Lev Dodin chiude l’ottobre russo al Piccolo

Lev Dodin

Lev Dodin (photo: The Voice of Russia)

Il Malij Teatr San Pietroburgo è un’istituzione in Russia, al pari del Piccolo Teatro in Italia: parliamo di due templi dell’arte scenica. Per questo motivo ha richiamato un pubblico numerosissimo la rassegna organizzata dal Piccolo di Milano in collaborazione con il Ministero della Cultura della Federazione Russa e che, per tutto ottobre, ha proposto autori e registi russi, con spettacoli di repertorio e autoralità più contemporaneee.

Ad alternarsi sui palchi del Piccolo Strehler e del Piccolo Grassi, fra gli altri, Spivak, Lochov e, a chiudere, Lev Dodin, storico regista del Malij, attivo nel teatro di San Pietroburgo dal 1973 e diventato dieci anni dopo, a meno di quarant’anni, direttore artistico del teatro stesso.
In coda alla rassegna meneghina, vengono presentate alcune delle sue regie più celebri, fra le quali due classici di Checov, “Le tre sorelle” e “Zio Vanja”, intervallati da “Vita e destino” di Grossman.

Regie di intonazione diversa che mantengono però come filo conduttore una capacità di gestire la coralità di scena difficili da vedere in Italia, e non solo per l’ovvia difficoltà di allestimenti plurali, ma anche per quella scarsa attitudine al repertorio, invalsa dalle nostre parti.
Dodin ha, di fatto, presentato lavori che girano da anni: lo “Zio Vanja” era già noto al pubblico milanese, eppure non è mancato il tutto esaurito al Piccolo Grassi.
Ci troviamo di fronte a una compagnia capace di mandare a memoria tre spettacoli da tre ore l’uno e di presentarli con professionale naturalezza uno dopo l’altro, in poco più di una settimana.


Vita e destino

Vita e destino in un disegno di Renzo Francabandera

Abbiamo assistito a “Vita e Destino” e “Zio Vanja”.
Il primo, come anticipato, è una messa in scena ispirata al romanzo di Grossman, oggetto di feroce censura in Russia, che narra la storia di una famiglia ebraica durante il secondo conflitto mondiale; una famiglia perseguitata prima dai nazisti e poi dallo stalinismo.
Si tratta della prima versione teatrale di questo romanzo, in cui, come palla giocata al di qua e al di là di una rete da pallavolo, il destino di questi esseri umani resta in bilico per anni (e per tutta la messa in scena). La rete da gioco diventa presto filo spinato di un campo di concentramento, e un mondo di costrizioni si rinchiude sui protagonisti, singolarmente travolti e avvolti da un destino comune a quello di un popolo.
L’intellettuale protagonista di questa vicenda, e testimone delle tragedie, sarà poi costretto a dolorose abiure ideologiche per sopravvivere alle vessazioni della nomenclatura staliniana, raccontate non meno duramente rispetto agli inquadramenti da campo di concentramento.

Tutto è volutamente stretto: gli spazi, le azioni, i movimenti. In pochi metri quadri di palcoscenico si alternano vicende di popolo e vicende personali, case e lager, stanze e ambienti emotivi. Nulla sfugge ad una dimensione e a una testualità che ricorda per astratti quella del Maus di Art Spiegelman, il celebre graphic novel sulla condizione del popolo ebraico durante il nazismo. Scene corali e silenziose nevicate su reti di recinzione. Letti d’amore fugace e rancidi pasti per internati. Colonne infami di esseri quasi non più viventi che cantano dolenti cori e inni, ai quali affidano la memoria di un’identità che solo in questo corale mantiene simbolica forma di preservazione.
E’ questo uno specifico della capacità di raccontarsi tipica dell’universo russo, dove il grande trova monocellulare riflesso nel piccolo, come in “Guerra e Pace”. Dodin racconta questo, e il destino di alcuni uomini schiacciati dalla storia, con una capacità autocritica sulle grandi dinamiche della storia.

Più delle singole interpretazioni, dal punto di vista attorale, spicca una capacità di ricreare un’unità di intento rara, esaltata dall’attitudine poliedrica degli interpreti di cambiare due, a volte anche tre personaggi, rimanendo però all’interno di un percorso concettuale unitario e definito. Meglio il primo atto, in cui le idee, le immagini si enucleano l’una nell’altra e gemmano con una fluidità e una tensione che, nel secondo tempo, non rimane così alta, pur nella compattezza e nella coerenza del linguaggio.

Zio Vanja - disegno di Renzo Francabandera

Zio Vanja in un disegno di Renzo Francabandera

Chiude la rassegna il più classico dei classici teatrali, lo “Zio Vanja” di Checov: Dodin riesce, con un allestimento in fondo tradizionale e filologico, a far rivivere il senso di un’umanità avvinta ad un destino di sconfitta, dal quale neanche i presunti fortunati sono esenti. Qui gli interpreti sono sempre e solo se stessi. La dimensione ambientale è quella di una casa di cui vediamo in scheletro il soffitto, sopra il quale enormi govoni di paglia restano incombenti per tutta la messa in scena.

Solo nel disperato finale, quando Vanja tira fuori il pallottoliere per rimettere mano ai conti e alle usate carte allo stesso tavolo con la sua triste giovane convivente che si rassegna al suo destino, i govoni verranno calati sul palcoscenico, emblema di un’immanenza inevitabile, di un fato, di una sorta di biblica maledizione al lavoro, al sudore, masaccesca cacciata da un paradiso che, di fatto, non hanno conosciuto mai, e a cui guardano consapevoli sia una vana speranza.

Qui la messa in scena è ad orologeria. Nulla sfugge ad un controllo registico che non indugia in alcuno sperimentalismo se non quello sul corpo e l’anima dell’attore. E tutto riesce, senza sbavature, senza ardimenti, nella scia dei più tradizionali allestimenti russi, proprio come uno se li immaginerebbe. Perché il testo classico rimane una pietra di confronto importante e ineludibile. E Dodin dimostra di saper produrre allestimenti classici viventi, motori di una forza creativa che, come lui stesso ha raccontato in un incontro al pubblico milanese, è creativa nel senso del dar vita, del generare. E generare qualcosa che sia classico senza essere vecchio è di per se stesso un ardimento concettuale di non agevole portata.

Vita e destino
di Vasilij Grossman
regia Lev Dodin
produzione Malij Teatr San Pietroburgo
con il sostegno del Ministero della Cultura della Federazione Russa
durata: 3h con intervallo
applausi del pubblico: 4′ 32”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 25 ottobre 2011

Zio Vanja
di Anton Cechov
regia Lev Dodin
produzione Malij Teatr San Pietroburgo
con il sostegno del Ministero della Cultura della Federazione Russa
durata: 3h 15′ con intervallo
applausi del pubblico: 4,32

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 30 ottobre 2011

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