YC4D 15/16. Quando la danza diventa scoperta

Yonder (photo: Andrea Macchia)
Yonder (photo: Andrea Macchia)

Altra edizione, nuove scoperte. Per il quarto anno consecutivo Youngest Critics for Dance 15/16 ci ha dato la possibilità di entrare in classe, di scoprire ragazzi e adolescenti, seguirne i risvolti, declinarli con le loro passioni, smuovere curiosità, cercare di instillare gocce di riflessione sulla danza contemporanea e la scrittura sul web ai ragazzi di superiori e Dams di Torino che hanno partecipato. Un lavoro lungo un intero anno scolastico, grazie alla sempre fruttuosa collaborazione con i maggiori “volti” della danza contemporanea torinese: a partire da Mosaico Danza, che per prima crede e supporta questo progetto, e poi Torinodanza, Palcoscenico Danza e I Punti Danza della Fondazione EgriBianco, Piemonte Dal Vivo, e grazie all’indispensabile sostegno di Fondazione CRT.

Abbiamo compiuto un altro lungo viaggio, impegnativo e a tratti anche faticoso, che quando però raggiunge il suo culmine – nel momento del festival conclusivo della stagione, Interplay – in cui i rapporti coi ragazzi sono maturati, gli spettacoli si infittiscono creando un clima cameratesco, e l’aria euforica della primavera scalda le serate, riesce a ripagarti della fatica.
Eccoci quindi al momento che va a concludere questo lungo percorso: la pubblicazione su Klp di alcuni degli articoli più significativi di questa stagione. E partiamo oggi dal racconto di una di queste serate attraverso le parole di Luca Sansoè, studente del Dams.


Singolo di apertura di una serata all’interno del festival Interplay, “Yonder”, ideato dal coreografo Jasper van Luijk ed eseguito dal perfomer Jefta Tanate, s’impone con la forza dell’attesa: il pubblico, ancora spaesato, trova lentamente posto in un continuo vociare concitato, ma, appena seduti, ci si accorge della presenza del danzatore, in scena da subito, che aspetta pazientemente il silenzio degli spettatori per poter cominciare.

Jefta Tanate dà le spalle al pubblico in uno spazio non ancora illuminato se non dalle luci di sala, ma nella penombra si intuisce la nudità integrale del corpo.
Le chiacchiere lentamente muoiono e lo spettacolo può iniziare.

Lo spazio colpisce per la sua particolarità: fari di diverse dimensioni pendono dall’alto e si posizionano ai lati della scena (in questo richiama l’installazione scenografica di un altro spettacolo visto nella stagione 15/16 di Youngest Critics for Dance, “Constellation” di Sidi Larbi Cherkaoui nella versione di Akash Odedra).
Il danzatore comincia a giocarci, sembra si accendano, spengano, aumentino o varino d’intensità assecondando i suoi movimenti, netti, decisi, controllati.
Il tutto è accompagnato da una musica intima (composta dallo stesso van Luijk) forte della sua semplicità, che sottolinea con efficacia i movimenti lineari di Tanate.

Alcune banali domande affiorano subito: è necessaria la nudità del danzatore? Quali motivi portano a una scelta così forte e coraggiosa?

Lo si comprenderà in seguito, a mente fredda, quando si capirà che quel nudo così esibito non ha per nulla messo in difficoltà ballerino o pubblico, ma anzi è servita a sottolineare ogni movimento, ogni tensione muscolare, cambiamento e trasformazione del corpo stesso, riempiendo di significato qualsiasi istante.

Così, in quest’insieme di tensioni, si viene trasportati in un luogo senza spazio o tempo, un luogo che è altro rispetto al qui e ora.
Tanate evolve e involve, mutando di forma il proprio corpo fra contrazioni, distensioni ed evoluzioni, sottolineando i movimenti grazie al sapiente uso delle luci.
Uno dei momenti estaticamente più riusciti è nell’utilizzo di una luce strobo che illumina lampi di azione, ritaglia istanti a velocità sempre variabili, spezzando le azioni in scatti fotografici che, uno di seguito all’altro, disegnano precise traiettorie nel buio.

Il crescendo emotivo porta a chiedersi cosa possa ancora accadere, in che modo riesca ad evolvere una situazione in cui sembra sia tutto possibile.
E, in un certo senso, non troverà un’evoluzione, ma un’involuzione.
Tanate si trasforma in un primate: a quattro zampe, petto in fuori, appoggiato su nocche e ginocchia, diventa un gorilla. Scruta gli spalti, come a sfidare il pubblico: io mi so trasformare in qualsiasi cosa, e voi? Sareste in grado di unirvi a me? Di viaggiare nel tempo e nello spazio?
È questo il punto: saper viaggiare in sé stessi, ma soprattutto con sé stessi. La risposta, dopo aver assistito allo spettacolo sembra essere: sì, forse possiamo farlo. In fondo, è appena stato fatto: mentre Tanate viaggiava, trascinava con sé lo sguardo degli spalti verso mondi inesplorati.

Ciò che rimane di questa performance è la forza e la bellezza di un uomo solo capace di trasportare con infinita forza un gran numero di menti e di corpi in una dimensione di altrove.

La chiusura ci riporta tutti seduti ai nostri posti, catapultati nel presente più pieno. Tanate indossa un paio di slip ed è con questo che comunica: è finito, potete tornare alla vita normale, lasciatevi alle spalle il viaggio intrapreso, ma da esso imparate ad andarvene in ogni momento.

Partono gli applausi, forti e calorosi. “Yonder” vince la sfida contro la concezione di tempo frenetico che permea le nostre vite, organizzate e prestabilite in ogni momento.

Luca Sansoè

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