Il lavoro di Fernando Melo è un dispositivo fatto di pareti elastiche, apparizioni e attese che interroga il senso stesso dell’incontro. Affidando alla danza il racconto di ciò che le parole non sanno dire
Prima ancora che compaiano i corpi, compaiono le mani. Mani che bussano da dietro una superficie grigia e tesa. Cercano un varco, tastano il limite, tentano di riconoscere una presenza dall’altra parte. Si sfiorano e subito si sottraggono. Costruiscono una relazione prima ancora che esista uno spazio condiviso.
È da questa intuizione che prende forma “Il mondo dei quasi”, creazione di Fernando Melo per Aterballetto, spettacolo di danza presentato a Colpi di Scena per la fascia 4-7 anni, ma che con tutta evidenza è destinato piuttosto a una platea tout public.
Le mani. L’impressione iniziale è quella di assistere a una genesi. Come nella “Creazione di Adamo” di Michelangelo, tutto sembra concentrarsi nell’attimo che precede il contatto. Ma in quelle fenditure che permettono alle dita di incontrarsi affiora anche il ricordo di Piramo e Tisbe, degli amanti separati da un muro che trovano nella crepa l’unica possibilità di dialogo. E non è forse un caso che proprio Aterballetto ritrovi, in quel gesto inaugurale, un’eco della propria terra: «È un incontro di mani questo amore», cantava Zucchero, reggiano come la compagnia.
Da quel primo gesto nasce lo spettacolo. Fernando Melo, che firma coreografia e regia, rinuncia a qualsiasi struttura narrativa riconoscibile per affidarsi a una drammaturgia delle immagini. Le scene costituiscono il cuore pulsante del dispositivo. Quelle superfici elastiche non sono semplici fondali, ma organismi vivi, membrane che trattengono e restituiscono i corpi dei danzatori Matilde Di Ciolo e Matteo Capetola.
Da esse emergono volti, arti, torsioni. Corpi compressi nella materia come bassorilievi in movimento. Figure che sembrano nascere dalla parete per poi essere nuovamente assorbite. Le aperture ricordano talvolta i tagli di Fontana; altrove evocano le righe sfasate di una vecchia TV in bianco e nero, quando l’immagine perde definizione e oscilla tra apparizione e sparizione.
Ma la qualità più affascinante di questi pannelli risiede nella loro continua trasformazione.
Attraverso i corpi flessuosi di Di Ciolo e Capetola, vediamo formarsi muri, labirinti, sipari, tele, divisori, paraventi. Ogni figura genera una diversa organizzazione dello spazio. Ogni configurazione produce una diversa possibilità di incontro. Ciò che separa diventa improvvisamente ciò che unisce. Ciò che appare come ostacolo si trasforma in passaggio.
Lo spettacolo costruisce così una poetica del confine. Non interessa il momento dell’unione, ma la tensione che la precede. Più della risposta, conta la domanda.
Anche la partitura musicale lavora in questa direzione. Le musiche di Bill Evans e Laurent Dury, attraversate da archi, percussioni, battiti e dissonanze, non accompagnano il movimento, ma lo interrogano. Un violino stridulo sembra trattenere il desiderio di contatto. Un ritmo cardiaco scandisce l’attesa. Lo xilofono introduce il gioco. Poi, quasi inattesa, emerge la memoria sospesa di “In the Mood for Love”, riferimento che amplifica il carattere malinconico e insieme luminoso della creazione.

“Il mondo dei quasi” accade per immagini. I muri diventano sipari. I sipari diventano tende. Le tende si aprono in varchi. Le mani si moltiplicano. Affiorano da pellicce, tessuti, aperture. Costruiscono duetti e quartetti autonomi. Diventano creature indipendenti dal corpo che le genera. Poco dopo entrano in scena tavoli e sedie, oggetti quotidiani che non assumono mai funzione narrativa, ma diventano strumenti per misurare la distanza e testare la possibilità di condividere uno spazio.
E proprio quando il gioco sembra prevalere, emerge una vena più sottile. L’apparizione di un cilindro richiama le figure enigmatiche di Magritte. Le luci costruiscono atmosfere che sembrano provenire dalle periferie emotive di Hopper. Luci laterali, tenui, marginali. Mai centrali. Mai definitive. Come se tutto accadesse in una zona di passaggio.
Progressivamente la creazione di Melo si rivela per ciò che è: una riflessione sul tempo prima ancora che sullo spazio. L’incontro non coincide con la fusione. Non consiste nell’eliminazione della distanza. Al contrario. Esiste perché la distanza continua a esistere. Come una dissonanza musicale. Come due orologi che non riescono a battere esattamente lo stesso tempo.
Per questo uno dei momenti più intensi arriva quando a cercarsi non sono più le mani, ma le teste. Matilde Di Ciolo e Matteo Capetola trovano un equilibrio precario appoggiandosi l’uno all’altra. Si sostengono attraverso il peso reciproco. Danzano con i volti vicini, le fronti accostate, i corpi finalmente capaci di condividere una stessa durata.
Andare. Trattenersi. Tornare. Forse amare significa soltanto questo. Fare compagnia al tempo dell’altro. L’immagine finale raccoglie e restituisce tutto il percorso. Le mani si allontanano ancora una volta. Ma il loro distacco non coincide più con la perdita. Non è solitudine. Non è abbandono. Somiglia piuttosto a un arrivederci. Come se il vuoto che separa i corpi fosse diventato improvvisamente abitabile. Come se l’assenza si fosse trasformata in promessa. Come se esistesse davvero, oltre il confine visibile delle cose, un mondo dei quasi. Un luogo dove ciò che non si compie continua comunque a esistere.
“Il mondo dei quasi” certifica la capacità di CCN/Aterballetto di costruire percorsi che non rinunciano alla complessità dello sguardo. Uno spettacolo che non spiega nulla e, proprio per questo, lascia molto da pensare.
Il mondo dei quasi
Coreografia e regia: Fernando Melo
Con: Matilde Di Ciolo, Matteo Capetola
Musiche: Bill Evans, Laurent Dury
Produzione: Fondazione Nazionale della Danza / CCN Aterballetto
durata: 50’
applausi del pubblico 2’
Visto a Forlì, Teatro Diego Fabbri, il 23 giugno 2026
