Lo spettacolo di Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli incanta il Teatro Madre Festival a Ostuni, trasformando una delle fiabe più celebri in un inno alla libertà e all’imperfezione
Stelle cadenti. Sono quelle che sembrano attraversare il cielo di Santa Maria di Agnano quando il sole, in un agosto rovente, si arrende finalmente all’orizzonte e il Teatro Madre Festival accende la sua magia in uno dei luoghi più affascinanti della Puglia.
L’anfiteatro naturale ricavato nella roccia, immerso nel parco archeologico e naturale che custodisce la storia millenaria della celebre “Donna di Ostuni”, si affaccia su una distesa di ulivi e macchia mediterranea.
Qui il teatro non arriva semplicemente in uno spazio naturale: sembra nascere dalla terra stessa, tra reperti archeologici, pietra antica, silenzi e un tramonto che nessun scenografo potrebbe mai disegnare. È il luogo ideale per accogliere una favola. O, meglio ancora, per smontarla.
Perché è esattamente questo che fa “Cenerentola 301”, il bizzarro teatro di figura della Compagnia Burambò, Premio Eolo 2026 come miglior spettacolo per le nuove generazioni.
Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli non aggiungono semplicemente un’altra versione della celebre fiaba: aggiungono la trecentounesima. Il numero non è casuale. Gli studiosi del folklore hanno censito oltre trecento varianti di Cenerentola diffuse nei cinque continenti. Una storia che attraversa secoli, culture e civiltà cambiando dettagli e simboli, ma conservando intatta la propria forza universale.
Burambò rompe definitivamente il cliché della principessa remissiva, della favola ingessata, dei buoni impeccabili e dei cattivi senza appello.
Il primo colpo di genio arriva già dall’aspetto dei personaggi. I pupazzi costruiti artigianalmente da Scarimboli sono volutamente incompiuti, imperfetti. La stoffa resta stoffa, le cuciture non vengono nascoste. È un teatro che rivendica orgogliosamente il proprio artigianato. E proprio da queste imperfezioni nasce una bellezza sorprendente.
La matrigna, irresistibile con il suo accento italo-argentino, è talmente buffa da non riuscire a spaventare nemmeno il proprio specchio. Le sorellastre Beatrice e Ada sono due creature memorabili: una è costretta ad appoggiarsi a un bastone perché il burattinaio si è dimenticato di costruirle un piede; l’altra parla a fatica perché nessuno le ha mai realizzato la lingua. Difetti che diventano carattere. Mancanze che si trasformano in comicità. Fragilità che si fanno immediatamente umanità con accento foggiano.
Ma il vero miracolo teatrale è un altro. Questi pupazzi non accettano di restare chiusi dentro la fiaba. Escono continuamente dal loro ruolo, discutono con i burattinai, contestano l’autrice, reclamano autonomia e autodeterminazione. È un raffinato gioco metateatrale che diverte i bambini e affascina gli adulti, perché introduce con sorprendente naturalezza uno dei temi più antichi dell’arte: dove finisce il potere dell’autore e dove comincia la libertà dell’opera? Chi decide davvero il destino dei personaggi?
Burambò riesce a trasformare questa riflessione in una girandola di gag, improvvise ribellioni e dialoghi irresistibili, mantenendo sempre leggerissimo il tono.
La comicità è fisica, quasi slapstick. Volano bastonate, inciampi, cadute e scontri, ma tutto è filtrato da un gusto grottesco che neutralizza qualsiasi violenza. Nessuna sopraffazione diventa mai bullismo. Si ride sempre con i personaggi, mai dei personaggi. È una differenza enorme, soprattutto in uno spettacolo destinato ai più piccoli. Burambò dimostra ancora una volta come il teatro possa educare senza impartire lezioni, suggerire senza predicare. E accompagna, senza mai risultare didascalico.
Chi cerca le scintille della fata madrina, le carrozze dorate, le scarpette di cristallo e i castelli irraggiungibili resterà probabilmente sorpreso. Qui tutto è scalcinato, terrestre, incredibilmente umano. Persino il principe azzurro sembra costruito con materiali di recupero, più incuriosito dalla musica di un telefonino che dall’epica cavalleresca. E proprio in questa scelta risiede l’attualità dello spettacolo.
La felicità non coincide con il matrimonio né con il castello. Il lieto fine diventa crescita personale, studio, scuola, educazione, emancipazione.
Cenerentola non aspetta qualcuno che venga a salvarla: costruisce il proprio futuro con le proprie gambe, con la propria intelligenza. Con il coraggio di scegliere.
Anche il suo aspetto racconta questa rivoluzione. Indossa pantaloni semplici, una camicia scozzese. Ha un’eleganza volutamente quotidiana e un’identità vagamente androgina che la rende universale. Potrebbe essere qualunque bambina o bambino. Potrebbe essere ciascuno di noi.
E mentre questa straordinaria compagnia di esseri storti, claudicanti, incompleti e irresistibili danza sotto il cielo di Ostuni, accade il miracolo più autentico del teatro. Bambini, genitori e nonni ridono nello stesso identico momento. Le differenze di età scompaiono. I pupazzi sembrano diventare persone e le persone ritrovano per un’ora lo sguardo libero dell’infanzia.
Nella cava di Santa Maria di Agnano, illuminata dalle luci del Teatro Madre Festival, dove il tramonto cede lentamente il posto alle stelle e il vento continua a portare il profumo della macchia mediterranea, la magia non nasce dagli effetti speciali. Nasce dall’incontro tra bambole di gommapiuma, mani sapienti e una storia raccontata con sincerità.
“Cenerentola 301” è un teatro sciancato, ostinatamente artigianale. Ed è proprio questa sua fragilità a renderlo profondamente vero. Perché ricorda a tutti, bambini e adulti, che la bellezza non abita nella perfezione delle fiabe, ma nelle crepe attraverso cui il teatro continua, ostinatamente, a far passare la luce.
A Leverano (Lecce) il 18 ottobre e a Taranto il 25 ottobre.
Cenerentola 301
Produzione: Compagnia Burambò
Drammaturgia: Daria Paoletta
Con: Daria Paoletta e Raffaele Scarimboli
Costruzione pupazzi: Raffaele Scarimboli
Tecnica: marionette da tavolo, pupazzi in gommapiuma e attori
Età consigliata: dai 5 anni
Durata: 1h
Visto a Ostuni, Parco archeologico e naturale di S. Maria di Agnano, il 2 agosto 2026
