
Campus teatrale o festival? Per la Biennale di Venezia, sezione teatro, quest’anno è stata buona la prima e, spalancate le porte alla formazione, le ha però chiuse al pubblico.
Se l’anno scorso, infatti, il binomio vincente formazione-festival, professionisti-pubblico, era stato portato su un palmo di mano sia dal direttore Àlex Rigola (di cui leggeremo prossimamente su queste pagine un’intervista), che dal presidente Paolo Baratta, quest’anno il binomio ha zoppicato, e a farne le spese è stato proprio il pubblico.
Messo da parte l’evento scenico, la formazione è rimasto l’unico e vero motore di questa Biennale, che si conclude domani, lunedì 13 agosto. Una preziosa possibilità, questo è sicuro, per i tanti attori, danzatori, registi, drammaturghi e critici arrivati da ogni parte d’Europa, in cui però è sembrato venir meno una coesistenza fondamentale della pratica teatrale, che prevede sì il lavoro dell’attore ma anche la partecipazione del pubblico.
Il programma di quest’anno prevedeva infatti cinque laboratori tenuti da altrettanti Maestri internazionali: Declan Donnellan, Neil Labute, Gabriela Carrizo, Luca Ronconi e Claudio Tolcachir; oltre alle quattro residenze di quei gruppi che si sono formati o consolidati (come nel caso di Divano Occidentale Orientale) in seguito ai workshop tenuti da Romeo Castellucci, Jan Lauwers, Thomas Ostermeier e Rodrigo García nell’ottobre 2010, sul tema dei Sette Peccati.
In realtà, sia i laboratori che le residenze di quest’anno prevedevano una presentazione pubblica dei propri lavori, i cosiddetti “open doors”. Peccato che i luoghi destinati ad ospitare le presentazioni (teatro Junghans, Conservatorio B. Marcello, Fondazione Cini, Ex Cotonificio S. Marta) avessero una capienza massima di centocinquanta, forse duecento spettatori.
E visto che la Biennale non poteva di certo non assicurare a coloro che hanno partecipato ai laboratori (circa 150 iscritti) un posto a sedere, il conto per il restante pubblico si è presto fatto. Già il primo giorno di botteghino i biglietti risultavano esauriti. Ben poca cosa, pressoché nulla, è rimasto a favore del pubblico, che dopo essersi magari incuriosito duranti gli interessanti incontri con gli artisti non ha avuto modo di vedere al lavoro né i Maestri né, tanto meno, la nuova generazione d’attori e registi. Insomma, una versione della Biennale Teatro un po’ troppo “blindata”, e sotto più aspetti.
Pur d’accordo nel ritenere bella, utile e necessaria la formazione, ci si chiede, in questo caso, se non sia venuta a mancare una componente altrettanto fondamentale. E se non si sia anche persi un po’ di vista la “città”, come luogo di dialogo e socialità, in cui il teatro dovrebbe trovare la sua ragione d’essere.
Un’alta formazione è stata certo quella prevista dalla Biennale, ma solo per addetti ai lavori. E allora siamo di nuovo punto e a capo: ritorniamo al circuito chiuso? L’opportunità di parlare ad un pubblico più vasto e trasversale, che sembrava essere l’obiettivo di tutti, dov’è finito?
