Bianchi, D’Intino, Das Ding: tre cronache di danza da Teatri di Vetro

Other otherness (photo: Margherita Masè)|The red thing (photo: Margherita Masè)|Wannabe (photo: Margherita Masè)
Other otherness (photo: Margherita Masè)|The red thing (photo: Margherita Masè)|Wannabe (photo: Margherita Masè)

Entrare in una sala di teatro risucchiati dalle prime note del concerto per pianoforte e orchestra k467di Mozart è già, subito, una richiesta di apertura, un appuntamento esigente.
In questo modo entriamo nello studio “The red thing”, prima scrittura a quattro mani di Giuseppe Vincent Giampino e Riccardo Guratti, riuniti nell’esordiente duo Das Ding.
La sala dell’India di Roma che ospita il festival Teatri di Vetro è non solo aperta nel suo retropalco, ma addirittura sfondata nell’ultima propaggine di questo, e lascia libero lo spettatore di guardare l’occasionale passaggio degli addetti del Teatro di Roma attraverso il corridoio retrostante. Lo spazio è proiettato in tre diverse profondità.
Quanto vedremo sono “materiali residuali”, secondo le brevi note di sala – senz’altro vi si legge qualcosa di quel “Vacantes” online nella scorsa edizione digitale del festival.

La sala è tutta immersa in una luce rossa, i due coreografi-danzatori vestono una camicia bianca con svolazzi, hanno gambe nude, scarpe e calzini pure bianchi (e dunque rossi, sotto quella luce); sul palco, a destra, una cassa da teatro, dei cavi, dei cavalletti, dei proiettori scollegati: un cumulo di materiali inservibili, di cui liberarsi al più presto.
I due si aggirano, levano poi un braccio, indicano – ma è un indicare che solo per poco riesce a sorreggere un versante di significato. Presto si trasforma nella semplice azione di un braccio teso, pronto però poco dopo (continua Mozart) a risemantizzarsi: quell’indicare è un port de bras, ritrova senso e lo perde insieme, è uno strumento puramente formale eppur riconoscibile appieno.
I due ora danzano in coppia uno stilizzato minuetto in mezze punte, entrambi rivolti al pubblico, tornano a percorrere l’intero palco, finché qualcosa si rompe, dal nulla.
Guratti schiaffeggia Giampino, che cade in terra: una scenata!

Quel gesto sobrio dell’indicare, poi virato al formalismo, è ora precipitato fin troppo nella vita: ma quello stesso braccio si incurva dall’alto sul volto dello schiaffeggiatore (secondo tempo del concerto, Andante) nella posa romantica dell’interiorità lacerata, dell’anima tormentata del destino cinico e baro, versione da “Prontuario delle Pose Sceniche”. È un gesto che possiede i danzatori, li comanda, li scaglia in terra travolgendoli finché – non si sa attraverso quali sottili percorsi – un’ulteriore metamorfosi sopravviene. Quelle braccia levate, e con esse i due corpi, giungono a sciogliersi in qualcos’altro: balli, bacini che roteano pericolosamente sensuali, scivolate in mezzo alla pista, ultimo capitolo di un manuale sulla consunzione del gesto scenico, della coreografia, del teatro stesso, a tutti i livelli. Di lì a poco, infatti, la stessa direttrice artistica di Teatri di Vetro, Roberta Nicolai, sarà galantemente ma fermamente invitata ad alzarsi dalla platea e ad accomodarsi tra quegli oggetti desueti di cui disfarsi, i cavi, le casse, i proiettori, insieme allo stesso Giampino, che poi, sul finale, sarà trascinato verso il fondo, verso quello scoperto corridoio di passaggio che conduce alle toilette, illuminato da prosaiche lampade di servizio, come corpo morto di teatrante da gettare nell’umido, mentre Mozart ammutolisce sotto una sbrigativa, tragicomica dissolvenza.


The red thing (photo: Margherita Masè)
The red thing (photo: Margherita Masè)

Non passa molto tempo che a uno spazio così coraggiosamente spalancato se ne contrapporrà uno invece doppiamente delimitato, doppiamente disegnato al di là del mondo reale: è quello di “Other Otherness” di Paola Bianchi, in scena Barbara Carulli.
Il progetto, nato per la scorsa edizione del festival, è ora in scena in una sala già immersa nel buio all’ingresso del pubblico, il palco bagnato dalle luci “parlanti”, millimetriche, squisite di Paolo Pollo Rodighiero, disposte sulle americane con poetica libertà, verdi per la superficie del palco, ma dettagliatamente color carne, la stessa carne del busto nudo di Carulli, del suo tutù di tulle, e sorprendenti in una doppia batteria di Domino a terra, squintate e contrastanti.
Doppiamente disegnato, si diceva: perché sul palco è segnato un quadrilatero irregolare, dal quale la danzatrice non uscirà mai.
Sotto un suono indistinto, un cupo avvolgersi di qualcosa su sé stessa, Carulli cade, si rialza, vortica, cade, ricomincia, con una levità che non sa di pena corporale, ma quasi di condanna ultraterrena – non c’è dolore fisico, c’è solo un tempo imprecisato, forse infinito, da passare in questo tormento, in questo corpo che, come si vedrà, sembra il vero terreno della contesa.

Il tormento di un’anima prigioniera: questa è l’idea che si fa strada nell’occhio dello spettatore, puntato verso la condanna nel quadrilatero, ma soprattutto sulla qualità del gesto della danzatrice che, seppur informata solo attraverso indicazioni verbali dalla coreografa (nel solco della sua lunga ricerca sulla parola per la danza, sulla sottrazione del corpo del maestro per il danzatore), è segnata dallo stigma del raccogliersi e scattare, dello scrollarsi di dosso una tensione, una linea di movimento, attraverso improvvise rivoluzioni di verso. Quel movimento che tante volte abbiamo conosciuto incorporato proprio in Paola Bianchi.
Mentre le luci hanno continue, ammalianti mutazioni, che riescono a rendere avvertibile la doppia natura di spazio e corpo, quest’ultimo subisce la tentazione dell’uscita dal quadrilatero attraverso continui passaggi tra concavità e convessità, tra lo spingere il movimento e l’esserne tirato, tra il richiamarlo a sé e l’esserne respinto, e poi a tradimento posseduto, in una lotta straziante ma condotta con la levità di un duello in punta di fioretto.

Ora uno stretto spiraglio di luce si sostituisce al quadrilatero, e l’esistenza del corpo e del movimento è nuovamente ridotta, limitata a quella porzione di palco, senza forzature nella partitura gestuale, con una semplice – ma non per questo meno drammatica – ridefinizione dei dati spaziali. Poi torna ad ampliarsi la luce, e il suono (di Fabrizio Modonese Palumbo) emerge dal fondo del lavoro, facendosi materia, spazializzandosi in un’oscillazione destra-sinistra sempre più evidente, così come si concretizza la sua natura segmentandosi, facendosi grana sempre più agglomerata, fino a sembrare veramente come un rombo di motore, ora di qua, ora di là, ora di qua – buio.

Chiude la parte della serata dedicata alla danza “Wannabe” di e con Fabritia D’Intino, spettacolo del 2017.
Il palco è circondato da un tubo led a terra; sul fondo, sghembo, il tavolo tecnico di Federico Scettri, che curerà le musiche live, interpolando ai ritmi, via via più stretti, lacerti imbarazzanti di trasmissioni spazzatura, reality, talk pomeridiani: «…passa al prossimo step…», «la vincitrice di Miss Italia 2017 è la numero…», «è stato violento nell’interpretazione: bellissimo…».
In quel quadrato (stavolta la forma è regolare), messa di spalle, con un muso di tigre in atto di ruggire stampato sul dietro del body, sta la performer. Come la “donna-tigre” fatale della letteratura a cavallo tra i due scorsi secoli, che puntava l’uomo a cui voleva far perdere la testa e la vita (in Pirandello, Camerana, Verga e infiniti altri), questa nuova tigre volitiva punta al successo, in una dimensione agonistica in cui è il suo corpo a combattere, a tentare strenuamente di porsi al livello di chi “passa al turno successivo” e straccia le concorrenti.

La belva felpata che sferrava l’attacco non si muove che per pochi secondi, col tradizionale ondeggiare sinuoso del bacino: il ritmo cresce presto e lei è chiamata a sostenere un ritmo progressivamente più stretto e insieme oscillazioni più larghe, percussioni (che chissà non fossero presenti alla fantasia di Roberto Castello quando pensava il suo “Inferno“), e non può che volgersi in una gara tiratissima con le richieste della musica, con un “dover essere” duro, che sconvolge ogni naturalezza, ogni senso del ballo.
Anche il carattere seduttivo della tigre, ormai sfigurata dal piegarsi e stendersi furioso della lycra, pressata dal tremolare della carne, si auto-sabota: soprattutto aderire al ritmo diviene un’impresa disperata, e il dimenare sexy delle natiche sfocia nel ridicolo, travalica il sensato, poi il decifrabile, poi l’umano. Il corpo è divenuto una macchina.

Wannabe (photo: Margherita Masè)
Wannabe (photo: Margherita Masè)

Finalmente la performer si volta, il suo intero corpo ormai è stravolto da convulsioni, qualcosa si rompe per un momento (pugno chiuso e braccio teso si alternano, lenti, rivolti al fondo), ma poi riparte, si gira verso di noi, è tutto il corpo, dalla testa ai piedi, ad essere scosso da questo parkinson della prestazione; ne vediamo il volto, forse ci sta guardando – ma i lineamenti sono sconvolti, difficile a dirsi –, forse ci chiede aiuto, come la piccola Karen anderseniana con le sue scarpette rosse, punita dalla maledizione della sua indecente vanità. Ma alla tigre che danza nessun boia troncherà pietosamente i piedi, né vi è per lei la grazia divina pronta a soccorrerla, e l’ultima immagine è Fabritia D’Intino che leva una mano a chiedere pietà, troppo tardi, mentre il buio scende.

Era il 16 dicembre, e in queste tre possibilità di spazio scenico (ora sfondato, ora giocato sul senso del confine rispecchiato nel corpo, ora chiuso come una prigione), di postura dello spettatore (ora analitica, ora sospesa su un crinale di grande intensità estetica, ora politica e grottesca), di linguaggio (una danza-non-danza, un raffinato linguaggio contemporaneo, un ballo sfigurato) e di storie produttive (uno studio, un lavoro che ha da poco visto la luce di un palco non virtuale, un “cavallo di battaglia”) si è giocata una delle serate più entusiasmanti di Teatri di Vetro 2021.

The red thing
concept, coreografia e performance Das Ding
coproduzione TIR danza e Compagnia Atacama
con il sostegno di Triangolo Scaleno Teatro/Teatri di Vetro e Ass. Cult. Matisse

durata: 40′

Other otherness
oncept e coreografia Paola Bianchi
creato e danzato da Barbara Carulli
musiche originali Fabrizio Modonese Palumbo
disegno luci Paolo Pollo Rodighiero
tutor Roberta Nicolai
costume PianoB
realizzato con il contributo di ResiDance XL
residenze Centro di Residenza della Toscana (Armunia Rosignano – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), CID Centro Internazionale della Danza di Rovereto, Santarcangelo Festival
produzione PinDoc
coproduzione Triangolo Scaleno Teatro/Teatri di Vetro
con il contributo di MIC e Regione Sicilia

durata: 35′
applausi 2,30

 

 

Wannabe
concept e coreografia Fabritia D’Intino
performance Fabritia D’Intino, Giuseppe Vincent Giampino, Riccardo Guratti
musiche Federico Scettri, AA.VV.
produzione esecutiva Chiasma
co-produzione Triangolo Scaleno Teatro/Teatri di Vetro e Officine TSU – Teatro Stabile dell’Umbria

durata: 30′
applausi del pubblico: 3′

 

 

Visti a Roma, Teatro India, il 16 dicembre 2021

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