Zero Probability: Rabin Mroué trasforma l’impossibile in probabile

Zero Probability

Zero Probability (photo: festivaldellecolline.it)

Non tutto si riesce a prevedere. Capita che alcuni eventi, anche se calcolati alla perfezione, sfuggano dall’umana comprensione e si annidino in uno spazio “altro”, in un luogo irraggiungibile e sconosciuto.

La lettura/performance presentata dall’attore, regista e scrittore libanese Rabin Mroué e dalla video artista Hito Steyerl, sostituita per la tappa di Torino da Nina Tecklenburg, cerca di dare un nome e una consistenza a questo spazio impalpabile definendolo come il luogo delle “probabilità zero”.

Per accompagnare il pubblico all’interno di questo spazio inesistente, i due artisti scelgono di utilizzare la metafora del video e del montaggio, come se alcuni momenti della vita venissero scartati durante il montaggio di un film e smettessero quindi improvvisamente di esistere.


Il materiale perduto al quale si riferiscono Mroué e Steyerl riguarda una vicenda sconosciuta a molti ma tristemente reale: la scomparsa di circa 17.000 libanesi durante la guerra civile che ha devastato il Paese dal 1975 al 1990. Dove sono finite quelle persone? E dove si trovano i loro corpi?

Con un’analitica e per alcuni versi surreale conferenza i due perfomer elencano dati, teorie e affascinanti coincidenze trasportando lo spettatore in un viaggio alla scoperta delle probabilità. In scena due tavoli, due lampade da ufficio posizionate in modo simmetrico e, sul fondo, due schermi.

Rabin Mroué e Nina Tecklenburg entrano compostamente da dietro lo schermo e, con molta calma e uno stile asciutto e neutro, cominciano la loro conferenza.
La prima parola tocca a Nina, è lei che fa partire il primo video in cui si vede Hito (la titolare effettiva del ruolo) lanciare in aria una moneta spiegando quante siano le probabilità che capiti “testa” o “croce”.
Il pubblico osserva concentrato e partecipe; il ragionamento matematico non si è ancora sviluppato fino al punto estremo, e le poche teorie esposte fin qui sono ancora comprensibili a tutti.

La situazione si complica quando comincia ad entrare in gioco Rabin Mroué che, con una calma e una perfezione stupefacente, comincia ed elencare le pressoché infinite possibilità di sviluppo di una vicenda tanto lontana per noi quanto vicina e reale per lui: l’attraversamento di un checkpoint sottoposto al controllo militare.
Improvvisamente, grazie alle parole di Mroué, ci sentiamo trasportati in Libano: dobbiamo raggiungere il punto B, dove ci attendono alcuni familiari, ma abbiamo di fronte molte, troppe, possibilità diverse, che terminano con la nostra morte.
Un’azione che per molti versi pare semplice, andare dal punto A al punto B, diventa improvvisamente complicata. Nel tragitto ci sono grosse possibilità di essere catturati, interrogati, torturati, considerati pericolosi criminali e quindi uccisi oppure incarcerati.
Se incarcerati, si può scegliere di tentare il tutto per tutto e scappare, tornando al punto A, oppure cercare un disperato rifugio nel punto B, dove altri mille imprevisti possono attenderci lungo la  strada.

In questa complicata spiegazione, frutto dello studio delle probabilità fatto realmente dal padre di Mroué, matematico, e grazie soprattutto ad un effetto quasi straniante in cui la vicenda sembra diventare irreale, risiede il senso autentico di una tragedia che per molti è quotidiana, la continua incertezza, la frustrazione di una guerra che non permette a nessuno la libertà di movimento.

Rabin Mroué riesce, accostando il freddo calcolo matematico all’immagine del sangue e della guerra, a creare una frizione efficace e potente. Non si parla di guerra proiettando morti e sofferenze; se ne parla come se stessimo svolgendo un compito in classe di matematica e il risultato, di conseguenza, è ancora più impressionante.

Lo spettacolo procede con la stessa struttura: viene da pensare che forse qualche variazione interna lo avrebbe reso più leggero e meno “denso”, anche se resta comunque affascinante per la modalità di raccontare la morte attraverso la fredda logica matematica.

I due performer analizzano e spiegano teorie ed esperimenti legati alle probabilità, e ogni tanto, quasi inaspettatamente, creano legami con il mondo reale e la storia contemporanea.
Per esempio, la morte in Kurdistan di un’amica di Hito Steyerl viene utilizzata per confermare la teoria dello spazio della “probabilità zero”: se sparisci e nessuno sa più nulla di te, se al film della tua esistenza vengono a mancare alcuni fotogrammi fondamentali, allora forse il “montaggio video” ti ha scartato, ti ha escluso dalla proiezione e tu smetti di esistere. Anche per le autorità tedesche e turche, che negano la tua esistenza pur con prove evidenti della tua cattura e del tuo omicidio.

La parte più affascinante della performance arriva quando Mroué si addentra in un’affascinante teoria, a tratti un po’ troppo complottistica, che riguarda una delle più grandi fosse comuni di Beirut, dove probabilmente sono stati sepolti e nascosti i corpi di migliaia di persone.
Quel luogo oggi è una discoteca alla moda, frequentata da Rabin stesso, che racconta di aver sentito una storia interessante riguardo l’effettiva capienza di quello spazio.
Nella storia di Rabin il barista del locale, stressato per l’eccessivo lavoro, chiede al proprietario di assumere qualcun altro per aiutarlo a gestire l’incredibile flusso di gente. Nella realtà si scopre però che il numero di persone presenti nella struttura è praticamente la metà di quanto sostenuto dal barista, che in conseguenza di questo errore di calcolo si licenzia, convinto di essere stanco e sotto stress.

Rabin comincia così una sua personale ricerca, che lo porta a scoprire che il luogo del locale è lo stesso della fossa comune, e che le loro piante architettoniche coincidono in modo pressoché esatto. Con un volo pindarico che può avere del geniale o dell’assurdo, a seconda dei punti di vista, Mroué riesce addirittura a trovare una somiglianza con la mappa delle arcate dentali umane, ricordando così che una delle poche possibilità di riconoscere i cadaveri di un sterminio di massa è proprio attraverso i denti.

Lo spazio delle “probabilità zero” sembra all’improvviso un’alternativa perfettamente plausibile: i due performer sono riusciti a convincere il pubblico che il “taglio” della pellicola video, quello scarto destinato a non essere visto da nessuno, risiede in un luogo altro, in una dimensione in cui i morti e le vittime della guerra vivono una seconda vita, ballando con i vivi e bevendo cocktail sempre diversi tutte le notti.

L’ultimo gesto necessario a rendere credibile questo spazio è portare i vivi dentro lo schermo: alla fine Rabin e Nina si alzano e, fedeli al loro ruolo, “entrano” nei rispettivi schermi, scomparendo definitivamente nel taglio tra i due riquadri.
Al Festival delle Colline la “probablità zero” è diventata reale al 100%.

Zero Probability
di Hito Steyerl e Rabih Mroué
regia Hito Steyerl e Rabih Mroué
con Rabih Mroué e Nina Tecklenburg
testo italiano Serena Bertetto per il Festival delle Colline Torinesi
produzione Haus der Kulturen der Welt Berlin, 2012
durata: 60′
applausi del pubblico: 1′ 45”

Visto a Torino, Cavallerizza Reale, il 19 giugno 2013


 

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