Xebeche, la lunga sequenza in bianco e nero di Gruppo Nanou

Photo: Daniele Casadio
Photo: Daniele Casadio

All’interno di Fuori Programma, la rassegna estiva che il Teatro Vascello, con la collaborazione di Valentina Marini, ha dedicato nel mese di luglio alla danza contemporanea, è arrivato per la prima volta a Roma “Xebeche” di Gruppo Nanou, un inedito ottetto che cita nel titolo il “Dead Man” di Jim Jarmush, e il cui debutto risale al giugno 2016.

In “Centro-città, centro vuoto” Roland Barthes scriveva che “ogni spazio urbano ha un centro in cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare […] da cui dirigersi e allontanarsi”.
In un continuo spostamento di fuoco e di volumi “Xebeche” non cerca un centro e pur dichiarando fin dal titolo una continuata ascendenza ad un certo cinema, presenta una dimensione meno sognante, perturbante e oscura dei precedenti lavori (ricordiamo ad esempio “Sport”).

“Xebeche” è un’esperienza in bianco e nero. Un recinto bianco, creato da strisce di linoleum stese a formare le sembianze di un ulteriore perimetro angolare interno allo spazio scenico, ci suggerisce una sorta di sezione di labirinto, dentro e fuori la quale gli otto corpi scenici irrompono con studiata irregolarità, entrano ed escono dalla scena-sequenza, si aggregano, riempiono lo spazio, cercano e al contempo dissimulano una prossimità di gesto con il prossimo.
Non a caso nel foglio di sala si citano Deleuze/Guattari: nuovi enunciati, altri desideri. Basta rileggere le prime pagine di “Rizoma” per capire quanta aderenza a quell’alternativa di mondo e di società prospettata dai filosofi francesi si possa ritrovare in “Xebeche”.

Entra per prima Ruhena Bracci, radice principale del lavoro, matrice da cui si sviluppa per vie laterali e centrifughe la partitura degli altri corpi. E poi si va avanti per sistematica dis-organizzazione (o meglio: dis-organicità?), tra aggregati provvisori, pulsioni impreviste.
È esperienza continua di attraversamento, di esplorazione spazio-temporale. Cambiano gli atteggiamenti dei danzatori, cambia la percezione che ne abbiamo noi. E cercando cambiamenti prospettici, l’eventuale recinto lo crea chi guarda da fuori, non chi sta dentro.

La partitura sonora creata da Roberto Rettura cresce lentamente a partire da pattern regolari, colpi di batteria jazz che aumentano di frequenza proporzionalmente all’avvicinarsi al climax finale. Lo si dovrebbe forse vedere (anche) dall’alto, da prospettiva zenitale, questo lavoro. Per osservare e studiare i corpi schiacciarsi sulla superficie della scena. Per comprendere diversamente quell’aggregarsi/disgregarsi: qualsiasi punto di un rizoma può essere connesso a qualsiasi altro, e deve esserlo: modi di stare, traversare e attraversare un habitat. Poca stanzialità e molto movimento. Un habitat che man mano si addensa, si condensa, si espande, si dissolve.

Citando Paolo Ruffini in un recente intervento sul concetto di danza “è un gesto, quello della danza contemporanea, di disturbo prima di tutto a se stessa, poi all’osservatore, allo spettatore non occasionale in particolare, mettendo in crisi l’orizzonte mentale sul quale è comodamente seduto”.

E così, negli ultimi anni, il gruppo creato da Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci sta cercando di ritracciare in maniera personale, seria, rigorosa, un processo creativo, un codice performativo che possa indagare una possibile negoziazione tra la struttura coreografica convenzionale e la spinta al conflitto, alla mutazione, al travalicamento del codice stesso.

Una urgenza di confronto, quella che è scaturita nel recente progetto “Alphabet”, con l’obiettivo – citando la call pubblicata per un incontro a Ravenna – di “rimettere in discussione il concetto di “spazio” e della sua fruizione nell’arte dal vivo, avvicinandosi a chi usa e costruisce lo spazio per scopi diversificati”.

Ma la strategia, disciplinata, alla lunga rischia la prevedibilità: lo spettatore trova forse le armi per decrittare il codice, il meccanismo. Oltre il virtuosismo e oltre la tecnica, ma anche aldilà della voglia di fare la Storia e di raccontare storie, c’è l’ironia fragile, sottile ed evidente di chi è lì in quanto corpo umano e animale (Marco Maretti su tutti), in magnifico sbilanciamento, costantemente al limite del migliore degli inciampi.

XEBECHE
coreografia Marco Valerio Amico Rhuena Bracci
coreografia: Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci
con: Carolina Amoretti, Sissj Bassani, Marta Bellu, Rhuena Bracci, Enrica Linlaud, Marco Maretti, Rachele Montis, Davide Tagliavini
suono: Roberto Rettura
light design: Fabio Sajiz
produzione: E / gruppo nanou, Ravenna Festival
con il sostegno di: L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, Cantieri, Centrale Fies, Olinda – Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, Santarcangelo dei Teatri
con il contributo di: FONDO PER LA DANZA D’AUTORE della Regione Emilia Romagna 2015/2016, MIBACT, Regione Emilia-Romagna Assessorato alla Cultura

durata: 60’
applausi del pubblico: 1’

Visto a Roma, Teatro Vascello, l’11 luglio 2017

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