“Ballavamo sempre” di BumBumFritz: le voci degli anziani diventano archivio vivente

Ph: Sara Suriano
Ph: Sara Suriano

Al Vivaio Festival di Terlizzi, il lavoro di Giovanni Frison e Michele Tonicello fa rivivere le memorie raccolte nelle RSA del Trentino, tra cassette, canzoni popolari e ballo

C’è un filo che attraversa la quarta edizione di Vivaio – Coltivare il teatro in città, il festival ospitato alle S.E.R.R.E. di Terlizzi con la direzione artistica di Michele Altamura (VicoQuartoMazzini) e quella tecnica di Michelangelo Volpe: interrogare il presente attraverso la cura e il dialogo fra generazioni.
In un cartellone che comprendeva anche “La cara dei vecchi” di Progetto Nichel, “Quello che non c’è” di Giulia Scotti e “Fragileresistente” de Il Turno di Notte, “Ballavamo sempre” della compagnia BumBumFritz rappresenta il versante più luminoso di una riflessione comune. Se altri spettacoli raccontano il peso della cura, qui la memoria diventa gesto condiviso, patrimonio da custodire prima che scompaia.
“Ballavamo sempre” non parla del passato, ma del presente. Tutto inizia da voci anziane, roche e consumate dagli anni, che riaffiorano da vecchie musicassette. Non raccontano eventi destinati ai libri di storia, ma frammenti di vita privata: proprio per questo preziosi, perché destinati a svanire insieme a chi li custodisce.

Ph: Sara Suriano
Ph: Sara Suriano

Da questa intuizione nasce il lavoro di Giovanni Frison e Michele Tonicello, fondatori di BumBumFritz. Lo spettacolo prende forma dalle testimonianze raccolte nelle RSA del Trentino: registrazioni affidate a un mangianastri e trasformate in materia teatrale. Non è teatro-documento nel senso tradizionale, ma un gesto di cura.

La scena evoca una balera sospesa nel tempo. Una vecchia cucina economica si trasforma in giradischi, un mangianastri si apre a decine di cassette, una lampadina al tungsteno diffonde una luce calda, mentre un lampadario di cristallo richiama la sfera luminosa delle discoteche. Bastano pochi elementi per costruire uno spazio in cui la memoria sembra riaffiorare naturalmente.

Eppure non c’è nostalgia. Frison e Tonicello entrano in scena in pantaloncini di jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. Non imitano gli anziani, non cercano nessuna caricatura. Si mettono al servizio delle loro voci, lasciando che siano i racconti a guidare il ritmo della scena.

Le registrazioni, consumate dal tempo, parlano della guerra, della fame, del lavoro nei campi e dei bombardamenti, ma anche delle feste di paese, dei primi amori e dei balli della domenica. La memoria individuale si trasforma così in memoria collettiva.

Anche la musica nasce da questo dialogo continuo fra archivio e presenza. Chitarra, fisarmonica, percussioni, elettronica e live sampling non accompagnano semplicemente le testimonianze: vi entrano dentro, le amplificano, le accolgono. Ogni cassetta inserita nel mangianastri sembra liberare una nuova storia. Ogni nastro custodisce ancora una voce in attesa di essere ascoltata.

Viene spontaneo domandarsi che cosa resterà di noi nell’epoca dello streaming e degli archivi digitali, quando i ricordi non avranno più nemmeno un supporto materiale da tramandare.
Del resto, la memoria non conserva tutto. Seleziona, elimina, addolcisce. Ricordare significa anche reinventare. Viene in mente la celebre battuta pronunciata da Vittorio Gassman ne “Il sorpasso”: forse l’infanzia ci appare così bella semplicemente perché ne abbiamo dimenticato gran parte. Ciò che sopravvive è il distillato emotivo di una vita.

Dentro “Ballavamo sempre” questa intuizione diventa linguaggio scenico. Canzoni popolari come “Il Pullover”, o di guerra come “Il Testamento del Capitano”, non sono semplici intermezzi musicali, ma archivi sentimentali. Ogni melodia riporta alla luce un volto, una stagione dell’esistenza.
Una frase racchiude il senso dello spettacolo. A un certo punto una donna dice: «Ogni casetta c’ha la sua crocetta». Ognuno porta il proprio dolore e decide quali ricordi continuare a custodire.
Il ballo, allora, non è intrattenimento ma resistenza contro l’oblio. Si danza mentre il tempo cancella lentamente i volti, le parole, perfino i nomi. Eppure lo spettacolo non indulge mai nella malinconia. Dentro quei racconti si ride spesso: gli inciampi della memoria, le battute improvvise e le ironie restituiscono un’umanità viva, attraversata dalla stessa miscela di leggerezza e tristezza che accompagna ogni esistenza.

Ph: Sara Suriano
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Nel finale lo sguardo si allarga oltre le singole biografie. L’inno nazionale viene trasformato ironicamente in quello di un Paese di “figli unici d’Italia”; una fune-rosario dipana la litania delle oscenità contemporanee: una provocazione che fotografa un’Italia segnata dall’invecchiamento demografico, dalla denatalità e da un ricambio generazionale sempre più fragile.
Affiora anche un richiamo al monito di Martin Niemöller (“Prima vennero…”), non come citazione storica ma come invito a non voltarsi dall’altra parte davanti a fragilità sempre attuali. Ignorarle significa, prima o poi, ritrovarsi soli davanti alle proprie.
È anche per questo che “Ballavamo sempre” colpisce così profondamente. Non parla degli anziani, ma di ciò che resterà di noi quando saremo gli ultimi custodi della nostra memoria.

In un’estate che spesso riduce la cultura a semplice intrattenimento, BumBumFritz sceglie invece di rallentare il tempo e metterci in ascolto. È la stessa direzione intrapresa dal Vivaio Festival, che attraverso linguaggi diversi continua a interrogarsi sul rapporto fra passato e futuro.
È un teatro che non pretende di impartire lezioni. Preferisce lasciare una domanda: quante voci abbiamo già perduto senza accorgercene? E quante siamo ancora in tempo ad ascoltare?

Ballavamo sempre
di e con BumBumFritz (Giovanni Frison e Michele Tonicello)
con le voci e i ricordi degli ospiti e delle ospiti delle RSA di Pergine Valsugana, Borgo Valsugana e Trento
testi, musiche e regia Giovanni Frison e Michele Tonicello
movimenti scenici Stefania Borella
consulenza luminosa Massimiliano Chinelli e Luca Scotton
fonica Max Trisotto
grafiche Giulia Artusi
co-produzione Pergine Festival, Artesella e Centro Servizi Culturali Santa Chiara
produzione esecutiva Cranpi

Durata: 1h 15’
Applausi del pubblico: 2

Visto a Terlizzi, S.E.R.R.E., il 18 luglio 2026

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