Il teatro ruvido e politico di Antonio Tarantino nella produzione della compagnia padovana MAT
Corpi marginali, lingua stratificata, conflitto politico mai pacificato: appartiene pienamente all’idea di teatro irregolare di Antonio Tarantino “Barabba”, che arriva al Teatro Comunale di Ceglie Messapica, diretto da Enrico Messina, grazie a Silvio Barbiero.
Il personaggio evangelico esce dalla funzione di comparsa della Passione e diventa centro del discorso. Non è figura di contorno, ma uomo contemporaneo. Colpevole liberato. Sopravvissuto ingombrante.
Il Barabba di Tarantino è un disobbediente consapevole. Non un bruto, non un fanatico. È colto, usa un lessico forbito, ha coscienza politica. Riflette sulla logica del potere che decide chi debba vivere e chi debba morire. Denuncia la supponenza del sinedrio, smaschera le beffe di una politica che si ammanta di giustizia mentre amministra convenienza. La scrittura usa versi e rime, ma evita il lirismo ornamentale: è una lingua tesa, nervosa, che alterna invettiva e pietà, sarcasmo e lucidità. Il centro non è la ricostruzione storica, bensì la responsabilità individuale. Cosa significa essere salvati? E che peso ha quella salvezza quando passa sopra il corpo di un altro?
Il carcere evocato nel monologo non è semplice sfondo narrativo. Tavolacci con chiodi sporgenti per rendere il sonno molesto, pavimenti bagnati, insetti, buio persistente: dettagli concreti che costruiscono un ambiente di umiliazione sistematica. Non è solo un luogo fisico, ma una condizione. Un sistema che piega e degrada.
In questa cornice, il Barabba interpretato da Barbiero non si presenta come eroe, bensì come uomo ferito, attraversato da rabbia e ironia, capace perfino di un’empatia laica verso Gesù, altro condannato esposto alla folla.
Distanza ravvicinata sul palco, in questo corpo a corpo attore-spettatore. Barbiero regge il monologo con concentrazione e coerenza. Non cerca effetti. Non indulge in enfasi. Costume quotidiano: pullover liso con tanto di pelucchi, jeans consumati, capelli arruffati, barba incolta. La scelta è chiara: sottrarre ogni aura mitica. Restituire un corpo qualunque. La recitazione è misurata, quasi trattenuta. Pochi gesti, mai smaccati. Mani che indicano, che si chiudono a difesa, che si raccolgono in una preghiera laica. Braccia spesso conserte, come a proteggersi dal giudizio. Gli sguardi sono diretti, talvolta obliqui, sempre in cerca di una risposta negli occhi del pubblico. La vocalità si colora di inflessioni diverse, creando leggere deformazioni che introducono un registro grottesco senza scivolare nella caricatura.
Si avverte un controllo rigoroso. Forse, in alcuni passaggi, eccessivo. La follia evocata dal testo resta più suggerita che realmente esplosa. Le allucinazioni possibili non si incarnano del tutto. Il personaggio appare spesso lucido, persino troppo consapevole.
Un rischio in più, una maggiore esposizione emotiva, avrebbero potuto accentuare il lato perturbante di questo Barabba. Resta però una prova solida, che mantiene tensione e coerenza lungo tutto l’arco del racconto.
Lo spazio scenico contribuisce in modo decisivo. Teatro da camera, pochi spettatori attorno al palco, distanza quasi annullata. L’intimità diventa elemento drammaturgico. Ogni respiro è percepibile, ogni pausa pesa. Non c’è colonna sonora a sostenere o guidare l’emozione. Solo voce e corpo. Le luci sono basse, diffuse, talvolta concentrate sul volto, a evidenziarne rughe e stanchezza. I cambi scena sono affidati al buio, che non è solo soluzione tecnica ma prolungamento simbolico di una condizione interiore.
Il pubblico non resta esterno. Viene cercato, interrogato, quasi provocato. Lo sguardo dell’attore chiama in causa, come se la folla che liberò Barabba fosse ancora lì, pronta a scegliere. In questo senso lo spettacolo evita qualsiasi dimensione devozionale. Non è una sacra rappresentazione, ma un’indagine sull’identità e sulla colpa come marchio sociale. Chi viene liberato non è necessariamente assolto. Chi sopravvive porta addosso il peso di quella scelta collettiva.
Il risultato è uno spettacolo coerente con la poetica di Tarantino: teatro irregolare, politico, umano. Non consola, non semplifica. Interroga. E lascia aperta una questione scomoda: davanti al potere che decide, siamo davvero spettatori o, in qualche misura, corresponsabili?
BARABBA
di Antonio Tarantino
con Silvio Barbiero
MAT – Mare Alto Teatro
durata: 1h
applausi del pubblico: 2’
Visto a Ceglie Messapica, Teatro Comunale, il 19 febbraio 2026
