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Alberto Oliva a Broadway: “Con Lord Nil ho diretto lo spettacolo più pericoloso di New York”

Lord Nil e Oliva

Lord Nil e Oliva

Dopo un mese di repliche allo Stage 42, si è chiusa a fine agosto l’esperienza americana di “Lord Nil: 7 Deadly Sins”. A dirigere lo show, il regista milanese, al suo debutto internazionale. L’incontro fra due artisti italiani, in una sfida tra rischio, visione e corpo

Il 27 luglio scorso, a due passi da Times Square, è andato in scena qualcosa di raro. “Lord Nil: 7 Deadly Sins”, spettacolo ibrido tra teatro fisico, escapologia estrema e costruzione narrativa, ha segnato il debutto americano di due italiani: Simone Gatti, escapologo noto con il nome d’arte Lord Nil, e Alberto Oliva, regista teatrale milanese e una passione per la scrittura giornalistica.
Il primo ha costruito la sua carriera su numeri ad alto tasso di pericolo, dove catene, acqua e fuoco non sono trucchi ma materia viva. Il secondo si distingue, nel teatro italiano, per uno stile che coniuga eleganza e pensiero.

Il loro incontro risale ad alcuni anni fa, quando Oliva stava cercando un illusionista per un adattamento di Dostoevskij. Tra i due scattò una sintonia immediata. Il sogno comune di lavorare insieme ha preso forma con “7 Deadly Sins”, che ha concluso le repliche americane lo scorso 31 agosto.
Abbiamo parlato con Alberto Oliva del processo creativo, delle emozioni del debutto a Broadway, delle differenze culturali tra Italia e Stati Uniti. E, naturalmente, di cosa significhi dirigere uno spettacolo dove ogni sera si rischia davvero la vita.

Alberto, il tuo debutto a New York segna l’ingresso nella scena teatrale internazionale. Quali emozioni hai provato quando lo spettacolo ha aperto a Stage 42, e come ti sei preparato per questa sfida così fuori dagli schemi?
Debuttare a New York è stata un’emozione unica, quasi irreale. Amo questa città, ci ero stato solo in vacanza e avevo sempre pensato che mi sarebbe piaciuto lavorarci. Ma non avrei mai immaginato che sarebbe accaduto in una forma così spettacolare, con le nostre locandine su Times Square, tra i musical più importanti del mondo. Ricordo benissimo l’apertura della prima sera: vedere il pubblico entrare, l’applauso finale, salire sul palco con tutto il team… è stato come vivere in un sogno.
Mi sono preparato studiando molto: video di escapologia, spettacoli di magia, show americani. Ho cercato di capire i codici, ma allo stesso tempo ho voluto restare fedele al mio sguardo. Non mi hanno chiamato per fare un prodotto già visto, ma per portare una visione diversa. E così ho fatto.

Il tuo stile è noto per l’equilibrio tra arte e precisione scenica. Come si è adattato a uno spettacolo dove l’azione è costante e il rischio è palpabile?
È stato complicato, ma molto stimolante. Io vengo da un teatro dove il testo e la psicologia dei personaggi sono centrali. Qui il rischio era concreto, fisico. Ma ho cercato di portare anche dentro questo mondo la mia cifra: costruire una narrazione coerente, alternare momenti di forte impatto visivo a passaggi più interiori. Volevo che lo spettatore non solo restasse col fiato sospeso, ma sentisse anche un’evoluzione, un percorso emotivo.

In che modo hai costruito la collaborazione con Lord Nil e con un team così internazionale, riuscendo a mantenere una coerenza visiva e drammaturgica?
Lord Nil è una persona con una visione precisa e un carattere forte, ma anche molto aperta al confronto. Ha creato una squadra compatta, sia sul piano umano sia su quello professionale. È stato bello sentirmi parte di questo gruppo e poter lavorare con artisti come Stefano Alessandrino per la coreografia, Erik Ventrice per la musica, e Marta Licata all’ideazione e scrittura.
Mi hanno chiesto di essere autentico, di portare le mie competenze. Non è stato sempre facile: ci sono stati momenti in cui ho dubitato di me stesso, ma era proprio quel dubbio che Simone voleva. Voleva che io spingessi lo spettacolo fuori dagli schemi dell’intrattenimento puro. E credo che alla fine ci siamo riusciti.

Lo spettacolo si basa su prove pericolose. Come hai affrontato questa responsabilità come regista?
Con grande attenzione e rispetto. Il pericolo è reale: non c’è trucco. Catene, acqua, fuoco, fumo… tutto è vero. E il mio compito era far sì che il pubblico lo percepisse. Spesso si tende a pensare che sia tutto simulato. Invece no. Ho lavorato per rendere la tensione tangibile, costruendo scene dove lo spettatore potesse sentire sulla pelle il rischio. È stata una responsabilità forte, anche emotivamente.

7 Deadly Sins

I sette peccati capitali sono il filo conduttore dello spettacolo. Come li avete tradotti in azione scenica e prove fisiche?
Ogni numero nasce da un confronto profondo tra Simone e il team creativo. Lavorano da anni con uno scenografo abruzzese che ha brevettato macchinari unici. Ma nel gruppo ci sono anche ingegneri, psicologi, psichiatri. Tutto è pensato per raccontare visivamente e fisicamente un peccato: la gola, l’ira, l’invidia… Ogni numero è inedito, studiato per collegarsi agli altri con un filo narrativo. La scenografia non è un fondale: è un vero partner drammaturgico.

Lo spettacolo dura poco più di un’ora, senza intervallo. Come sei riuscito a mantenere alta l’intensità per tutto il tempo?
Abbiamo costruito una drammaturgia precisa, quasi musicale. Ogni numero di escapologia è incastonato in una progressione emotiva. Ho creato un personaggio guida: Vice, la Tentazione, interpretata da Steph Payne. È lei a introdurre i numeri, a dialogare con il pubblico, a incarnare il lato oscuro. Senza di lei, sarebbe stato solo un susseguirsi di prove. Invece abbiamo dato un ritmo, un senso, una tensione che cresce minuto dopo minuto.

Quali sono state le reazioni del pubblico americano rispetto a quelle italiane?
Molto diverse. In Italia uno spettacolo così ibrido fatica ancora a essere compreso. Gli americani, invece, vivono il teatro con entusiasmo fisico. Applaudono, urlano, si alzano in piedi, si emozionano. Partecipano davvero. Alcuni sono saliti sul palco durante le repliche. È un’energia che ti travolge. Non cercano spiegazioni, vogliono vivere un’esperienza. Da questo punto di vista, è stato bellissimo. Una lezione anche per noi.

Ora che l’esperienza newyorkese si è conclusa, che traccia pensi di aver lasciato? E cosa ti porti a casa?
È difficile dirlo ora. So solo che è stata un’avventura che mi ha cambiato. Non so se avrà ricadute immediate sulla mia carriera, ma sicuramente mi ha aperto nuovi orizzonti. Mi ha confermato che la curiosità è il mio motore. Come quando mi sono lanciato nell’opera lirica dieci anni fa, anche stavolta ho sentito che valeva la pena buttarsi. Ho incontrato professionisti straordinari e respirare un’aria internazionale è stato un arricchimento enorme. Purtroppo, l’Italia è ancora molto provinciale.

Com’è stato confrontarsi con il sistema produttivo americano?
La nostra esperienza americana è stata particolare perché siamo partiti da una produzione indipendente, costruita dal basso, passo dopo passo, da veri outsider alla conquista di New York. Il primo a credere in Lord Nil è stato Rainer Hackl, produttore tedesco che ha sostenuto prove e allestimento. Poi si è aggiunto un mecenate olandese, generosissimo, che ha voluto finanziare il debutto oltreoceano. Infine sono arrivati gli americani, che hanno visto il potenziale e ci hanno portato fino a Broadway, prima ancora di Las Vegas. È stato un percorso di grande crescita che mi ha confermato una cosa: credere nei sogni è possibile, se ci sono determinazione, dedizione e un pizzico di fortuna. Nel lavoro, americani e italiani sono molto diversi. Noi siamo più creativi, con una capacità di problem solving spesso più efficace. Loro lavorano con procedure rigide e protocolli precisi: sono eccellenti nel lato tecnico, ma mancano di improvvisazione, elasticità e flessibilità. Questo ha reso difficile amalgamare le due mentalità. Quello che però invidio è la loro capacità di creare strutture affidabili, ripetibili e scalabili, al limite dell’infallibilità. Invece, sul piano creativo preferisco lo staff italiano: sappiamo cambiare in corsa, non ci facciamo scoraggiare dalle difficoltà operative e sappiamo rivoluzionare lo spettacolo anche a pochi giorni dal debutto se sentiamo che ne vale la pena. Questo ci dà freschezza, istinto e una marcia in più sul piano artistico.

Umanamente e professionalmente, cosa ti ha colpito di più del modo in cui si fa teatro a Broadway?
Mi ha colpito la loro leggerezza. Sono serissimi nel mestiere, ma sanno divertirsi. Non sono appesantiti da ideologie o da sensi di missione. Noi italiani a volte siamo troppo drammatici: pensiamo che il teatro debba salvare il mondo. E finiamo per lavorare in condizioni assurde, perché “l’arte lo esige”. Invece il teatro è anche gioco, piacere, mestiere. Gli americani lo vivono così: con gioia, ma anche con grande rispetto per i professionisti. Questo equilibrio, secondo me, è la chiave.

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