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BLOOM Performing Young: sinergia di visioni per un’arte inclusiva

Un momento del laboratorio

Un momento del laboratorio

Si è concluso a Torino il percorso ideato da LiberamenteUnico che ha coinvolto università e terzo settore

Si è concluso con un incontro-pratica al Circolo dei Lettori di Torino “BLOOM Performing Young”, percorso di formazione artistica inclusiva ideato da APS LiberamenteUnico e condotto da tre lungimiranti artisti dell’arte performativa torinese: la coreografa e regista Barbara Altissimo, la danz’autrice Francesca Cola e Fabio Castello, performer e counselor.

Il percorso, rivolto a quindici performer, danzatrici e danzatori, attrici e attori, con o senza disabilità, interessati a esprimere il proprio potenziale creativo in una direzione professionalizzante, si è svolto attraverso incontri settimanali da febbraio a fine maggio, per un totale di 75 ore, nello Spazio Hop del Centro Paideia e presso lo Studium Lab di Palazzo Nuovo, all’Università di Torino.

I linguaggi esplorati sono stati quelli che sollecitano il risveglio del corpo e le sue potenzialità di movimento e di connessione con gli altri e con il luogo in cui si agisce, come la contact improvisation e il floorwork, ma anche il teatro danza e le varie tecniche complementari (respirazione, dinamiche posturali, mindfullness, anatomia esperienziale), sempre nell’ottica di rafforzare l’autostima e promuovere la consapevolezza in campo espressivo di tutti partecipanti.

La modalità e i contenuti della restituzione finale di questa esperienza sono stati improntati al dialogo e all’ascolto. Ascolto di sé, del proprio corpo, dei propri desideri, dello spazio, dell’altro/a attraverso due momenti di micro-pratiche guidate da Castello e Cola, a cui hanno congiuntamente preso parte i partecipanti al percorso performativo e il pubblico presente in sala. L’evento è stato introdotto da Barbara Altissimo, a cui è seguito un dialogo moderato da Stefania Di Paolo, fondatrice e curatrice della piattaforma digitale TalkwithDance. In conclusione, un video rappresentativo del lavoro svolto e un aperitivo in cui si è dato seguito allo scambio di esperienze e riflessioni.
A due giorni dal Disability Pride, si è quindi sollecitata l’urgenza di assegnare pari dignità e opportunità di formazione professionale in ambito artistico a chiunque abiti un corpo o una mente più o meno “conformi”. In realtà, meglio sarebbe abbandonare ogni espressione discriminante e non dovere parlare più di inclusione; meglio sarebbe lasciare corpi e menti liberi di esplorare i propri desideri, le proprie potenzialità espressive (e non solo) a scopo terapeutico, ma anche in un’ottica professionalizzante.

Negli ultimi anni si è lavorato molto in questa direzione, alcune esperienze sono sinceramente meritevoli, ma si tratta sempre di progetti a breve termine, poco sostenibili sul tempo lungo, sia sul piano economico che organizzativo. Non esistono scuole e spazi di formazione dedicati, se non in forma estemporanea. C’è quindi ancora molta strada da fare, ed è importante non arenarsi.

La sensibilità delle istituzioni pubbliche e private (come in questo progetto, che ha visto la collaborazione dell’Università di Torino, di Fondazione Paideia, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, ArteMovimento e Cooperativa Animazione Valdocco, col sostegno di Chiesa Valdese e Comune di Torino), una loro sinergia d’intenti e di visione, la creazione o l’implementazione di reti fra realtà e persone che operano nel settore potrebbero essere determinanti nell’offrire spazio e maggiore respiro a questa nuova interpretazione dell’arte performativa inclusiva, che non mira ipocritamente ad “accogliere” le differenze, ma ci induce a guardarle come opportunità da scoprire e coltivare, tanto quanto è solita scardinare le presunte “conformità”.
Non è forse questo uno dei compiti del teatro e dell’arte in generale? Condurci a spostare lo sguardo.

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