Y Generation 17. La responsabilità ai giovani

Photo: Mattia Pex Pessina e Silvia Valerie Benatti
Photo: Mattia Pex Pessina e Silvia Valerie Benatti

È la danza pensata appositamente per i giovani lo strumento privilegiato per una più fresca via di comunicazione con le nuove generazioni?
La domanda, che va rivestendo un ruolo di sempre maggiore importanza nell’ambito della programmazione della danza contemporanea all’interno dei teatri italiani, rientra nel più vasto campo strategico del famigerato audience development, altrimenti detto “incremento e miglioramento del pubblico attraverso una formazione fruitiva dello spettatore”, obiettivo posto fra i prioritari negli ultimi anni.
Se il tema fa sperare tanto curatori quanto artisti e insegnanti, apre allo stesso tempo quesiti “etici” non trascurabili, che richiedono di essere dibattuti e sviscerati.

Coglie la sfida l’Y Generation Festival di Trento, giunto quest’anno alla sua seconda edizione, con una quattro giorni di spettacoli programmati nei teatri della città e lungo le vie del centro storico. La proposta coinvolge tutte quelle fasce di età a cui è rivolta la manifestazione (bambini di scuola materna, elementari, ragazzi delle medie e delle superiori).
Accanto alla consueta offerta di spettacoli, Y Generation affianca fertili momenti di lavoro dedicati agli operatori (adulti) e spazi di confronto nei quali direttori artistici, giornalisti, educatori e compagnie possano relazionarsi attivamente comparando le diverse politiche professionali e condividendo le soluzioni sperimentate nel proprio settore.

La domanda cruciale che si pongono tanto lo spettatore occasionale quanto l’addetto ai lavori, a maggior ragione in relazione ad una rassegna dedicata ai ragazzi e ai giovani, è se – ed in che modo – si avverta culturalmente il bisogno di un’educazione allo spettacolo dal vivo.
Le nuove leve sono chiamate a vedere la danza, e talvolta a produrne di nuova, di loro spontanea volontà, o il premuroso invito del mondo ‘adulto’ può essere visto come una tenue forma di indottrinamento?
Una programmazione così settoriale da distinguere fasce di età (bambini, adolescenti, ragazzi, adulti) e format (danza contemporanea, teatro danza, teatro fisico, teatro di movimento ecc.) aiuta forse – ma neanche sempre – l’operatore e il mondo adulto (gli insegnanti in primis), ma quanto può rispondere alle necessità espressive delle nuove generazioni?

Photo: Mattia Pex Pessina e Silvia Valerie Benatti

Photo: Mattia Pex Pessina e Silvia Valerie Benatti

Le considerazioni emerse dai tavoli di lavoro durante il festival, che hanno intersecato formazione e confronto in collaborazione con Assitej Italia, rete di promozione del teatro per ragazzi, hanno seminato importanti quesiti, ma non sembrano ancora trovare significative soluzioni.
Secondo Mara Loro, rasponsabile dei progetti di audience development del circuito Piemonte dal Vivo e della struttura della Lavanderia a Vapore di Collegno, principalmente dedicata alla danza, si avverte trasversalmente la necessità di creare spazi di confronto all’interno del sistema della danza. E ricorda come il fattore partecipativo sia per loro fondamentale.
Barbara Fuchs, della compagnia tedesca Tanzfuchs, rileva – in accordo con molti altri colleghi – l’esistenza preponderante di domande, prevalentemente etiche, più che di risposte. Mentre l’austriaco Stephan Rabl, direttore artistico di festival di teatro e di danza nonché pioniere del teatro dedicato ai giovani, al festival ha raccontato la sua ricca esperienza in Austria, proponendo di modificare la formazione degli insegnanti con l’introduzione tra le loro competenze del movimento e della danza. Oltre a riconsiderare in una versione più attualizzata il nostro concetto di “giovani”.

Giorgio Rossi, autore di grande rilievo nell’ambito del panorama della danza contemporanea con Sosta Palmizi, insieme a Maria Pia Di Mauro, già collaboratrice del Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, organizzatore del festival, è stato fra quelli che hanno dato, in uno dei tavoli di lavoro, la parola ai giovani: «I ragazzi amano danzare e vogliono soltanto essere investiti della libertà di scegliere».
Ha poi sottolineato il latente bisogno di pensiero critico che accompagna ogni appartenente a quella “Generazione Y” che dà il nome al festival, invitando a concedere più responsabilità alle nuove leve che «altrimenti si impostano sul “torno subito”».

Alessandro Pontremoli, docente di Storia della Danza presso il Dams di Torino e membro della Commissione Consultiva Danza del MiBACT, ha ricordato come il teatro, per esistere, necessiti di rimettersi al servizio del senso. Un senso che evidentemente non è prodotto dall’affannosa ricerca di un coro, ma che richiede per emergere di ricollocarsi umilmente dentro la comunità. È la comunità che genera il suo poeta, mai il contrario. La sua provocatoria domanda «che teatro ci meritiamo oggi noi?» rimane aperta.

Wolfgang Stuessel, direttore del Theater Strahl di Berlino, che con la compagnia De Dansers di Utrecht ha prodotto lo spettacolo “The Basement” in programma al festival, ha smentito il vociferare circa il presunto benessere culturale ed economico della Germania. «Come teatro ragazzi – racconta – abbiamo lottato 15 anni per essere accettati alla stregua di un teatro normale».
Insomma, i problemi non esistono solo in Italia.
E se a conclusione di rassegna Gilberto Santini, direttore dell’Amat delle Marche, ha implorato di abolire il gettonato termine audience development in virtù di un italico sostantivo e di un più onesto patto fra artisti ed operatori, ha anche invitato tutti gli addetti ai lavori a riscrivere una critica della danza affinché si venga formando un linguaggio intorno al quale aggregarsi con solidarietà.
E proprio questa parola, “dialogo”, era quella che Giovanna Palmieri, direttrice artistica del festival, aveva scelto come filo conduttore di questa seconda edizione della manifestazione.

In conclusione, la domanda improrogabile che emerge è chiara. Se il fine ultimo è una più assidua partecipazione giovanile alla vita collettiva, in questo caso a quella artistico-spettatoriale, può dirsi eticamente corretta la tendenza del sistema teatrale contemporaneo ad andare tanto incontro ai suoi spettatori da rischiare di privarli di ogni responsabilità, rendendoli criticamente inermi di fronte ad un’offerta apparentemente illimitata?

Quello che si avverte da parte della gioventù presente al festival è una volontà di riavvicinamento alla consapevolezza critica nel rapporto con lo spettacolo. Necessità che si può tradurre in una prima risposta formativa che funga da linea guida: sposando la causa di una più solida formazione culturale come potenziamento della coscienza civile, ha senso formare uno spettatore nella misura in cui questo abbia anche una visione critica del teatro. Perché in un’ottica che ribalti i consolidati equilibri educativi, potrebbero anche essere loro, i giovani, ad insegnarci una più corretta, e meno economicamente filtrata, fruizione dei fenomeni culturali. E questo perché, stando ancora alle parole di Pontremoli, «il loro è un pubblico che non mette grandi filtri fra il proprio bisogno e se stesso»; insomma, un pubblico di certo più vulnerabile alle proposte del mercato ma avvantagiato nell’operare una cernita più sincera.

Photo: Mattia Pex Pessina e Silvia Valerie Benatti

Photo: Mattia Pex Pessina e Silvia Valerie Benatti

I pochi ma preziosi ragazzi presenti ai tavoli di lavoro si dicono non a caso volenterosi di essere investiti di maggiore responsabilità all’interno di quella che risulta essere, in ultima istanza, la loro educazione. E allora, come farli crescere partecipativamente se poco presenti (vuoi per scelta, vuoi per difficoltà nel loro stesso coinvolgimento) alla determinazione di quelle decisioni che li riguardano più da vicino?
La questione rimane aperta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *