What you see festival 2019: a Utrecht la condivisione di gender passa dall’arte

Elephant in the Room di Lanre Malaolu (photo: Camilla Greenwell)
Elephant in the Room di Lanre Malaolu (photo: Camilla Greenwell)

Olanda, fine novembre. I suggestivi spazi della città di Utrecht diventano il palcoscenico mutante per le molte attività del What you see festival, uno sguardo che tenta di offrire ai suoi spettatori un radicale cambio di prospettiva in relazione ai temi del genere e dell’identità tramite un’indagine svolta sui più disparati medium artistici: dalla letteratura all’arte visiva, con un focus particolare sulla danza contemporanea.

Particolarmente arricchente, tra le altre, l’intuizione della direzione artistica di non guardare al gender soltanto come ad uno spazio di parola per la comunità artistica LGBTQ – che nel programma è presente con esempi davvero di valore, come le ricerche presentate da Daniel Mariblanca – ma di problematizzare la sua nozione come qualcosa che riguarda davvero ogni singolo individuo.

Questa giovanissima realtà olandese – alla sua seconda edizione – ha di certo dei modelli italiani in festival come Gender Bender (Bologna) e Orlando (Bergamo), ma ciò che resta impresso delle atmosfere che essa è capace di collezionare sta proprio nella freschezza e nell’urgenza dei temi affrontati e dei modi scelti per farlo: come la risposta necessaria ad una domanda che si sente molto propria. Tutto sembra dunque nuovo ed immediato a Utrecht in questi giorni, e il pubblico, nei molti spazi di parola creati, è sempre pronto a dire la sua e a condividere la propria prospettiva.
di ciascuno come spettatore e non, che finisce per accostare la nozione di responsabilità sociale a quella di un dare risposta che trova per ognuno la forma di un personalissimo attivismo, concretizzato in una pratica quotidiana capace di creare delle alternative possibili ad un’identità che è forse imposta soltanto dalla dimensione sociale.


Ma l’obiettivo sulla scena circostante inizia a mettersi a fuoco davvero con l’inizio delle performance. Dopo un symposium pomeridiano che vede coinvolte la scrittrice femminista Meredith Greer, la regista Ira Kip, la scrittrice e biologa Mariken Heitman, il giovane fotografo Marvel Harris e la film maker Jessica Villerius, la scena viene presto conquistata dal capolavoro italiano, proprio ora al suo momento apicale di successo, “Graces” di Silvia Gribaudi, con gli ottimi Siro Guglielmi, Matteo Marchesi e Andrea Rampazzo, capaci di stupire il pubblico olandese che si mostra estremamente coinvolto nella performance, specie quando ride di piena pancia per la brillantezza delle scelte coreografiche (e non solo) della Gribaudi.

La serata continua con il corpo non-performante di Lanre Malaolu nel suo “Elephant in the room”. Una toccante indagine sul trovarsi imprigionati dentro i limiti claustrofobici del proprio corpo e della propria mente, come quando il performer, dritto su due piedi, simula di non riuscire più a spostarsi da tale posizione, portando il pubblico ad una profonda immedesimazione con una propria personale e allucinata pazzia.

Nella seconda giornata del festival il pomeriggio si apre con tre open studio disposti sui tre piani dell’Het Huis Utrecht. Circondati dall’autunno olandese ci si ritrova dunque in questo spazio off per vedere i lavori in corso di Simon(e) van Saarloos e Rahel Crawford Barra, Donna Chittick e Franziska Menge.

Aqui, siempre (photo: polianalima.com)

Aqui, siempre (photo: polianalima.com)

Nella seconda giornata il lavoro che riempie la Grote zaal del Theater Kikker, in pieno centro città, proprio accanto ai famosi canali che fanno parlare di Utrecht come di una Venezia del Nord, è “Aquì, siempre” di Paoliana Lima (con in scena Carla de Diego, Christine Cloux, Irene Ducaju e Mona Belizan).
Si tratta di uno spettacolo intrigante e prodotto in modo ineccepibile, che porta sul palco quattro performer donne che sembrano rappresentare quattro diverse età della vita e della danza, da una giovanissima, scalarmente, fino ad una quasi settantenne, di cui in scena vengono riportati i dubbi pregressi – espressi alla coreografa con una mail a dir poco emozionante – sull’effettiva possibilità di partecipare al lavoro.
Avvicinandosi una alla volta ad un microfono, le performer si presentano una per l’altra, scambiandosi di identità, e creando così un cortocircuito teatrale e meta-teatrale che parla della fluidità del corpo che danza, pronto ad attivare una memoria fisica tanto di ciò che si è vissuto, quanto di ciò che ancora non è stato esperito. Perchè nel danzare l’età si annulla. Presto ci si ritrova di fronte ad un’immagine di sé plurale da un lato, ed al contempo armoniosamente onnicomprensiva, visto che poi, nella performance, non mancano stralci di conversazioni reali registrati durante il processo di creazione del lavoro.
Nel finale, grazie ad una proiezione che quadruplica in virtuale lo spazio scenico e i corpi delle performer, ognuna si ritrova ad avere un dialogo con le altre e con un’altra sé mediato soltanto da alcuni movimenti ripetuti e riconoscibili, da un codice che nasce ad hoc, per instaurare l’autentica possibilità di una comunicazione identitaria che supera lo spazio, il tempo e i limiti dei corpi che li abitano.

Giornate intense ed arricchenti, quelle del What you see festival, che ci si augura di veder continuare nel solco della freschezza con cui sta muovendo i primi passi sulla via della creazione di spazi di ascolto e di ricerca per l’arte; di certo un’ottima occasione per arricchire un possibile viaggio invernale alla scoperta dell’anima culturale di Utrecht.

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