56° Santarcangelo Festival: l’arte riflette sulle deep pressures del mondo

HA (ph: Peteris Viksna)
HA (ph: Peteris Viksna)

La città-festival, invasa da 35 compagnie italiane ed estere, fa sold-out ad ogni evento trattando tematiche di forte impatto

Un grande entusiasmo ma anche un pizzico di malinconia hanno contraddistinto la 56^ edizione di Santarcangelo Festival, visto l’ultimo mandato di Tomasz Kireńczuk, drammaturgo e critico teatrale polacco che negli ultimi cinque anni ha curato la direzione, e che dopo Santarcangelo vedrà intraprendere un nuovo percorso presso il centro di produzione brut di Vienna.

Al brindisi d’apertura, il sindaco Filippo Sacchetti e Gessica Allegni, assessore alla cultura della Regione Emilia-Romagna, hanno rinnovato l’importanza di sostenere il festival, “uno dei patrimoni culturali più preziosi dell’Emilia Romagna e del Paese intero”. Lo scorso anno, insieme al direttore e al presidente dell’associazione Santarcangelo dei Teatri, Giovanni Boccia Artieri, si erano battuti in prima linea per difendere le sorti del festival dagli “attacchi” ministeriali, che avevano rischiato di declassarlo. Ad oggi il festival sembra esserne uscito con determinazione, persino rafforzato, portando avanti un programma ricco ed intenso.

Il borgo medievale di Santarcangelo si è così trasformato, per dieci giorni, in un teatro multi-spazio, presentando un centinaio di eventi, al chiuso e all’aperto, in ogni sorta di luogo – convenzionale e non – ospitando 35 compagnie italiane ed internazionali. “È un momento di respiro comune” riflette Kireńczuk, un momento di condivisione in cui l’esperienza artistica mette in moto la capacità trasformativa insita in ognuno di noi, spronandoci a non rimanere inermi davanti alle pressioni che condizionano il modo in cui viviamo. Ecco perché il claim di questa edizione (deep pressures) è stato volutamente declinato al plurale, come ci ha spiegato lo stesso direttore in una recente intervista, per sottolineare la complessità di un presente globale e caotico che spesso ci schiaccia e divide. Ma l’arte, in quanto esperienza estetica e politica, invita a non chiuderci davanti a tutto questo, perché è nell’unione che le fragilità possono diventare forza, resistenza, trasformazione.

Come nelle precedenti edizioni guidate da Kireńczuk, fulcro dei lavori sono stati i corpi, questi “archivi viventi di memoria” che assorbono le tensioni geopolitiche, sociali ed economiche, riportando su di sé ferite, immagini, ricordi, visioni.
L’arte performativa qui proposta, in bilico fra teatro e danza, abbraccia prospettive femministe, queer, ecologiste, antirazziste e decoloniali attraverso esperienze immersive totalizzanti, che talvolta partono dalle autobiografie degli artisti o da istanze politiche.
Le posture, gli schemi, le direzioni, i movimenti e le ripetizioni, che scuotono o disciplinano i corpi, che li aprono o li chiudono, che li piegano o li spezzano, che li valorizzano o li denigrano, sono i vocaboli di un linguaggio universale che parlano allo spettatore – in maniera concreta e diretta, ma anche allusiva e metaforica – delle contraddizioni che caratterizzano la nostra epoca.

Tra i vari elementi corporei che hanno composto il dizionario del festival troviamo in maniera ricorrente il respiro, con drammaturgie fisiche e vocali che nascono dalle ricerche sulle potenzialità espressive/comunicative/identitarie di questo atto fisiologico.

Respiro e voce sono quindi il fulcro di “HA” di Jana Jacuka, artista lettone che ha realizzato questa performance al termine del master presso il DAS Theatre di Amsterdam.
In piedi, vestita di nero, in una scena vuota, Jacuka è completamente bianca. Guarda a lungo gli spettatori, uno ad uno. Poi inizia il testo, che pronuncia con tono neutro, senza espressione, come fosse l’elenco della spesa, inframmezzandolo di frequente con una risata finta, che viene semplicemente eseguita, creando un insolito effetto comico.
Nonostante la ripetitività di questo meccanismo drammaturgico, la cornice sorregge l’intera sperimentazione con leggerezza: Jana gioca con lo sguardo, crea sonorità con i movimenti della bocca e della lingua, col respiro e i soffi. Esplora il volume e le altezze della voce, i timbri gutturali e cavernosi, quelli striduli e gracchianti. Crea drammaturgie col silenzio e i singhiozzi, con l’inspirazione e l’espirazione, accompagnando l’acustica con il corpo, con gesti che paiono poter afferrare il suono, conferendovi materialità.
La scena è vuota ma piena, fin quasi ad esplodere con quei suoni cavernosi che l’artista riesce ad emettere stando a quattro zampe e richiamano un vulcano in eruzione.
La performance procede fra testi quotidiani, ripetizioni di HA (da cui il titolo) e suoni sempre nuovi: urla, versi, battiti, movimenti e percussioni del corpo. Un lavoro insolito per il Santarcangelo degli ultimi anni, che forse non aveva ancora toccato picchi così estremi legati alle pratiche vocali.

KMs of Resistence
KMs of Resistence

La sonorità del respiro è oggetto di ricerca in numerose proposte in programma che, non a caso, ha aperto con una performance in cui il respiro è motore della drammaturgia e della proposta coreografica.
Si tratta di “KMs of Resistence” del coreografo e danzatore marocchino Mehdi Dahkan che vediamo in scena insieme a Mohamed Bouriri su una semplice pedana, collocata nell’affascinante contesto naturalistico del parco Baden Powell.
Qui il respiro è protagonista di una coreografia a due, in cui l’espirazione è un atto sonoro drammatico di chi lotta per la sopravvivenza, attraversando mari e deserti, nella speranza di trovare la salvezza. I performer strisciano a quattro zampe, tra due cerchi concentrici di sabbia, ansimano in maniera ritmata e voluminosa, talvolta all’unisono, altre in sequenza. La ricerca spasmodica di aria coinvolge l’intero corpo, dando vita a una danza meccanica e animalesca, tra scatti e movimenti spezzati, con sequenze ripetitive e oscillanti che portano allo sfinimento.
I due si sorreggono a vicenda per resistere e non soccombere, sino a fondersi nel corpo e nel respiro, inalando ed esalando l’uno nella bocca dell’altro. Il bisogno di soccorso e di empatia arriva a coinvolgere anche gli spettatori, che hanno il compito di soffiare sui corpi dei performer come una carezza lieve o un atto di cura.

Un altro duo con un’intensa complicità dei corpi e una drammaturgia ben strutturata è “In relation to whom?” di Marah Haj Hussein e Nur Garabli, danzatrici originarie della attuale Palestina occupata, alla loro prima collaborazione assieme.
In cerca di un terreno comune, si trovano a decostruire il linguaggio della danza tradizionale israeliana, andando a rintracciare le contaminazioni con l’addestramento militare all’interno della propria formazione coreutica. Il tutto avviene sotto forma di gioco, con grande complicità: i corpi si ascoltano e si cercano, si sorreggono a vicenda, si imitano l’un l’altro e si uniscono in un’unica figura.
La coreografia, dal sapore estemporaneo, è collocata all’interno di una drammaturgia testuale didascalica e puntuale. Ogni gesto e movimento viene passato in rassegna, provato e analizzato sulla scena, associandolo al vocabolo esatto che lo identifica, insieme alla sua definizione, come a comporre un dizionario comune, una base di partenza per poi trovare un modo personale e spontaneo d’abitare il corpo.
Insieme è possibile scrollarsi di dosso i condizionamenti? Trovare nuove direzioni da percorrere? La chiave sembra essere la consapevolezza delle proprie origini, la valorizzazione della bellezza della propria cultura, per lasciarsi andare alla fluidità e alla sinuosità dei movimenti e dell’essere femminile.

Troviamo una relazione particolarmente significativa tra due corpi anche in “CLAP & SLAP” di Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev, che propongono una drammaturgia composita tra video, testi, proiezioni e movimenti reiterati. Qui il corpo viene esposto nella sua vulnerabilità in un contesto emergenziale: le azioni di protesta contro l’invasione russa in Ucraina.
In scena i due performer sorreggono una transenna, perfettamente immobili. Contemporaneamente due schermi proiettano i loro volti in primo piano, in un apparente “chiacchiericcio” da cui emergono questioni legate alla loro identità nazionale. Igor, nato in Bielorussia e residente a Varsavia, è fuggito all’estero perché rischia il carcere per aver partecipato alle proteste di Minsk. Agnietė è lituana e ha scelto di non collaborare più con artisti russofoni.
Dal loro incontro nasce uno spettacolo tagliente e raffinato, in equilibrio tra autobiografia e geopolitica, capace d’esplorare le tensioni scaturite nell’Europa orientale con lo scoppio della guerra.
Tutto ruota intorno al corpo che, nella sua fragilità, accoglie e subisce la violenza, la paura, i sensi di colpa, facendosi luogo di resistenza e protesta. I performer si colpiscono ripetutamente la spalla con una mano, in un sorta di rituale autolesionista e denigratorio che fa da preambolo a un combattimento a suon di schiaffi in faccia. Il rumore dei colpi, dei battiti e dei passi danno vita a una sequenza ritmica/musicale di body percussion in cui il corpo trova la forza di sopportare e andare avanti. Gli spettatori vengono invitati a partecipare a questa dinamica attraverso un’azione collettiva (l’applauso) che sotto a un’apparenza giocosa mette in luce la violenza a cui tutti contribuiamo in maniera più o meno consapevole, spronandoci a riconoscere le nostre responsabilità individuali e collettive.
Lo sguardo dello spettatore viene sfidato e portato al limite della sopportazione. Le mani e le spalle rosse di Igor e Agnietė sono reali, perciò il pubblico smette d’applaudire per non sentirsi complice di quei colpi perpetuati e del messaggio metaforico che portano con sé.
Come accaduto in altri spettacoli visti nelle ultime edizioni, ci si vorrebbe alzare in piedi e fuggire al turbamento che l’azione scenica provoca in noi.

Joyaux Lourdement Sous-estimés (ph: Tomas Laranjo)
Joyaux Lourdement Sous-estimés (ph: Tomas Laranjo)

Accade anche in “Joyaux Lourdement Sous-estimés”, ogni qual volta i performer subiscono degli urti sulla schiena. Al centro di questo lavoro di Bast Hippocrate, in scena insieme a William Cardoso, troviamo la tensione erotica tra due uomini, che poco alla volta trasforma la relazione d’amore in possessione.
Inizialmente i due sono in piedi, su una piccola pedana rotante, da cui non paiono poter scendere. I loro corpi sono intrecciati, avvinghiati in un abbraccio infinito, si scambiano dolci carezze con una lentezza quasi assordante, mentre un fascio di luce fluorescente li avvolge languidamente. L’amplesso, intrappolato nel chiarore cangiante, sembra fluttuare nell’acqua, librarsi in aria, espandersi tra il vapore, mentre il tempo pare non passare mai.
All’improvviso però tutto cambia e l’idillio crolla. Iniziano le prime cadute, i corpi si afferrano e si mollano, si buttano e si sbattono. L’amore diventa dominio, affanno, dolore, trasformando l’abbraccio in scontro.
Anche in questa produzione troviamo un utilizzo marcato della sonorità fisica della danza come elemento perturbante: l’impatto dei corpi al suolo, l’attrito, il respiro affannato conferiscono drammaticità al movimento, andando a ledere la sensibilità degli spettatori. “Joyaux Lourdement Sous-estimés” termina con un andamento pop che cerca di ribaltare gli esiti di quell’amore con una sorta di balletto-redenzione, mettendo in luce quanto possa essere sottile la linea che separa amore e odio in una relazione disfunzionale.

E “Odio” è proprio il titolo di un altro lavoro, molto diverso per linguaggio adottato, realizzato dai Motus. Si tratta di un documentario, girato nel 24/25, che affonda le radici in un lungo studio sul romanzo “Frankenstein” di Mary Shelley, che aveva già dato vita a due spettacoli precedenti.
Facendo riferimento al motore emotivo del protagonista, che sentendosi rifiutato dalla società diventa violento, “Odio” pone lo sguardo sul nostro presente, andando a indagare fenomeni di pregiudizio, discriminazione, bullismo, razzismo, omofobia e femminicidio.
Al centro un interrogativo: come fanno delle creature innocenti a diventare violente? I registi Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, seguendo le suggestioni del romanzo “Odio. Il potere della resistenza” della scrittrice kurdo-tedesca Seyda Kurt, elaborano 20 domande intorno alla parola odio, che rivolgono a bambini, ragazzi e giovani adulti di nazionalità e background culturali diversi.
Sullo schermo le parole e i volti dei migranti della Casa Gallo di Rimini, di un gruppo di bambini del Quarticciolo di Roma, degli studenti di un liceo classico e della comunità queer del Kampnagel di Amburgo.
La drammaturgia frammentaria, ricca di dettagli e primi piani, ci restituisce ogni intervista con intensità, offrendoci uno spaccato doloroso sulle motivazioni che spingono le persone a odiare o a sentirsi odiate all’interno della società. Alcune sono riuscite a superare quell’odio e a trasformarlo, altre ne portano ancora i segni sul corpo e nell’anima. Un lavoro estremamente coinvolgente, concreto, reale, che sa scandagliare i confini dell’umano in maniera viscerale, riuscendo a veicolare un messaggio di denuncia senza retorica sulle nuove marginalità.

Bow
Bow

Violenza e aggressività anche in “Bow”, l’ultimo lavoro di Wojciech Grudziński, una performance site-specific pensata appositamente per la centrale piazza Ganganelli. Già presentato nelle scorse edizioni, l’artista polacco porta a termine la sua ricerca sulla natura dell’inchino con questo spettacolo.
In scena tre performer (tra cui l’autore) propongono movimenti estremi, ossessivi e reiterati. I corpi si piegano, dall’alto in basso, a tutta velocità, fino allo sfinimento, fino a cadere a quattro zampe come bestie affannate. Hanno la schiena nera di tatuaggi e vestiti con brandelli di stoffa. Sono avvolti nel fumo, schiacciati da un bordone assordante e sui loro muscoli ricade una luce tremante. Lo sguardo dello spettatore, messo alla prova dalla ripetitività, si sente coinvolto dalla fatica dei corpi, apparentemente sottomessi ma che non perdono mai il controllo, carichi di forza, magnetismo ed energia.

In questa produzione, così come in altri spettacoli del programma, ritroviamo diversi elementi che hanno caratterizzato le ultime cinque edizioni: oltre ad alcuni dettagli più estetici o all’esplorazione di nuovi codici performativi, emergono il sostegno alla ricerca sul lungo periodo, la sfida allo sguardo dello spettatore e la forte presenza di artisti della nuova generazione.
Quest’anno si sono registrati sold-out a tutti gli eventi, grazie ad una proposta multidisciplinare e diffusa che, oltre a Santarcangelo, ha toccato Longiano, Rimini, Mondaino e San Marino, registrando più di 24.000 presenze, in linea con la scorsa edizione.
A breve il nuovo direttore artistico, Luigi Noah De Angelis, s’insedierà a Santarcangelo per dirigere quello che rimane il festival più longevo d’Italia. E noi siamo già curiosi di tornare per scoprirne gli indirizzi futuri.

HA 
coreografia e interpretazione Jana Jacuka
tutoraggio Miguel Melgares
consulenza esterna Bruno Listopad, Ira Brand
sguardo esterno e consulenza drammaturgica Eva Susova, Sam Scheuermann, Toni Steffens
consulenza testi Joachim Robbrecht
editing testi (in collaborazione con) Nicolas Lange
consulenza vocale Moa Holgersson, Monica Janssen, Maria Magdalena Kozłowska
graphic design Estere Betija Gravere
fotografia Peteris Viksna
coproduzione Theater on Gertrudes Street
relazioni internazionali Suzy Blok
fonte di ispirazione “A Mouthful of Tongues”

KMs of Resistence 
coreografia Mehdi Dahkan
performer Mehdi Dahkan, Mohamed Bouriri
supporto drammaturgico Alice Ripoll
produzione Cie Jil Z
coproduzioni Forecast Platform, Ettijahat – Independent Culture, AFAC – Arab Fund for Arts & Culture, IN SITU Platform, CNAREP – Lieux Publics, Fonds Enowe-Artagon, Centre Chorégraphique National Le Havre, PimOff Theater Milano, Institut Français du Maroc
progetto realizzato con il supporto di Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea
con il sostegno di Istituti Culturali della Repubblica di San Marino

In relation to whom? 
concept, interpretazione Marah Haj Hussein, Nur Garabli
drammaturgia, collaborazione artistica Krystel Khoury
light design Pôl Seif
scenografia Agnese Forlani
composizione, esecuzione musicale Verena Rizzo
tecnico del suono Korin Rizzo
costumi Smila Zinecker
responsabile di produzione Ehren Verrelst
produzione Monty
coproduzione Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon, Théâtre de Strasbourg

CLAP & SLAP 
ideazione e coreografia Agnietė Lisičkinaitė, Igor Shugaleev
performer Agnietė Lisičkinaitė, Igor Shugaleev
composizione Agne Matulevičiūtė
scenografia Oles Makukhin
drammaturgia Bush Hartsorn
consulente alla regia Olga Lapina
light design Povilas Laurinaitis
produzione Be company / Agnietė Lisičkinaitė
con il sostegno di Lithuanian Culture Council
residenze artistiche Radialsystem, Studio ALTA, Bora Bora Dance Center, Santarcangelo Festival
progetto realizzato con il supporto di Adam Mickiewicz Institute e cofinanziato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia, con il sostegno di Istituto Polacco di Roma
parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana

Joyaux Lourdement Sous-estimés 
direzione artistica e interpretazione Bast Hippocrate
interpretazione William Cardoso
light design Tiki Bordin
musica e sound design Golce Kummer
sound e speaker design Thibault Villard
costumi Zoé Marmier
drammaturgia Sélima Chibout
sguardo esterno David Weshaar, Mélissa Guex
consulenza editoriale Noémi Schaub
gioielli Capucine Jewelry
produzione e diffusione Maxine Devaud / oh la la – performing arts production
riprese video Sophie Berset
fotografia Salomé Guyot, Giorgia Filippini, Lazy Suzy
creato da Jonas Maria Droste in collaborazione con Jen Rosenblit
progetto realizzato con il supporto di Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia
Odio di Motus
concept, interpretazione Marah Haj Hussein, Nur Garabli
drammaturgia, collaborazione artistica Krystel Khoury
light design Pôl Seif
scenografia Agnese Forlani
composizione, esecuzione musicale Verena Rizzo
tecnico del suono Korin Rizzo
costumi Smila Zinecker
responsabile di produzione Ehren Verrelst
produzione Monty
coproduzione Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon, Théâtre de Strasbourg

BOW
concept, coreografia di Wojciech Grudziński
creazione, danza Tamara Briks, Wojciech Grudziński, Ana Kuszarecka
musica Wojciech Blecharz
luci Jacqueline Sobiszewski
video Rafał Dominik
costumi Marta Szypulska
collaborazione artistica Igor Cardellini
persone coinvolte nelle fasi iniziali del lavoro Joanna Ostrowska, Szymon Adamczak, Katarzyna Szugajew, Billy Morgan, Klaudia Hartung-Wójciak, Miguel Angel Melgares, Marta Keil
responsabile di produzione Filip Pawlak
produzione Pawilon Tanca
progetto realizzato con il supporto di Fonds Podiumkunsten (Performing Arts Fund NL), Adam Mickiewicz Institute e cofinanziato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia
con il sostegno di Istituto Polacco di Roma
spettacolo offerto da Tenuta Sant’Aquilina

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