Zerogrammi: in processione fra sacro e profano

Inri - Zerogrammi
Inri - Zerogrammi

Inri (photo: G. Di Bello)

TeatrOfficina Zerogrammi è una compagnia di teatro e danza diretta a Torino da Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea.
La compagnia prende il nome, per quanto dicono loro stessi, da “quel particolare stato di grazia che ci permette di vedere le cose, dalle più semplici alle più complesse per quello che sono, finalmente intellegibili, palesarsi tutte nella loro forma più elementare, con un peso pari a zero, come il verso di una poesia, come la musica… Quando questo stato si realizza, le cose del mondo diventano chiare, ed il sentimento che deriva dal contatto con esse, che vorremmo spiegare con parole, non ha più bisogno di parafrasi ridondanti, esemplificazioni, per essere comunicato”.

Da sempre attivi come ballerini, i due promotori del sodalizio artistico sono stati di recente ospiti al Pim Spazio Scenico di Milano con “Inri”, un progetto per due attori-danzatori il cui tema ruota intorno alla pratica della fede nella religione cattolica.
Il senso del liturgico e quello della credenza si mescolano, in questa performance, addosso ai due interpreti, vittime e carnefici di ispirata qualità in una processione del credo declinato al meridionale. I personaggi grotteschi e paradossali che vengono rievocati sono infatti tanto lontani dal reale quanto parte costitutiva di un’inconfessabile e drammatica attualità: il crinale è quello fra creduloneria e fede, fra liberazione dalle angosce e oppressione nel contesto sociale derivante dalle convenzioni, di cui l’impianto religioso finisce per essere puntello.
Ecco quindi che, con estrema naturalezza, il fedele diventa lui stesso martire di una ideale, lentissima processione. Lo stesso fedele che, in una scena che non può non portare alla memoria i duetti Troisi-Arena ai piedi della statua di San Gennaro, non fa in tempo ad esprimere il desiderio, che i soldi per illuminare la statua non bastano più e la lampada si spegne.

Zerogrammi si muove lungo il fiume del peccato, non ha paura di sputare, per così dire, la scorza dei lupini appena mangiati nel salotto bene della nostra falsa modernità, e con questo spettacolo arriva con intelligenza, brevità e divertimento a raccontare una religione (sì dai tratti ‘meridionali’) che alberga nell’arretratezza di un intero sistema, quello che ancora oggi deve chiedere favori, invocare il santo, dimenarsi alla ricerca di una libertà di espressione che la nostra teocrazia affondata nel lavoro non arriva a concedere.
Ecco che la poetica di questo teatro-danza non vuole rincorrere inutili complessità, “strabordare di chiavi di lettura e significati da rincorrere”, e non ambisce “ad alcuna retorica se non a quella della forma e del colore, alla poetica dello spazio e del tempo, di una goccia d’acqua, di una foglia che cade o di un uovo al tegamino”.

La giustapposizione situazionista, tratta dalla dichiarazione di intenti del gruppo, combacia perfettamente con i costumi scelti dai due artisti per lo spettacolo e per la nostra videointervista: velo da vedove meridionali e calze alla moda, metà sante e metà puttane, ideali Bocca di Rosa in processione, che il nostro paese non smette di portare a spasso, simbolo di eterno beccheggiare fra amor sacro e amor profano, risvolto intimo del fedele peccatore, che ripromettendosi di togliere Cristo dalla croce, non manca di trafiggergli il costato appena voltato l’angolo della chiesa: INRI.

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