Come si distrugge la cultura in tre atti (più un decreto)

Più poltrone, meno imbottitura
Più poltrone, meno imbottitura

L’Italia che ha paura del futuro finanzia il passato e soffoca la scena contemporanea. Senza neppure sporcarsi le mani

Tiriamo le somme su tutto il polverone sollevato dall’arte dal vivo contro il Ministero della Cultura. È tutto scritto, nero su bianco, con l’aridità tecnica e l’apparente neutralità dei bandi pubblici. Sfogliamolo ancora una volta il nuovo Decreto Ministeriale che regola il Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV). E diciamolo. Non si tratta di burocrazia: è una dichiarazione bellica. Silenziosa, ma determinata. Senza bombe, ma con budget. Senza galere, ma con griglie di valutazione. A naufragare non è soltanto il futuro della scena contemporanea italiana, ma l’idea stessa che lo Stato abbia un ruolo nella protezione e nella promozione dell’arte come bene comune.

Questa è la storia di un equivoco culturale. Di un colpo di mano normativo travestito da riforma. Di un patto infranto tra artisti e istituzioni. E come ogni inganno che si rispetti, comincia con una bugia.
La bugia è che si sta aiutando il settore. Che si sta allargando la platea dei beneficiari. Che si sta premiando la qualità. Che con il Governo Meloni il settore stia riacquistando salute, spettatori, incassi. Lo ha detto anche il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone. Ma è tutto falso. O meglio: è tutto vero solo per chi crede che la qualità culturale si misuri con le presenze in sala e con le curve di crescita. Solo per chi ha deciso, una volta per sempre, che l’arte deve piacere a tutti, vendere tanto, stare al suo posto e possibilmente non disturbare.

Il nuovo sistema, varato per il triennio 2025–2027, è un dispositivo capestro. Una macchina calibrata al millimetro per soffocare le realtà più innovative, più fragili, più coraggiose. Quelle che osano, esplorano, disturbano. Quelle che hanno bisogno di sostegno non perché “non ce la fanno da sole”, ma perché la loro missione non è vendere biglietti, ma aprire orizzonti.
E allora sì. Questa è una requisitoria. È un urlo contro un Ministero della Cultura che si comporta come un Ministero del Commercio. Che finge di non capire che trattare la cultura come un prodotto, equivale a sterilizzarla, a neutralizzarla, a ridurla a intrattenimento da centro commerciale.
Chi scrive è dalla parte sbagliata: quella di chi sostiene che questo sistema è marcio.

Atto I: Il Tavolo dei Bluff
C’era una volta il confronto. O almeno la sua messa in scena. Le reti degli operatori erano state coinvolte nei tavoli tecnici. Sembrava una svolta. Sembrava. Perché poi, quando si è trattato di scrivere davvero il decreto, quei tavoli sono spariti. Chiusi. Sbarrati. Senza preavviso, senza spiegazioni, senza pudore.
È stato un colpo di mano elegante, ma spietato. Il messaggio era chiaro: grazie della partecipazione, ora toglietevi di mezzo. Il risultato? Un decreto cucito su misura per chi ha già vinto, per chi occupa posizioni consolidate, per chi non ha bisogno di cercare, perché ha già trovato. E sta lì, da anni, a succhiare fondi pubblici come parassita della rendita culturale.
La democrazia culturale è finita lì, in quella porta chiusa. E pochi hanno protestato. Perché protestare contro un bando ministeriale è roba da radical chic, da teatranti frignoni e fighetti che usano lo schwa. Ma la verità è che il nuovo sistema è stato costruito per essere incontestabile: freddo, tecnico, apparentemente imparziale. È come morire di asfissia in una stanza piena di ossigeno.

Atto II: L’Eutanasia del Rischio
Un tempo, il rischio culturale era un valore. Era il motivo per cui lo Stato investiva dove il mercato non voleva mettere piede. Era l’idea che la cultura dovesse essere anche scomoda, difficile, non necessariamente redditizia. Oggi quel principio è sparito. Rimosso. Cancellato. Non c’è più traccia della parola “rischio” nei criteri di valutazione. Al suo posto? “Qualità progettuale”. Che, nella neolingua ministeriale, significa: fai quello che piace al pubblico, che già funziona. E non rompere le scatole.
Ma l’arte vera non è mai comoda, prevedibile, rassicurante. L’arte vera mette in crisi. E se lo Stato non sostiene questa funzione disturbante, allora che Stato è?
Il nuovo FNSV è un manuale di addestramento all’obbedienza. I parametri non premiano il coraggio, premiano l’omologazione. Si finanziano gli spettacoli che hanno più recite, più incasso, più curriculum. È la logica della performance applicata al mondo dell’arte: produci di più, vendi di più, piaci di più. Chi osa è fuori. Chi dubita è fuori. Chi sperimenta è fuori.
Non è un caso. È un disegno. Un disegno spietato che parte da un assunto tossico: che la cultura debba essere utile, efficiente, comprensibile. Invece la cultura è (anche) inutile, inefficiente, indecifrabile. Ed è proprio per questo che va protetta. “Nulla è più necessario del superfluo”.

Atto III: l’Ecatombe silenziosa
Ma andiamo ai numeri. Il decreto aumenta il numero degli organismi finanziati. Bene? No. Perché i soldi sono gli stessi. Più poltrone con meno imbottitura. È un trucco? Non possiamo dirlo. Certo, è una moltiplicazione delle bocche per la stessa pagnotta. È una strategia da trincea? Affamare tutti per farli competere tra loro? Il risultato, in ogni caso, è prevedibile: più precarietà, più isolamento, più miseria. E il sistema implode.
Poi c’è lo squilibrio fra produzione e programmazione. Cioè: si finanziano più soggetti che producono spettacoli, ma non si aumentano quelli che li fanno girare. Quasi una barzelletta. È come finanziare la costruzione di treni senza finanziare i binari. Il paradosso è talmente ovvio che verrebbe da pensare a un errore. Ma non lo è. È un sistema costruito per incepparsi, per favorire pochi e lasciare a piedi gli altri.
E infine, la Questione Meridionale 2.0: la disparità territoriale. Il Nord continua a prendersi quasi la metà dei fondi. Il Sud e le Isole si spartiscono le briciole. Altro che “unità culturale nazionale”. È la cartina tornasole di un’Italia divisa, in cui chi è nato al Sud ha meno diritto alla cultura. Una discriminazione mascherata da efficienza. Ma il sottotesto è chiaro: “Dove non c’è mercato, non c’è cultura”. E invece è proprio lì che servirebbe un intervento forte. Ma chi ha il potere non investe dove c’è bisogno: investe dove conviene.

Epilogo: Le Vittime Designate
La danza off è stata la prima a cadere. Troppo fragile quella sperimentale, troppo poco commerciale. Il Tavolo Permanente della Danza? Una foglia di fico. I numeri parlano chiaro: sedici organismi in meno.
E le residenze artistiche? Quelle che dovevano essere il vivaio della creatività, il motore della sperimentazione diffusa sul territorio? Finanziate in modo insufficiente. Proprio ora che stavano crescendo, radicandosi, producendo. La logica è perversa: se una cosa funziona ma non porta soldi, va chiusa.
E il teatro? Aumentano i finanziati, certo. Ma solo per ingolfare il sistema. Si premia la dimensione della sala, non l’innovazione. Si favorisce il grande a scapito del piccolo. È la fine della biodiversità culturale. È il fast food dell’arte: standardizzato, digeribile, insapore.

Postfazione (o profezia): Distruggi il nuovo, salva l’esistente, chiudi la bocca
Questo decreto è il sigillo su una politica culturale che ha deciso di rinunciare al futuro. Che ha paura del dissenso. Che preferisce l’applauso al dubbio, il consenso alla critica, la folla al pensiero. È una politica che considera gli artisti non come interlocutori, ma come fornitori. E il pubblico non come comunità, ma come target.
Non è un problema di destra o sinistra. È un problema di visione. E la visione è questa: una cultura che deve piacere, funzionare, vendere. Una cultura che non deve disturbare, non deve sollevare domande, non deve cambiare nulla. Deve solo girare. Come le pale di un ventilatore spento.
Il Ministero, in tutto questo, ha una responsabilità precisa: ha abdicato. Ha scelto di non essere il garante dell’autonomia, ma il contabile del consenso. Ha scelto di non difendere il rischio, ma di premiare la rendita. Ha scelto di non ascoltare chi crea, ma chi conta.
E allora sì, questo decreto è una sentenza. Ma non definitiva. Perché l’arte, quella vera, non muore per un bando. Non si rassegna a un punteggio. Non si piega a una tabella.
Reagiamo ora. Se lo faremo quando la cultura sarà solo un prodotto – e lo Stato il suo sponsor pusillanime – sarà troppo tardi.
Sta passando una linea in cui o la comunicazione è trionfalistica e allineata, oppure siamo dei “gufi del pessimismo”, per dirla con Mollicone. Ma l’alternativa a Mollicone non può essere “mollaccione”. Noi la pensiamo come Gramsci: «Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».

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