“Antenate” di Marina Rippa: raccontare il passato per leggere il presente

Ph: Sara Petrachi
Ph: Sara Petrachi

All’Archivio di Stato di Napoli documenti, memorie e racconti di donne in un viaggio tra genealogie femminili ed eredità invisibili

Il luogo e la memoria, i faldoni impolverati, plichi che giacciono a guardia e conservazione di un passato che va dal tempo remoto a quello prossimo, l’aria pregna, gli scaffali ingombri, lo sguardo che si perde panoramico da una sala all’altra: l’Archivio di Stato di Napoli è respiro di storia, alla scoperta d’un cui brandello ci conduce dapprima una voce registrata che si diffonde nell’etere; ci racconta cosa sia l’Archivio, quando nacque (nel 1808) e cosa conservi, mentre tre donne ci guidano verso la messinscena attraverso un corridoio scandito da faldoni impilati in alti scaffali dalle ante a grate.

A guidarle e seguirle con lo sguardo è Marina Rippa che da oltre un decennio con f. pl. femminile plurale porta avanti un lavoro encomiabile, in cui significato sociale e valore artistico trovano felice sintesi.

Le nostre guide designate, abbigliate tutte allo stesso modo – una maglia nera e una gonna bianca, “divisa” di scena che accomunerà tutte le interpreti – ci precedono cadenzando tre passi avanti e due indietro, come a volerci invitare preventivamente ad accomodarci a un ritmo narrativo che suggerisca di guardare avanti continuando a soffermarci su ciò che è già stato.

L’Archivio Storico è custode da secoli di documenti sia pubblici che privati, ed è proprio la commistione tra queste due dimensioni, quella pubblica e quella privata, a racchiudere una delle chiavi di volta di questo spettacolo, ovvero il senso della storia, quella con la “S” maiuscola che si compone al suo interno di tante storie con la “s” minuscola ma non per questo meno meritevoli d’esser raccontate, custodite e tramandate, proprio perché è dalla loro somma magmatica e spesso nebulosa che si compone non solo la Storia (quella maiuscola) ma anche se non soprattutto l’immaginario collettivo di una comunità, il sostrato umano, sociale e valoriale nel quale affondano le radici più profonde di un popolo, o almeno di una sua parte cospicua e significativa.

Ph: Sara Petrachi
Ph: Sara Petrachi

Si accede alla Sala della Sommaria, in cui lo spettacolo propriamente detto avrà luogo, prima dell’epilogo che ci vedrà spostarci in un ambiente attiguo; l’intera sala è circondata da scaffalature in legno, noi spettatori prendiamo posto sugli sgabelli posizionati in mezzo al lungo spazio rettangolare, mentre le donne ci circondano e s’accingono ad ammannirci il loro rosario di narrazioni. Ciascuna di loro ha in mano un oggetto, elemento metonimico della storia che andrà a raccontare: un ventaglio, uno specchio, una medaglia, una piccola bilancia, una lettera, una collana o qualche altra chincaglieria, un drappo di stoffa o una grattugia. Tutte le accomuna un filo di perle al collo, tutte toccano questa collana per ribadire che “la dignità non si paga”, vero e proprio claim che come un filo rosso (o meglio, in questo caso, un filo di perle), lega l’essenza di ciò che ascolteremo.

Raccontano storie di ordinaria povertà, tutte vere, tutte desunte da un passato remoto e testimoniato, appartenuto a nonne, bisnonne, prozie, molte se non tutte figlie numerose di famiglie indigenti, ognuna con una vicenda più o meno triste e cruenta da raccontare, storie fatte di abbandoni, rinunce, promesse dapprima accolte con speranza e infine disilluse da destini poco fausti.
C’è aria di famiglia in quei racconti, provenienti dalle vite vissute da donne di cui le attrici in scena sono realmente discendenti; sono storie che hanno il sapore antico dei fatterelli che un tempo venivano raccontati davanti a un camino o attorno a un braciere nelle sere d’inverno da chi si faceva carico di trasmettere il patrimonio memoriale del proprio passato famigliare, così portando il proprio mattoncino alla costruzione di una genealogia popolare.

Ferma ciascuna sul posto a farsi latrice del proprio patrimonio memoriale, le attrici che circondano panoramicamente la platea a turno prendono la parola e raccontano ognuna della propria antenata, ci dicono di giovani spose abbandonate e matrimoni infelici, di bastimenti partiti per terre assai lontane e di occhi mai più rivisti, di grandi amori struggenti e di tradimenti puniti a forza di grattugia accanendosi sulle pudenda di una rivale in amore, di scaramantica credulità popolare e di soldi guadagnati facendo borsa nera in tempo di guerra. Ad ogni storia corrisponde un oggetto, ad ogni scena fa da corona un senso della dignità fermamente rivendicato.

Le diciannove donne che si dividono la scena possiedono potenza evocativa rafforzata dall’appartenenza endemica alle storie che raccontano: in loro rivivono le antenate che le hanno precedute nei luoghi che esse stesse abitano oggi, a spanne riconducibili a quei quartieri centrali del cuore di Napoli, coi vicoli stretti e le mura porose, con la vita da reinventare ogni giorno e il piglio volitivo di chi non s’arrende a soccombere a qualunque rovescio. Ed è come se quei corpi narranti fossero casse armoniche in cui risuona l’eco di un passato vivido e a cui il presente resta in qualche modo tributario, legato da alcunché di ancestrale che passa da una epoca alla successiva e poi a quella dopo ancora. Sicché la suggestione è forte e trasmette la sensazione di assistere alla trasmissione orale di un patrimonio non del tutto tangibile, perché delegato a passare di bocca in bocca, da una generazione alla successiva. Donne come novelli aedi, alle cui voci corrispondono corpi di carne che, nel loro farsi teatro, fermano l’istante e imprimono regesto di storie passate nel presente.

Ph: Sara Petrachi
Ph: Sara Petrachi

Ed è proprio questo il senso ultimo che “Antenate” si lascia dietro: le interpreti ci precedono in un’altra ampia sala, occupano le balconate del ballatoio in alto lungo tutto il perimetro di quest’ulteriore ambiente; ognuna ha in mano un libro luminoso, ognuna ci declina le generalità delle antenate di cui ci ha raccontato, donne nate tra il 1850 e il 1934; ciascuna ci ha aperto il libro della propria memoria storica, affinché potessimo conoscere e comprendere.

Restiamo col naso in su, ad ascoltare e a fare nostre quelle storie, che un po’ nostre forse lo sono pure, semai un giorno c’è capitato di ascoltare da una nonna o da una zia racconti da focolare, da libri d’altre vite provenienti da un tempo lontano ma che abbiamo percepito presenti e vicine. Sarà (anche) da questa affinità trasversale che scaturisce un generale senso d’empatia che si effonde nell’applauso finale.

Antenate – Il tempo del ricordo nella casa delle storie
una performance teatrale nell’Archivio di Stato di Napoli
ideazione e cura Marina Rippa per f.pl. femminile plurale
messinscena Marina Rippa
con Amelia Patierno, Anna Liguori, Anna Manzo, Anna Marigliano, Anna Patierno, Antonella Esposito, Flora Faliti, Flora Quarto, Giustina Cirillo, Ida Pollice, Iolanda Vasquez, Melina De Luca, Nunzia Patierno, Patrizia Iorio, Rosa Tarantino, Rosalba Fiorentino, Rosetta Lima, Susy Cerasuolo, Susy Martino
scene, costumi e oggetti Monica Costigliola
consulenza per il canto Fiorella Orazzo
disegno luci e tecnica Desideria Angeloni
foto di scena Sara Petrachi / Controlab
produzione f. pl. femminile plurale

durata: 1h
applausi del pubblico: 4’ 20’’

Visto a Napoli, Archivio di Stato, 12 giugno 2026

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