Margine Operativo, Ura Teatro, Qui e Ora, De Summa, Santolini/Guerrini sono alcuni degli artisti che hanno animato gli spazi, immersi nella natura, delle Esperidi 2026
Il tempo estivo dei festival corre veloce, e nella mente dello spettatore restano spesso nitide alcune immagini di spettacoli, ma non altrettanto i luoghi che li ospitano.
Al festival Il Giardino delle Esperidi il “cosa” ha invece molto a che fare con il “dove”. Certo, l’idea è salire fino a Campsirago per assistere ad un fitto cartellone di appuntamenti, ma poi si scopre che non è solo quello…
Perché vivere le Esperidi significa innanzitutto “abitare un posto” che influisce radicalmente sul modo di guardare ciò che in quel posto accade.
Tra i borghi del Monte di Brianza, questo “luogo d’arte”, come si legge nella scritta all’ingresso, offre al pubblico e agli artisti un’esperienza di condivisione condita da danza, teatro, musica, camminate nella natura, incontri che si alternano e compenetrano.
Milano, non così lontana a livello di chilometri, è in realtà dall’altra parte del mondo. La rapidità del consumo culturale lascia qui spazio al sostare per ritrovare il tempo di accogliere, in un rapporto continuo tra natura e performance.
Non è un caso che uno dei momenti clou di quest’anno sia stato il ritorno del monaco zen Seigaku, conosciuto qualche anno fa in Giappone da Michele Losi, direttore artistico del festival. La sua proposta, “incarnata” in pratiche di meditazione, non necessita di troppe parole e si concretizza in gesti densi di spiritualità, ascolto e rispetto.
Il suo limpido esempio di vita attraversa diversi momenti d’incontro e dibattito con il pubblico. Non è quindi un elemento aggiuntivo, ma una chiave precisa per accedere al cuore dell’intera manifestazione.
Il secondo fine settimana di eventi lascia, temporaneamente, la sede centrale di Campsirago per trovare giusta accoglienza negli spazi di Villa Sirtori, ad Olginate. Nel giardino del palazzo vengono collocate due performance, entrambe legate al mito.

Margine Operativo con “Un’altra Medea” sceglie la splendida riscrittura di Christa Wolf come filo rosso sul quale rappresentare una donna estremamente distante dalla visione classica. Il tentativo è di avvicinare voce e gesto per portare Medea nel presente.
La performance, a metà strada tra danza e teatro, è un assolo/monologo di Lucia Cammalleri. L’incontro tra le due arti resta in un ambito quasi fotografico, con molti momenti di impatto visivo che non riescono tuttavia ad entrare totalmente in contatto con la drammaturgia, per creare quello che potrebbe essere un viaggio realmente perturbante.
E’ quindi la volta de “La congiura dei nessuno” di Sergio Beercock e Giovanni Alfieri, in anteprima nazionale. Motore della performance è in questo caso l’accecamento di Polifemo. I due performer utilizzano una serie di registri stilistici e poetici diversi, che passano anche da frequenti momenti comici d’incontro con gli spettatori, in uno scenario futuribile che guarda al contemporaneo. Sullo sfondo restano molti interrogativi intorno alle possibilità di scelta, soprattutto tra oppresso e oppressore nel mondo del lavoro.
La performance sembra mancare di una certa omogeneità, specialmente nei passaggi tra una scena e l’altra, ancora troppo dilatati.
Il giorno seguente il festival ritrova la sua “casa”, seppur in spazi talvolta nuovi. E’ il caso dello spettacolo, appositamente riadattato per Palazzo Gambassi, “My Age” di Qui e Ora Residenza Teatrale.
Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli, dirette da Silvia Gribaudi, trovano un luogo deputato più che calzante negli spogliatoi antistanti la nuova sauna lignea di Campsirago.
La performance, per un numero ridotto di spettatori, è a tratti esilarante, ma non manca di fornire interessanti spunti di riflessione. Le attrici, avvolte dal vapore della sauna e dai classici asciugamani bianchi, accompagnano il pubblico in un viaggio intorno al tema dell’età, focalizzandosi con ironia sull’apparente decadenza che contraddistingue, per cliché, la seconda parte dell’esistenza umana.
Lo spettatore, chiamato in causa più volte, contribuisce così, inconsapevolmente divertito, alla drammaturgia.

A “Mumble Mumble” di Giulio Santolini e Lorenza Guerrini viene invece assegnato lo spazio più ampio, il teatro grande delle Esperidi, con le luci di Milano all’orizzonte e gli spettatori collocati a cerchio intorno alla danz’attrice, una convincente Noemi Piva.
E’ questa la performance più riuscita tra quelle viste in questo secondo fine settimana di programmazione. La scelta drammaturgica, registica e coreografica è condensata nel corpo della performer, che raggiunge il centro della scena indossando una maschera gigante, incredibilmente espressiva e realizzata ad hoc dalle artiste del laboratorio scenografico Atto Secondo.
E’ il momento dell’esposizione pubblica. Dall’interno della maschera la danz’attrice recita un flusso di parole incomprensibili che lo spettatore, coinvolto, coglie a fatica mentre il corpo della Piva non smette di muoversi. Lentamente la grande testa si solleva ed emerge, insieme al volto della protagonista, l’interiorità. Le parole si bloccano, la cura matematica del gesto ripetuto si scontra con il vortice dei pensieri che non escono più.
Il risultato è un complesso magma di frasi apparentemente incontrollate, a volte percepite con ironia e comicità da parte degli spettatori rapiti.
Il lavoro fugge da qualsivoglia analisi psicologica ma ci ricorda, con intelligenza, come il palcoscenico porti con sé un universo di timori, tensioni e azioni in un mix di contraddizioni estremamente umano.
Il cortile centrale di Palazzo Gambassi, più intimo e “classico” nella visione frontale della scena, ospita quindi “Gramsci” di Ura Teatro con Fabrizio Saccomanno. Lo spettacolo, squisitamente narrativo, riesce a conservare e a restituire il valore delle lettere che Antonio Gramsci ha scritto e ricevuto (da amici e famigliari), principalmente dalle varie prigioni dove la sua sfortunata esistenza l’ha portato a trovarsi.
La performance poggia saldamente sul valore del testo e dell’interpretazione dell’attore, mentre i tempi dilatati e la regia ne attenuano in parte la forza.

Simile ma differente lo studio, convincente seppur ancora in corso, di Oscar De Summa dal titolo “Passato Remoto” che, non a caso, va in scena il giorno seguente, nello stesso luogo.
L’attore propone due linee narrative solo apparentemente a sé stanti: un incidente d’auto vissuto da ragazzo e un racconto più lontano nel tempo, che vede una ragazza vittima di violenza.
Seduto ad una sorta di consolle, De Summa utilizza diverse distorsioni vocali del microfono (sul quale interviene in prima persona tramite loop station), musiche di sottofondo e proiezioni a supporto del racconto.
L’ultimo spettacolo al quale assistiamo è “Se Domani”, nel teatro grande del festival, stavolta predisposto per una fruizione frontale da parte del pubblico.
La ricerca della coreografa Elisa Sbaragli, molto dilatata nel tempo scenico, porta i due danzatori, Alice Raffaelli e Lorenzo De Simone, ad un confronto puramente fisico, con lo svelarsi e il sottrarsi non solo all’attenzione di chi guarda, ma anche dell’altro interprete. La consegna estremamente definita viene ripetuta in un loop quasi ininterrotto e porta i protagonisti ad un graduale avvicinamento, fino ad una sorta di sovrapposizione indistinta.
Oltre alla proposta artistica in senso stretto, il fine ultimo al quale Campsirago sembra tendere, percependo i tanti lavori in corso per ristrutturare edifici e creare altri spazi, è la costruzione di una comunità nuova all’interno della quale i momenti performativi entrino davvero in relazione con lo “stare” in questi luoghi, in modo sensibile e partecipe.
Guarda nella stessa direzione anche l’inizio del passaggio di testimone che i tre fondatori (insieme a Losi, Anna Fascendini e Giulietta De Bernardi) hanno attivato nel corso degli ultimi anni, e che riguarda lo staff tecnico, organizzativo e artistico, sempre più ricco di giovani.
