YC4D. Fleischlos e la danza a testa in giù

Zufit Simon a Interplay (photo: Andrea Macchia)
Zufit Simon a Interplay (photo: Andrea Macchia)

Zufit Simon a Interplay (photo: Andrea Macchia)

Nuovo articolo del progetto Youngest Critics for Dance selezionato fra tutti quelli prodotti durante l’edizione 14/15 dai ragazzi delle scuole superiori e del Dams di Torino coinvolti.
Oggi abbiamo scelto l’articolo scritto da Marco Bosetti del collettivo Dove & Quando del Dams, che si è addentrato in una performance vista durante il festival Interplay, restituendocene appieno l’intensità e stimolando ulteriori riflessioni.


Nell’ambito del progetto Torino incontra Berlino, ospitato anche all’interno del festival Interplay, arriva inaspettato “Fleischlos”, un solo della danzatrice e coreografa israelo-tedesca Zufit Simon.

Il palco delle Fonderie Limone si mostra da subito immerso nell’oscurità; al centro di esso, in un debole cono di luce, la danzatrice posa immobile.
Il fascio luminoso si fa via via più intenso, animando il corpo della danzatrice e dando inizio alla performance, uno spettacolo in cui la luce ha un ruolo fondamentale: rigorosa e impeccabile, pulsa, cresce d’intensità e diminuisce senza alcuna sbavatura; muovendosi autonoma segue il corpo in scena come in una coreografia parallela, formando la cornice ideale dell’azione.
Solo nella fase iniziale la vedremo concentrarsi al suolo, ai piedi della danzatrice, che lentamente si animeranno con piccoli movimenti delle dita, dando inizio al viaggio.

“Fleischloss” appare come una meditazione del corpo sul corpo; la danzatrice sembra esplorarlo, riscoprirlo muscolo per muscolo, particella dopo particella, con movimenti cauti e rigorosamente misurati. Lentamente risale dai piedi al volto, come a cercare i limiti fisici e anatomici della struttura umana, interrogandosi sulla fruibilità del senso nel discorso coreico e sulla possibilità di fusione tra forme corporee del quotidiano e figurazioni astratte proprie del linguaggio danza, in un dialogo interiore che procede per contrasti, ricercando un’armonia dinamica che sfugge all’occhio e resta celata fra le diverse forme, ma che esiste ed appare chiaramente nell’unità e nella coerenza del discorso.

Mentre il paesaggio sonoro di Alexander Grebtschenko crea un respiro elettronico grave e cupo, Zufit Simon si appropria del corpo; la fluidità dei movimenti e la capacità di controllo che arriva allo spettatore lascia intendere la formazione classica della danzatrice, che lentamente, dopo aver fatto appello ad ogni fibra del suo essere, muove incursioni anche fuori di sé, nello spazio del palco, che il corpo contiene.

Il suono scivola in crescendo in un’ipnotica pulsazione ambient techno, e contemporaneamente ogni passo appare come un punto interrogativo, una domanda posta a se stessa e al pubblico, la tappa su una mappa in cui nulla è dato per scontato, tutto vuole essere ripensato: il più piccolo movimento di una spalla o di un braccio, estratto o sezionato dal repertorio del moto quotidiano, può riconfigurarsi e tradursi in una figurazione astratta e innaturale; contorte torsioni al limite del contorsionismo generano subito nuove ed ulteriori posture, mai scontate e sempre caratterizzate dall’attenzione per i limiti anatomici e per le estremità del corpo, “luoghi” periferici che la danzatrice sembra voler riconfigurare, ridiscutere.

Singolare il momento in cui muove una camminata per il palco stringendosi le caviglie fra le mani, traducendo il grado zero del movimento quotidiano, il camminare, in una complessa forma che ne ribalta ogni senso: le estremità di piedi e mani sono in contatto, annullando la normale asimmetria che caratterizza gli arti durante l’atto del camminare, la testa rivolta verso il basso guarda dietro di sé, la zona “bassa” del corpo è proiettata verso l’alto, verso la luce.
Quest’immagine da sola, potrebbe bastare a descrivere “Fleischlos”, uno spettacolo esteticamente ermetico, che per essere fruito necessità di uno sforzo, di un’inversione del nostro quotidiano modo di pensare e di vedere.

“Fleischloss” non ci regala risposte preconfezionate, ma ci guida attraverso il corpo in scena in un universo di domande aperte cui potremmo rispondere di volta in volta, di passo in passo, in modo diverso; senza la costrizione limitante del senso, senza l’esigenza egoistica del comprendere; ridefinendo costantemente l’alfabeto corporeo, che per sua natura non può essere costretto in uno schema preciso.

“Fleischloss” va guardato seduti a testa in giù, col sedere rivolto al cielo, e con la volontà (e la libertà) di lasciare certezze e risposte altrove, alle spalle, concedendosi il piacere di vedere, di sentire, di essere “altro”.

Marco Bosetti – Collettivo Dove & Quando

La serata al festival Interplay con alcuni dei ragazzi di YC4D (photo: Andrea Macchia)

La serata al festival Interplay con alcuni dei ragazzi di YC4D (photo: Andrea Macchia)

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