Dieci giorni di festival per 61 spettacoli in 14 spazi della città di Catania
Una città che pulsa, una rete che si allarga, un teatro che non resta chiuso tra le quinte ma cammina per le strade. È questo lo spirito che il Fringe Catania OFF sembra voler incarnare, e nei giorni in cui siamo stati lì, questa volontà si è fatta sentire con forza.
Dal 16 al 26 ottobre, alla sua quarta edizione, il festival diretto da Francesca Romana Vitale e Renato Lombardo – già ideatori dell’omonimo milanese – si è imposto come un esperimento ambizioso di decentramento teatrale: portare nella città etnea la forma-festival più agile e internazionale del teatro indipendente.
Catania diventa davvero un hub della scena emergente: piccoli teatri da trenta o quaranta posti accanto a sale più grandi, spazi polivalenti, bar, saloni e salette improvvisate. Si va dal centro storico fino alla periferia, a Mascalucia, alle pendici dell’Etna. In tutto 61 spettacoli, 272 repliche, 14 spazi: un mosaico di luoghi e di accenti che restituisce la complessità di un territorio vivace e in trasformazione.
Quello che colpisce è la densità dell’offerta, ma anche il clima umano: accogliente, aperto, conviviale. Nei corridoi dei teatri, tra un calice di vino e una birra, gli incontri nascono naturalmente. Gli artisti si scambiano idee, numeri di telefono, impressioni. Si sta tra amici.
Ogni giornata teatrale si chiude con un evento musicale: un piccolo rito collettivo che allenta le tensioni e rinsalda la comunità del Fringe. Sul palco si alternano musicisti e band che denunciano il passato di Lombardo nell’organizzazione del jazz italiano, e la qualità della musica ha un peso notevole. Un contrappunto sonoro all’intensità delle giornate del festival.
Accanto all’entusiasmo, emerge però anche un piccolo scarto: il pubblico.
Alcuni spettacoli, pur curati e di valore, faticano a trovare spettatori. “The bluebird” di e con Buba Basishvili per la regia di Meghan Frank è uno spettacolo che prende le mosse dalla poesia di Bukowski e usa mimo e clownerie per creare un piccolo viaggio poetico fatto di immagini e sensazioni. In sala la maggior parte degli spettatori sono gli stessi artisti ospiti al festival che assistono alle messe in scena dei colleghi.
Le cause sembrano molteplici: da un lato la sovrabbondanza di offerta, che rende difficile orientarsi tra decine di repliche in contemporanea; dall’altro la giovinezza del Fringe catanese, che deve ancora radicarsi nell’immaginario cittadino.
Come ci ha raccontato uno dei gestori degli spazi performativi, “questa offerta così polverizzata in giro per la città non aiuta”.
Un esempio. Per assistere allo spettacolo di Peppe Fonzo in “Fuje Filumena”, straordinario nella sua dissacrazione del testo di Eduardo De Filippo (una scrittura che si ispira alla Marturano senza dipenderne troppo o crearne una caricatura), bisogna avventurarsi in viuzze nascoste e arrivare al delizioso Tinni Tinni Arts Club, spazio accogliente e curato gestito con amore e rispetto per l’arte, ma difficile da raggiungere se prima hai assistito a “Elle come Donna. Cento strati di disagio lesbico”, in scena Laura Alferi e Francesca Romana Miceli Picardi ospitate a Fabbricateatro, altro spazio intimo e prezioso, ma la cui distanza da Tinni Tinni mette davanti a una scelta: o l’uno o l’altro.
Un artista, durante un pranzo da ’Za Rosa, osserva: “Il festival chiede a noi compagnie di promuoverci e attrarre il nostro pubblico”.
Due sguardi diversi, entrambi rivelatori: il Fringe catanese è un esperimento coraggioso di diffusione, ma la frammentazione rischia di diventare dispersione.
La sensazione, camminando da uno spazio all’altro, è che la città stessa non sia ancora pienamente consapevole dell’evento che la attraversa. “Catania è frizzante – afferma la stessa Vitale – ma è anche una città che si conquista giorno per giorno”.
In effetti, tra una replica e l’altra, si percepisce che il festival è ancora alla ricerca di una massa critica di spettatori: quella soglia che trasforma l’evento da rassegna di nicchia a rito urbano condiviso.
Una fase di crescita. Il Fringe, per sua natura, vive in bilico tra invisibilità e scoperta: è una scommessa sul tempo. La vera domanda, forse, è se la città saprà riconoscere questo movimento e farlo proprio, valorizzando la presenza di così tanti artisti, come anche di direttori e operatori ospiti ai panel di confronto: da quelli italiani, come Stivalaccio Teatro, agli internazionali come i direttori dei festival off di Avignone, Colchester, Soho o Denver per dirne alcuni.
Insomma, nonostante le criticità ciò che resta addosso è la sensazione di energia in movimento. Il Fringe si vorrebbe configurare come un dispositivo di rigenerazione urbana, di dialogo interculturale e di rete artistica. Le collaborazioni con teatri, associazioni e centri sociali (compresi i centri psichiatrici, dove sono state ospitate alcune repliche) testimoniano un’idea ampia di cultura: non come lusso, ma come pratica culturale e sociale.
Catania, con la sua luce barocca e le architetture scrostate, con i suoi mercati, le strade piene e le contraddizioni visibili, è una cornice ideale per questo esperimento. È una città che accoglie e respinge, che mostra e nasconde.
Camminare tra i suoi spazi, entrare in una sala da trenta posti, uscire e trovarsi a parlare con gli artisti tra il rumore del traffico e l’odore di una brioche col gelato, può sicuramente aiutare a vivere un festival non come spettatore ma come parte di una costellazione umana. Un tessuto di relazioni. Una fontana di connessioni.
Nel panorama dei Fringe, quello catanese si distingue per una identità ancora in costruzione, ma dimostra un potenziale da non sottovalutare. Dalla narrazione che ne propongono gli stessi organizzatori punta ad essere prima di tutto una “festa” delle arti performative, facendo base sul suo essere diffusa in spazi performativi anche inusuali: non solo una vetrina per artisti indipendenti.
Lo scambio e la contaminazione tramite cui avvicinare e far cadere confini vuol realizzarsi servendosi dell’aggregazione per stimolare nuovo pubblico. Servono tuttavia tempo e più tentativi per creare una vera e propria community.
Forse questo Fringe non ha ancora trovato pienamente la sua misura, ma ha già fatto sue le caratteristiche più intense della città: essere un crocevia, oggi come ieri, di voci e incontri.
