Weiss Weiss di Marco Maria Linzi, biografia kafkiana di Robert Walser

Weiss Weiss (photo: Daniela Franco)
Weiss Weiss (photo: Daniela Franco)

Uno “studio elettrostatico su Walser”. Un lavoro istrionico ed eccentrico. Lo svizzero Robert Walser (1878-1956), romanziere e poeta di lingua tedesca, è il protagonista di “Weiss Weiss – L’essere del non essere”, in scena al Teatro della Contraddizione di Milano appena prima che il Coronavirus ribaltasse i cartelloni italiani dello spettacolo dal vivo.

Marco Maria Linzi, regista, autore e direttore artistico della sala di via della Braida (zona Porta Romana), modella lo spettacolo sulla trama del romanzo di formazione “Jacob Von Gulten”, intriso di atmosfere kafkiane, e ritenuto uno dei suoi testi più interessanti di Walser.

Jacob (Micaela Brignone) è un giovane che, cercando di smarcarsi dall’ombra paterna per ottenere una propria indipendenza, si appresta ad un cammino solitario. In questo viaggio s’imbatte nell’istituto Benjamenta, una strana scuola che prepara gli allievi alla mansione di maggiordomi e servitori. Decide di stabilirvisi per ottenere una preparazione che gli permetta di trovare un impiego.

Linzi intreccia alla trama del romanzo le vicende personali dell’autore. Gli allievi dell’istituto pertanto non sono solo di estrazione povera, come da testo, ma diventano creature grottesche e allucinate, esseri imbrigliati da un autismo frenetico, cui restano barlumi di sogno, che affiora qua e là durante lo spettacolo. Tanto più divengono entità oniriche e spettrali, quanto più il loro ruolo narrativo trascolora in un altro. Paiono le voci che rintoccano nella testa di Jacob, che sembra finire in un manicomio più che in una scuola, esattamente come Walser. Non a caso, nella messinscena, compare spesso il fantasma della madre folle, morta prematuramente come la madre dell’autore.

Il continuo sconfinamento tra il romanzo e la mente di Jacob/Walser è sorretto meravigliosamente da una scenografia particolarissima. La piccola sala della Contraddizione è invasa da una costruzione insolita, una sorta di arena di legno, nella cui fossa piena di sabbia troviamo sgabellini e piccole botole. Qui compaiono gli studenti della scuola, distanziati dalla figura del rettore, sempre su quella lingua di palco che costituisce l’avanzo della scena tradizionale, a sottolineare la loro povertà e miseria. E sempre qui agiscono queste figure, quando con accenni stranianti esprimono le voci e gli spettri della mente di Jacob, chiusi tra le pareti dell’arena, come tra le tempie della sua mente.

Il lavoro di Linzi è accuratissimo. Non mancano riferimenti ad altre opere, come il lungo inframezzo in cui la maestra della scuola decide di mettere in scena una storia che è un chiaro riferimento alla Cenerentola di Walser.

“Weiss Weiss” è un’opera vulcanica. Per due ore e mezza gli attori (con Micaela Brignone, Fabio Brusadin, Silvia Camellini, Simone Carta, Sabrina Faroldi, Arianna Granello, Alessandro Lipari, Marco Mannone, Eugenio Mascagni, Stefano Montani, Magda Zaninetti) reggono bene il palco e sostano in una tensione energetica micidiale, che unitamente al carattere grottesco della recitazione e alla voluta insistenza sulla cadenza russa, arriva a creare note stridenti, come un violino stonato – non a caso presente tra gli oggetti di scena.
L’atmosfera alla Tim Burton, resa anche dai bellissimi costumi di Margherita Platè, da una curiosa e piacevole situazione iniziale si fa progressivamente pesante, macera, carica all’eccesso. E se da un lato ben può rappresentare l’asfissia di un’iniqua reclusione in un manicomio, come fu quella di Walser, dall’altro conduce lo spettatore a una nevrosi estrema: l’attenzione, sottoposta a un ritmo incessante per tutta la durata, salta, e i tempi si dilatano, lasciando al termine dello spettacolo un sentimento contrastante.
È sicuramente intrigante come il ritmo della scena riesca a riprodurre nel pubblico sensazioni contorte e schizofreniche, che ben aderiscono alla vicenda umana dell’autore. Tuttavia il momento di rivelazione, necessario per fornire alla platea le coordinate per l’interpretazione del lavoro, avviene tardi ed è estremamente succinto. La scelta è di certo filologica: Walser, nel periodo di reclusione che lo accompagnò fino alla morte, iniziò a scrivere i “microgrammi”, testi brevissimi, sincopati, composti con una calligrafia lillipuziana, come se si fosse rassegnato ai una progressiva sparizione di sé e della sua arte. Ma a livello drammaturgico la scelta non è ben ponderata e il momento che dovrebbe chiarificare la storia, collabora invece a confonderla.

“Weiss Weiss” è una scrittura colta e ricercata, di indiscutibile valore culturale. Ma forse, nella restituzione scenica, ha ambizioni così alte che finisce col creare una grande distanza con i suoi propositi, ostacolando in parte l’accesso del pubblico alla storia di un artista rimasto nell’ombra della letteratura.

WEISS WEISS. L’essere del non essere
di e diretto da Marco Maria Linzi
con Micaela Brignone, Fabio Brusadin, Silvia Camellini, Simone Carta, Sabrina Faroldi, Arianna Granello, Alessandro Lipari, Marco Mannone, Eugenio Mascagni, Stefano Montani, Magda Zaninetti
video artist Stefano Slocovich
costumi Margherita Platè
aiuto regia e foto Daniela Franco
suoni Leonardo Gaipa
scene Marco Maria Linzi, Sabrina Faroldi, Fabio Brusadin, Ryan Contratista

durata: 2h 30’
applausi del pubblico: 3’ 20”

Visto a Milano, Teatro della Contraddizione, il 20 febbraio 2020

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