Art di Teatro della Tosse: l’arte come pretesto per un carnage sull’amicizia

Art (ph: Donato Aquaro)
Art (ph: Donato Aquaro)

Yasmina Reza vivisezionata da Emanuele Conte e Generazione Disagio: siamo noi quel quadro bianco indecifrabile?

«Non potrei mai scrivere per attori mediocri. La mia scrittura ripone completa fiducia nell’attore. Con un attore mediocre non resta più niente di una commedia; non più sottotesto; non più densità nei silenzi; non più perfidia. Niente».
Yasmina Reza, drammaturga francese autrice di perle immortalate anche dal cinema, come “Carnage”, ha sempre affermato di scrivere testi «solo per attori veri, artisti d’alto livello».
Capirete bene il banco di prova per Graziano Sirressi, Enrico Pittaluga e Luca Mammoli (Generazione Disagio) che, diretti da Emanuele Conte (Teatro della Tosse), hanno portato al Teatro Fontana di Milano “Art”, urticante commedia sull’arte e sull’amicizia.

“Art” è una pièce datata 1994. Trent’anni, per un dramma tradotto in trenta lingue. Interpreti sempre d’alto livello, anche in Italia. Ricordiamo la produzione Asterlizze del 2018, con Mauro Bernardi, Elio D’Alessandro e Christian La Rosa diretti da Alba Porto. E ancor prima, nel 2011, il successo del trio Alessandro Haber, Gigio Alberti e Alessio Boni, per la regia di Giampiero Solari.
Sembra quasi che tra una proposta e l’altra debba necessariamente passare qualche anno. Forse per il timore di un confronto. O forse perché è difficile trovare nuove sfumature per un testo già di una perfezione adamantina. Come aggiungere una pennellata di bianco a un quadro già bianco di suo.

E allora perché cimentarsi ancora con questo dramma? Forse perché “Art”, che è prima di tutto una radiografia dell’amicizia, sdogana sottotesti diversi a seconda degli interpreti e della relazione che li lega. E scava nelle crepe che venano anche l’amicizia più consolidata. Parafrasando Tolstoj, diremmo che «tutte le amicizie felici si somigliano; ogni amicizia infelice è invece infelice a modo suo».
Le amicizie, insomma, sono tutte uguali e tutte diverse. Vi entrano in gioco tutte le variabili dei rapporti umani; quale relazione infatti, anche la più intima o la più felice, non contempla qualche mezza verità, qualche bugia o qualche malinteso?

In “Art” Yasmina Reza affronta il tema della disintegrazione dell’arte di vivere in una civiltà che non crede più nella verità, tanto da essere incapace di discuterne serenamente. Qui abbiamo tre amici. Serge (Graziano Sirressi), economicamente agiato, si vanta di amare l’arte contemporanea. Quando inizia la spettacolo, ha appena acquistato un’opera a un prezzo esorbitante. È un dipinto del pittore (fittizio) Antrios: tutto bianco, con delle striature bianche. Pensiamo subito al “Quadrato bianco su sfondo bianco” di Malevitch (1918). Ma sul tema “bianco e pittura” l’elenco sarebbe lungo: da Robert Ryman a Ellsworth Kelly; da Ben Nicholson a Lucio Fontana.
Orgoglioso del suo acquisto, Serge mostra il dipinto all’amico Marc (Luca Mammoli), il quale reagisce con stupore sprezzante.
Sarà che Serge è un dermatologo e forse è affascinato dalla superficie delle cose. Sarà che Marc è un ingegnere aeronautico orgoglioso della propria razionalità, abituato a valutare le cose con sguardo altezzoso. La reazione di quest’ultimo è viscerale. L’acquisto di Serge lo turba. Yvan (Enrico Pittaluga) che completa il trio di amici, cerca di calmarlo. Yvan, perennemente in crisi e in psicoterapia, è pieno di scrupoli. Ha perso il lavoro come operaio tessile, e ora guadagna pochi spiccioli in una cartoleria. Sta per sposare una donna che non gli darà la felicità. Yvan dice che il dipinto non gli piace, ma neppure lo detesta. Aggiunge che non c’è niente di scandaloso in questo acquisto se piace a Serge. È qui che inizia, tra i protagonisti, una battaglia senza soluzione di colpi.

Il successo di “Art” deriva dalla semplice idea di una tela bianca su cui prendono forma i piccoli psicodrammi dell’amicizia. Ed ecco l’idea del regista Emanuele Conte: di non mettere in scena questo quadro, ma di piazzarlo idealmente tra palco e platea, come quarta parete: un punto da fissare nel vuoto; un mistero da contemplare. Quel quadro bianco allora, forse, siamo proprio noi. Noi uno, nessuno e centomila. Noi tabula rasa. Noi trasparenti e inquietanti. Noi impalpabili e irrilevanti. Oppure noi dotati di un valore incommensurabile, a seconda dell’occhio di chi ci guarda. Noi scialbi e senza colori. Oppure noi policromi, bianchi come la fusione e compresenza di tutti i colori. Noi che siamo come gli altri ci vedono: capolavoro o spazzatura.

La regia indugia anche sui tre protagonisti, isolati, liberati in un cono d’ombra, ingabbiati dentro un cono di luce (light design Matteo Selis). Finché non li ritroviamo spalle al muro davanti all’ennesimo rettangolo bianco. Con le loro ombre misteriose, dai contorni finalmente multicolori.
I personaggi sono sopraffatti dai loro nervi. In scena essi si staccano la patina della loro buona educazione borghese (evidenziata dai costumi di Daniela De Blasio) per rivelare il demone della loro vera natura.
Questo dramma semiserio ci invita a un dibattito sul valore dell’arte contemporanea, ma soprattutto ci sprofonda nei dolori dell’amicizia all’epoca del relativismo estetico e morale.
Bravissimi gli attori. La loro forza sta nell’assiduità di un rapporto umano e professionale consolidato negli anni. Nella molteplicità dei personaggi che ciascuno di loro interpreta indossando un’unica maschera. Nelle loro crisi esistenziali intercambiabili. Ciascuno di loro è portatore malato di dubbi nella misura in cui si mostra granitico. Anzi: ciascuno di loro esprime malcelate incertezze sulle proprie scelte, nella misura in cui ironizza e infierisce sulle scelte altrui. La rabbia esibita nasconde una profonda frustrazione.
Il quadro bianco di Antrios è allora un pretesto. Yasmina Reza, vivisezionata da tre attori e da un regista, ci parla dell’uomo: del significato delle sue scelte; delle sue profonde insicurezze nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro. Nelle passioni che si scelgono. E, in definitiva, nell’espressione di sé.

ART
di YASMINA REZA
Permission granted by Thaleia Productions , 6 rue sedillot 75007 Paris France
Traduzione Federica Di Lella e Lorenza Di Lella – Adelphi
Produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse
Regia e scene Emanuele Conte
Costumi Daniela De Blasio
Luci Matteo Selis
Assistente alla regia Alessio Aronne
Con Luca Mammoli, Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi di Generazione Disagio

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 12 ottobre 2024

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