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Carolyn Carlson: l’arte come rischio, la danza come poesia visiva. Intervista

Carolyn Carlson

Carolyn Carlson

All’interno della rassegna “Resistere e Creare” 2025, la coreografa presenta il trittico di assoli “Islands”. In quest’intervista, l’artista esplora il legame con l’Italia, riflette sul presente e il futuro della danza, e condivide ricordi del passato

Il ritorno della Carolyn Carlson Company a Genova, dopo una lunga assenza, si impone non soltanto come uno degli snodi centrali della rassegna “Resistere e Creare” 2025 della Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, giunta alla sua undicesima edizione sotto la direzione di Marina Petrillo, ma anche come un passaggio simbolico culturalmente significativo e coerente. È infatti al 1982, ed alla vocazione all’internazionalità ante litteram della Tosse che ancora oggi anima la sua programmazione, che si deve la prima apparizione genovese di Carolyn Carlson, ospitata all’allora Teatro Alcione in collaborazione con la GOG con “Underwood”.

A più di quarant’anni da quell’evento, Carlson torna a calcare la scena genovese con “Islands”, trittico di assoli che si articolano intorno a un nucleo tematico composto da elementi naturali, derive interiori e tensioni istintuali, in una drammaturgia coreografica che rifugge la narrazione per affidarsi all’evocazione. Il gesto, per la coreografa americana naturalizzata francese, non spiega: suggerisce, attraversa, interroga. Ogni composizione – e la prima nazionale di “A Deal with Instinct” ne è un esempio – si configura come un’isola poetica, una micro-geografia del sentire che chiede allo spettatore non tanto comprensione, quanto disponibilità a farsi attraversare.

Figura cardine della danza contemporanea europea, Carolyn Carlson ha attraversato e plasmato alcuni dei luoghi e dei momenti più significativi del secondo Novecento coreutico, dall’Opéra de Paris alla Biennale di Venezia, da La Fenice al Théâtre de la Ville, con un approccio che intreccia filosofia orientale, spiritualità laica e una scrittura del corpo concepita come atto poetico e calligrafico. La sua è una danza – figlia della scuola del suo grande maestro Alwin Nikolais – fatta di silenzi densi, di ritmi interiori, di testi in movimento: un linguaggio che ha saputo tradurre il flusso dell’esistenza in una forma aperta, visionaria, ispiratrice.

Alla vigilia della tappa genovese di “Islands”, abbiamo avuto il privilegio di dialogare telefonicamente con Carolyn Carlson. Il testo che segue restituisce, nella forma di una conversazione intima e riflessiva, lo sguardo di un’artista che continua a interrogare il tempo, l’umano e il gesto con la stessa urgenza limpida di chi non ha mai smesso di cercare. E che ancora oggi si muove tra le molteplici facce del sé e dell’altro, attraversando il visibile per lambire l’essenziale.

A Genova sta presentando “Islands”, tre pezzi diversi che portano con sé un significato molto profondo. Le andrebbe di raccontarci qualcosa di più?
Ciò che trovo sempre difficile è descrivere un pezzo. Quando provo a descriverlo, non è mai davvero quello che è. Ma posso darle qualche indizio. Ciascun danzatore, ciascun uomo, è completamente diverso dagli altri. Il solo di Riccardo (Meneghini, ndr), “The Seventh Man”, è basato su una poesia di un poeta ungherese. Parla delle nostre molte facce, dei dolori, delle tristezze, delle gioie… di tutto. E parla del “settimo uomo”, che alla fine riesce a fare i conti con le conseguenze della sua vita. Quella è stata l’ispirazione. E devo dire che ho coreografato lavorando molto con i danzatori. Anche loro hanno improvvisato con me. Abbiamo definito insieme le idee.

Il secondo pezzo è “A Deal with Instinct”.
E’ molto diverso. Il danzatore è giapponese. E parla specificamente del mondo in cui viviamo oggi. Ho la sensazione che stiamo perdendo un po’ dell’istinto, perché tutto è così levigato, così perfezionato. I media ti dicono come votare, cosa fare, tutto. Per me è interessante tornare ai nostri istinti, alla nostra voce interiore, semplicemente seguire la nostra vita.

Passiamo invece all’assolo di Tero Sarinen.
Lui è finlandese. Lavoro con lui da anni. Il solo si chiama “Room 7”. E parla della solitudine. Di come la affrontiamo nel mondo. È iniziato durante il Covid – quando siamo stati costretti all’isolamento. Ma io penso che la solitudine sia una cosa buona. Dobbiamo tenere presente che facciamo parte dell’umanità, ma allo stesso tempo dobbiamo riconoscere la nostra solitudine. Scopriamo cose importanti quando siamo soli. Io vengo dalla generazione hippie – non avevamo tutte queste informazioni. Dovevamo andare in biblioteca, cercare uno spazio. Penso che questi tre soli dicano qualcosa su dove siamo oggi. Ma non si può dire troppo, perché anche il pubblico, si spera, arriva con le proprie interpretazioni.

Room 7 (ph: Luigi Gasparroni)

L’assolo sembra essere una delle forme che preferisce. Penso a “Blue Lady”, che lei ha interpretato o ad altri soli che ha reinterpretato.
Mi piacciono i soli perché si lavora in profondità con una sola persona. L’attenzione è tutta lì. Quando ci sono dieci persone in scena, l’occhio si muove ovunque. Ma con un solo, è intimo e universale allo stesso tempo. Siamo soli nel mondo, eppure comunichiamo. Chi guarda porta con sé la propria percezione. E io amo questo: la percezione più dell’emozione.

Pensa che il fatto che siano tutti uomini cambi qualcosa, o che possa essere interpretato in modo diverso dal pubblico?
Io lavoro con la poesia, non c’è una storia. La grande poesia, che sia in francese, inglese o italiano, è sempre aperta. Puoi interpretarla in molti modi. Amo gli haiku, sono così brevi, ma l’ultima riga dice qualcosa di forte. Oggi siamo sommersi da informazioni e spiegazioni. Ma la poesia è contemplazione. Alcuni spettatori possono non portarsi via nulla. Altri, tutto. Dipende dalla loro vita, da cosa vedono. Soprattutto con la danza non ci sono parole. È visivo. Ecco perché la chiamo poesia visiva. È energia visiva.

“Poesia visiva” è anche la sua firma personale, giusto?
Sì. Prima di iniziare una creazione, disegno, o raccolgo poesie – mie o di altri. Amo la poesia perché è enigmatica.

Lei ha un profondo legame con l’Italia. Molti ritengono che la sua direzione al Teatro La Fenice nei primi anni ’80 sia stata fondamentale per la nascita della danza contemporanea in Italia, con Sosta Palmizi e tutto ciò che è seguito. Dopo aver influenzato così tanto la danza italiana, si può dire che l’Italia abbia influenzato anche lei?
Assolutamente. Io vengo da Nikolais — concetti astratti: tempo, spazio, forma, movimento. Ma quando sono arrivata in Italia, stava succedendo qualcosa di diverso. Ho vissuto a Venezia. Venezia non è come nessun altro posto al mondo. L’acqua… ha aperto qualcosa. La danza italiana era molto ricettiva. Gli italiani hanno qualcosa di profondamente antico — non so se sia la storia o la cultura. Nella mia compagnia ci sono quattro italiani. Sara Orselli è con me da 24 anni. Gli italiani sono come una famiglia. Ricercano insieme, trovano nuove fonti insieme. Alla Fenice lavoravamo ogni giorno dalle 10 alle 17. Avevamo un vero palcoscenico. È stato un dono. Quei quattro anni sono stati straordinari.
Molti artisti di allora stanno ancora lavorando: Giorgio Rossi, Raffaella Giordano, Roberto Castello, Michele Abbondanza. Ognuno ha trovato la propria via. Castello è venuto a Parigi diverse volte, è straordinario, anche come filmmaker. In Italia, alla Biennale, avevo una scuola. Gli italiani sono una famiglia, stanno insieme, non sono individualisti. Alcuni dei miei migliori amici sono italiani. E sì, negli anni ’80 la mia prospettiva è cambiata. È allora che sono entrata davvero nella poesia. Che è anche molto vicina all’insegnamento di Nikolais: niente codici di passi, ma concetti. L’Italia mi ha aiutato a cambiare il mio lavoro. Per quanto riguarda l’Italia oggi, penso a Stefano Mazzotta (“Zerogrammi” ndr), a Torino è un vero poeta. Insegnerò da lui a settembre. E poi, a maggio, un assolo che ho creato per Carla Fracci sarà eseguito di nuovo, in un gala. Lo interpreterà un’altra danzatrice.

Lei ha parlato spesso di Nikolais. Quando lasciò gli Stati Uniti per l’Europa, lui le disse: “Puoi andare, nessuno è insostituibile”. Guardando indietro — non alla sua carriera, ma alla sua vita (visto che so che non ama molto il termine “carriera”) — c’è stato qualcuno per lei davvero insostituibile?
Insostituibile? No. Ma Nikolais mi amava davvero. Quando gli dissi che dovevo partire, abbiamo pianto entrambi. Ma lo disse perché sapeva che dovevo andare oltre. Mi ha cambiato la vita. Ha aperto una porta — ed è ancora aperta. Ancora oggi insegno la sua tecnica. È per tutti, parla di poesia e concetti. Sono felice che molte delle persone che hanno lavorato con me continuino a trasmettere quella tradizione. Ognuno a modo suo.

E oltre a Nikolais?
Quando arrivai in Europa rimasi scioccata. Vidi Robert Wilson per la prima volta. Stavamo facendo una tournée con Nikolais. Vidi “Deafman Glance” — cinque ore, al rallentatore, e con attori autistici. Pensai: “C’è qualcosa là fuori”. Ho lavorato anche con lui. Non è facile, ma è molto visivo. Un po’ assurdo nel suo modo di lavorare. Per me è stato un’influenza importante.

Lei ha profondamente segnato la danza contemporanea. Come vede il ruolo della danza oggi? È molto diverso dal passato?
Oh sì, ora ci sono molte più persone che lavorano nella danza. Quando iniziai a Parigi, non c’era nessuno. Solo Béjart e me. Oggi è sorprendente quante persone lavorano in questo campo. Ma è comunque difficile. In Italia, ad esempio, i coreografi non hanno uno status. I finanziamenti sono pochi. Anche in Francia ora stanno tagliando i fondi per l’arte. È un peccato. Senza cultura, la civiltà scompare. Ho tenuto una lezione a gennaio per danzatori, e molti di loro si sentivano persi. Ci sono troppi danzatori oggi. Non sanno dove andare. Per questo voglio continuare a lavorare, perché ora tutto è orientato all’intrattenimento. Ma si perde profondità. Però ci sono anche grandi artisti, Crystal Pite, per esempio.

C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?
Sì. Una volta qualcuno mi ha chiesto: “Cos’è per lei l’arte?”. Mio Dio… Cos’è l’arte? Oggi abbiamo così tante definizioni. Tutto deve essere spiegato. Ma l’arte è. Punto. Senza definizione. Viviamo in un’epoca in cui dobbiamo dare un nome a tutto. Ma la danza è rischio. L’arte è rischio. È un passo nell’ignoto. E io lo amo. Non si sa mai davvero cosa succederà. Ma si va avanti, con energia positiva.

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