A Forlì la biennale di teatro per ragazzi, miti, pupazzi, ombre e corpi, tra spettacoli che insegnano a disobbedire e altri che si fermano in superficie
C’è stato un momento, durante questa edizione di Colpi di scena, a Forlì, in cui la temperatura atmosferica e quella poetica hanno smesso di distinguersi. La Romagna ha accolto compagnie, operatori e spettatori sotto una cappa di calore che sembrava voler entrare essa stessa nella drammaturgia del festival.
A fine giugno la biennale organizzata da Accademia Perduta/Romagna Teatri, con la direzione artistica di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, ha vissuto così una curiosa inversione di prospettiva: in un contesto tradizionalmente dedicato agli artisti under 35, sono state soprattutto le temperature over 35 a prendersi la scena.
Eppure il caldo, invece di comprimere il pensiero, sembra averne accentuato una costante: il desiderio di guardare il mondo da un’altra altezza. Di sfidare il limite. Di opporsi. Una linea sotterranea che unisce Icaro, Pinocchio, creature notturne, topi filosofi, adolescenti impacciati e perfino tubi trasformati in strumenti di immaginazione.
Non stupisce allora che il festival si sia aperto proprio con “Contro il sole. Il mito di Dedalo e Icaro” di Teatro Gioco Vita, scritto e diretto da Emanuele Aldrovandi. Il testo prova a interrogare la figura paterna attraverso le diverse sfumature incarnate da Dedalo e Minosse: padri protettivi fino all’asfissia, competitivi, frustranti, talvolta incoraggianti ma quasi sempre incapaci di comprendere davvero i figli. Sono intuizioni interessanti che, tuttavia, rimangono più enunciate che sviluppate, lasciando la sensazione di un percorso drammaturgico che avrebbe potuto affondare maggiormente il bisturi.
Dove invece la compagnia ritrova la propria piena riconoscibilità è nel teatro d’ombre. Un linguaggio che appartiene ormai al suo patrimonio genetico e che qui costruisce immagini di raffinata precisione tecnica. Il labirinto diventa un sofisticato meccanismo d’orologeria; il Minotauro smette di essere mostro per natura e diventa mostruoso soltanto nello sguardo degli altri, incarnazione di una fragilità solitaria. E soprattutto emerge un Icaro la cui curiosità supera continuamente la paura. Un ragazzo metà Ulisse dantesco, e metà professor Keating: non sale sopra una cattedra ma verso il cielo, perché cambiare prospettiva significa già cambiare il mondo.
È la stessa urgenza di ribellione che attraversa il “Pinocchio” di Factory, interpretato da Fabrizio Tana. Inevitabile il confronto con quel memorabile “(H)Amleto” che aveva trasformato la compagnia in un piccolo caso teatrale. Anche qui la drammaturgia nasce dal pensiero vivo dell’attore, dalle sue elucubrazioni registrate e restituite in voce off, con un risultato meno vertiginoso.
Laddove Amleto trovava nella propria lingua elementare, ossessiva, quasi circolare una forza poetica capace di spalancare abissi, questo Pinocchio si limita più spesso a fantasticare: il Campo dei Miracoli come promessa impossibile di ricchezza, il Paese dei Balocchi come desiderio infantile, il concetto stesso di educazione continuamente interrogato. La morte rimane sullo sfondo come una minaccia meno seria di quella densità tragica che alimentava il precedente lavoro.
Un dato però basta da solo a giustificare il viaggio. La crescita del protagonista coincide con la trasformazione della sindrome di Down in una sorta di rigidità lignea da riconoscere, accettare e amare. Pinocchio diventa così refrattario a ogni tentativo di omologazione. Sorride a Carmelo Bene e all’Edoardo Bennato di “Burattino senza fili”. Coinvolge il pubblico. Risponde agli adulti senza farsi addomesticare. E soprattutto restituisce loro quei “no che aiutano a crescere”, ribaltando finalmente il rapporto educativo.
Pinocchio e Icaro: due ragazzi che imparano opponendosi.
La stessa traiettoria attraversa “Notturna”, produzione di Accademia Perduta con la cura dell’animazione di Nadia Milani. Qui il teatro di figura dispiega tutto il proprio repertorio artigianale: animazione su nero, ombre, maschere, miniature che costruiscono un paesaggio sospeso fra Matera e la Cappadocia. Una geografia immaginaria che sa di fiaba antica.
Lo spettacolo possiede una dolcezza pedagogica mai didascalica. Solletica le paure dei bambini senza mai compiacersene, preferendo accompagnarle lentamente verso il loro superamento. La creatura decrepita che abita questa notte è sbilenca, folle, tenerissima. Un elogio dell’imperfezione e della diversità che trova nel sogno la propria materia narrativa. Fumo, ombre, apparizioni costruiscono un incanto che sembra voler disperdere “quelli che benpensano”. Una vecchia e una bambina si tengono per mano, e attraversano insieme il buio. È una piccola educazione sentimentale contro il pregiudizio, una dichiarazione d’amore per i matti e per i bambini, gli unici forse ancora capaci di abitare l’immaginazione.
L’artigianato del teatro di figura ritorna anche ne “Il vestito nuovo dell’imperatopo”, coproduzione Accademia Perduta e TCP. Questa volta protagonisti sono pupazzi e oggetti animati, con una colonia di topi irresistibili manovrati a vista.
L’intuizione più felice consiste nello spostare il baricentro della fiaba. Non è tanto la vanità dell’imperatore a interessare, quanto la possibilità che siano i bambini a insegnare agli adulti il linguaggio delle priorità. Guardare oltre il fumo negli occhi, smascherare chi governa attraverso l’apparenza, ma anche ricordare che il tempo sottratto al lavoro per essere restituito alla famiglia è un tempo guadagnato, non perduto. I topi, perfettamente caratterizzati, strappano continuamente il sorriso senza rinunciare alla chiarezza del messaggio.

Tra le sorprese più divertenti del festival spicca “Gli stupidi sogni di Morgan” di Castaldo/Sintucci. Due attori al servizio di un pupazzo costruiscono un terzetto scenico che genera una quantità impressionante di personaggi. Il pretesto è salvare la televisione italiana, ma il vero bersaglio è il nostro immaginario collettivo, con una satira feroce delle fiction e delle loro derive.
Il ritmo è sostenuto da una drammaturgia ricca di continui ribaltamenti e da una partitura musicale che accompagna senza invadere. Ne nasce una maschera contemporanea insieme buffa, malinconica, cinica e sorprendentemente politica.
Più lineare è “Charlie” di Accademia Perduta/Teatro Città Murata. Qui il teatro d’attore affronta le insicurezze dell’adolescenza attraverso il travestimento, la mimesi, il cinema e soprattutto la figura di Charlie Chaplin. L’idea di fondo è semplice ma potente: nulla smonta il bullismo quanto l’umorismo. Ridere di sé diventa il primo gesto di emancipazione.
Fra i lavori destinati a lasciare una traccia duratura c’è senza dubbio “Tubi” di Gaia Gonnelli, produzione Sosta Palmizi / Dadodans.
L’idea scenica è di una semplicità disarmante. Tubi di diverse lunghezze e diametri diventano ogni volta altro: casa, rifugio, cannocchiale, ostacolo, compagni di gioco. Due interpreti costruiscono davanti ai bambini l’intero vocabolario della crescita: il gioco solitario, l’imitazione, la gelosia, l’emulazione, la scoperta dell’altro.
La danza è pulita, essenziale. Qui il gesto pesa più dello sguardo. E soprattutto lo spettacolo non termina con gli applausi. Si trasforma immediatamente in laboratorio, invitando bambini e adulti a smontarne i meccanismi per ricomporli liberamente. È un teatro che rinuncia al proprio statuto sacrale per diventare palestra scenica, spazio condiviso di sperimentazione. Un’idea semplice quanto preziosa.
Affascinante anche la macchina sonora costruita da Divisoperzero per “Un’Odissea”. Il viaggio di Ulisse viene evocato attraverso materiali di recupero trasformati in strumenti musicali improbabili. La mitologia passa così attraverso il rumore della materia povera, dimostrando ancora una volta come il teatro ragazzi sappia inventare dispositivi scenici che il teatro cosiddetto “per adulti” sembra avere dimenticato.

Ci sono lavori ancora da affinare. “Giraffe. L’incredibile storia della zoologa Anne Innis Dagg” (Cranpi/Fondazione TRG) racconta una vicenda appassionante di emancipazione femminile. La recitazione è generosa, ma rimane spesso confinata dentro un registro eccessivamente fanciullesco. Il racconto insiste sugli ostacoli affrontati dalla protagonista molto più che sui metodi con cui li supera. Così ci si affeziona ad Anne senza comprenderne davvero la portata scientifica. E paradossalmente si esce da uno spettacolo dedicato alle giraffe sapendone quasi quanto prima.
In “Alice nel paese dei pazzi” di Koreja la drammaturgia procede senza trovare una direzione. La regia indulge in un gusto vintage e la recitazione fatica a decollare. L’idea di un mondo capovolto sarebbe potuta diventare un efficace dispositivo critico per smontare molte delle semplificazioni ideologiche contemporanee. Rimane invece confinata a qualche trovata visiva, ai bei costumi (Alice è vestita alla Mondrian) e a una serie di coreografie che sembrano esistere soprattutto per riempire il tempo.
Anche “Di querce, di nubi e di stelle” di Elsinor nasce da una suggestione promettente. La scena di fogli sparsi sembra pronta ad aprire mondi, costruire relazioni, evocare memorie. Ma il protagonista finisce quasi esclusivamente per dialogare con sé stesso e con la luce, implodendo in una fragilità attoriale che la costruzione scenica non riesce mai davvero a sostenere. L’impressione è quella di un esercizio corretto, semplice, mai realmente necessario.
Più severo ancora il giudizio su “Magma”, coproduzione Accademia Perduta e Compagnia del Buco. L’idea di un’avventura claustrofobica rimane intrappolata nella propria metafora. Il buco evocato dal nome del gruppo finisce infatti per risucchiare tutto: idee, regia, drammaturgia, interpretazione. Rimane soltanto un contorno di groviera, che il caldo romagnolo scioglie come gli orologi molli di Dalí.
Infine “Barbablù” di Altri Posti in Piedi. Gli interpreti dimostrano mestiere e presenza scenica, ma il nodo sta altrove. Accostarsi con leggerezza a un tema come la violenza di genere richiede un equilibrio difficilissimo. Esiste una leggerezza che appartiene alla rondine e una che appartiene alla piuma. La prima attraversa il cielo con precisione; la seconda viene trascinata dal vento.
Qui si sceglie la seconda strada. Il femminicidio diventa pretesto per esercizi di stile anziché centro di una riflessione autentica. È il tema a essere messo al servizio delle possibilità comiche degli interpreti, quando dovrebbe accadere il contrario. Ne nasce uno spettacolo generico, senza approfondimento, che finisce per banalizzare ciò che vorrebbe denunciare.
Resta però il bilancio complessivo di un festival che continua a occupare un posto essenziale nel teatro italiano dedicato alle nuove generazioni. Non solo per la qualità media della proposta, ma per la capacità di mettere continuamente in dialogo linguaggi differenti: teatro d’attore, figura, ombre, danza, musica, laboratori, artigianato scenico. Colpi di scena continua a ricordare che il teatro ragazzi non è un genere minore, ma uno dei luoghi in cui il teatro contemporaneo sperimenta con maggiore libertà le proprie forme.
E forse non è un caso che, in un’edizione dominata da sole e afa, siano rimasti impressi soprattutto gli spettacoli capaci di insegnare la disobbedienza. Icaro che vola. Pinocchio che dice no. La creatura di “Notturna” che attraversa il buio. I bambini che smascherano l’imperatore. I tubi che diventano mondi.
Perché crescere, in fondo, significa proprio questo: trovare il coraggio di guardare il sole senza smettere di immaginare il cielo.
