Female Comedy Mask 2nd century A.D.
Female Comedy Mask 2nd century A.D.

Female Comedy Mask 2nd century A.D. – Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano

Fino al 28 settembre il Museo Etnologico di Vienna ospita la mostra We are mask curata da Sylvia Ferino.
Elemento vitale in culti e rituali, soprattutto nelle culture non europee, la maschera ha sempre svolto un ruolo determinante nello sviluppo delle culture, ed è quindi stata spesso al centro di mostre etnologiche ed antropologiche.
Quello che l’allestimento viennese tenta ora di fare è stabilire un ‘trait d’union’ tra culture europee e non europee. E a questo scopo imponente è la sezione dedicata al rapporto tra le maschere e il teatro in ogni civiltà, che ha lunghe tradizioni dall’Asia alla Grecia all’antica Roma. Senza dimenticare poi la nostra Commedia dell’Arte, con le figure di Pantalone, Brighella, Arlecchino, Colombina… Mentre dalla ricca tradizione drammatica non europea la mostra ha selezionato maschere Kagura e Noh dal Giappone, o le maschere di Giava ‘wayang topeng’.

Ma anche la storia della maschera ha alti e bassi, tanto da assumere valenze negative, in Europa, con i padri della Chiesa, che si allontanano dal teatro classico e dal relativo corollario di mascheramenti, facendo nascere proprio all’interno delle chiese un’altra forma di spettacolo: il dramma sacro.
Sarà poi grazie all’Umanesimo anche il recupero del teatro antico e l’utilizzo, proprio con la Commedia dell’Arte rinascimentale, delle maschere, nonostante queste tendano successivamente a diventare simbolo di frode ed inganni.

Il percorso della mostra è diviso in sette sezioni (The mask of memory, In the shadow of Medusa, Theatre, Pageantries and courtly feasts, Transformation and alteration, The pictorial language of the mask in early modern Europe, Ego and disintegration of the mask). Analizzando le diverse funzioni della maschera si possono così creare itinerari che collegano una cultura all’altra.


“La parola tedesca ‘maske’ deriva dall’italiano ‘maschera’, che a sua volta era stata traslata dal termine arabo ‘mashara’ – spiega la curatrice – Inizialmente veniva usata per denotare un oggetto ridicolo, ma presto venne applicata per indicare lo scherzo e la mascherata. Dalla Sicilia il termine salì verso l’Italia peninsulare, e fu progressivamente tradotto nelle altre lingue europee. In Grecia, invece, la parola che identifica la maschera è ‘prosopon’, ed è legata al teatro, intendendosi anche il “ruolo”, e si riferisce sia alla maschera che al viso. Gli antichi greci infatti non differenziavano tra faccia artificiale e naturale”.

Importanti i prestiti internazionali giunti a Vienna, tra cui una maschera di pietra del VII secolo a. C. del Musée de la Bible et Terre Sainte di Parigi, oltre a opere arrivate dagli Uffizi, dai Musei Vaticani e dal Museo Archeologico di Napoli. Ma la parte più cospicua è costituita da oggetti provenienti da Africa, Oceania, Asia, Nord e Sud America.
Entrata: 10 euro; ridotto 7,50; bambini sotto i 6 anni gratis.

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