Corsucci e Bernardi mettono in scena “Mine-Haha”, indagine visiva e politica su corpo e sguardo

Mine-Hana (ph: Marina Carluccio)
Mine-Hana (ph: Marina Carluccio)

Al Festival Opera Prima, un romanzo perturbante del primo Novecento diventa uno spettacolo che interroga la nostra contemporaneità

Con “Mine-Haha, ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle”, Marco Corsucci e Matilde Bernardi firmano uno degli esperimenti scenici più interessanti dell’edizione rodigina del Festival Opera Prima.
Prodotto dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” in collaborazione con Romaeuropa Festival e vincitore del Premio Silvio d’Amico alla Regia, lo spettacolo, andato in scena al Teatro Studio di Rovigo, nasce dal confronto con l’enigmatico romanzo di Frank Wedekind, pubblicato agli inizi del secolo scorso, ma sorprendentemente attuale.

Il racconto si sviluppa attraverso la memoria di Hidalla, una donna che ricorda la propria infanzia trascorsa in un parco isolato dal mondo, dove centinaia di fanciulle sono istruite a sentire e disciplinare il proprio corpo. Un’educazione che esclude il pensiero, favorisce l’imitazione e prepara le giovani a essere viste, giudicate, infine reificate. “Mine-Haha” di Wedekind parla di disciplina, desiderio, controllo sociale.

Ma lo spettacolo è, prima di tutto, un’indagine sul potere dello sguardo. Lo sguardo degli altri, quello che ci definisce; lo sguardo nostro, che si modella per compiacere. Quello che plasma, che educa, che trasforma. È il tema centrale anche nella lettura scenica di Corsucci e Bernardi.
Guardati, impariamo a guardarci. E nel tempo, questo sguardo ci modifica, ci inibisce, ci trasforma. Raramente ci libera. È un lavoro che tenta di eludere le pose guidate dalla ragione per restituire al corpo una sua immediatezza originaria.

Il corpo in scena è quello di Matilde Bernardi, che nella prima parte interagisce con il romanzo e il personaggio di Hidalla, e nella seconda interpreta sé stessa: nuda, con il volto coperto da un collant trasparente, un po’ nello stile dei ritratti di Magritte. Gesto potente, che annulla l’identità individuale per evocare una condizione collettiva. La nudità qui non è mai esibizione, ma spazio politico, esposizione consapevole, gesto di disarmo e di autenticità. È un corpo che porta su di sé la stratificazione degli sguardi subiti e accumulati: innocenti, pudichi, turbati, erotici, eccitati, inibiti o disinibiti. Un corpo che non recita, ma ricorda.

Lo spazio scenico è definito da un telo bianco steso a terra, come un frammento di pelle o una pagina vuota. Tutto lo spettacolo si svolge lì dentro. La luce sopraffina di Flavio Pezzotti diventa drammaturgia: scolpisce, isola, protegge, espone. Intorno, una colonna sonora fatta di parole fuori campo, canti di uccelli, suoni naturali. Il paesaggio sonoro di Federico Mezzana accompagna con discrezione e precisione chirurgica questo ritorno all’origine, tra giochi infantili e pose apprese, tra esplorazione e vergogna.

Il corpo non parla ma dice: si muovono piedi, ginocchia, ventre, inguine, testa. I fianchi restano immobili, quasi imprigionati, e a partire dal loro perno si muovono le altre parti del corpo. È una coreografia delle zone solitamente escluse dal desiderio, un atlante del non detto. L’educazione, in questa visione, non forma ma reprime: insegna a imitare, a riprodurre gesti e posizioni viste chissà dove, da chissà chi. Dalla TV, dalla madre, dalla réclame.

Lo spettacolo si inserisce così in una riflessione più ampia sulla mercificazione del corpo. I riferimenti visivi sono molteplici: i nudi femminili analizzati da John Berger, i tableaux vivant di Vanessa Beecroft, le sfilate teatrali di Alexander McQueen, le vetrine dei negozi di abbigliamento. Luoghi diversi ma accomunati dalla centralità dello sguardo e dalla sua capacità di definire il corpo come oggetto. Proprio Berger, del resto, rimarcava l’estetizzazione della donna e la sua spersonalizzazione nella società delle apparenze, svilita dalla pubblicità e travolta da un consumismo che dà un prezzo a tutto: «Gli uomini guardano le donne. Le donne guardano se stesse mentre sono guardate. Questo determina non solamente la maggior parte delle relazioni fra uomini e donne ma anche il rapporto delle donne con se stesse. L’osservatore della donna è maschile; l’osservata femminile. Così lei si trasforma in oggetto. Più specificamente in oggetto di visione».

Ma “Mine-Haha” (nome indiano che significa “acqua ridente”) non è solo un adattamento teatrale.
L’operazione di Corsucci e Bernardi è una drammaturgia complessa, che lavora per livelli visivi, sonori, simbolici. In 50 minuti riesce a condensare un’intera riflessione su corpo, identità, desiderio, educazione. Il testo di Wedekind, pur radicato nella Belle Époque, si rivela qui un dispositivo critico potentissimo per interrogare il presente.

Il parco chiuso del romanzo diventa metafora di ogni sistema educativo che omologa, che soffoca le singolarità, che addestra al conformismo. Chi non si adatta, resta nel parco. Chi non impara a rendersi visibile, resta fuori dallo sguardo. È una profezia distopica che risuona ancora oggi, tra social media e spettacolarizzazione costante di sé.

In questo senso, lo spettacolo richiama l’atmosfera perturbante di “Picnic ad Hanging Rock”, film e romanzo in cui alcune ragazze spariscono misteriosamente durante una gita. Anche qui si assiste a una sparizione: quella di un’identità che non riesce più a corrispondere all’immagine che il mondo le chiede di restituire.

“Mine-Haha” è un’opera ipnotica, geometrica, esatta. Non consola, ma interpella. Non indica una via, ma costringe a guardare dentro. Al centro, resta il corpo: osservato, giudicato, esposto. E con esso, anche lo sguardo di chi guarda: il nostro. E ci domandiamo quante volte abbiamo a nostra volta modificato pose, essenza, personalità, verità, sulla scia dello sguardo altrui.

Mine-Haha, ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle
un progetto di Marco Corsucci e Matilde Bernardi
ideazione e regia: Marco Corsucci
con: Matilde Bernardi
spazio e luci: Flavio Pezzotti
suono: Federico Mezzana
Produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico in collaborazione con Romaeuropa Festival – con il sostegno di TPE – Teatro Piemonte Europa ed AMAT

durata: 50’
applausi del pubblico: 3’30”

Visto a Rovigo, Teatro Studio, il 13 giugno 2025

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