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Con “Il Crepuscolo degli Dei” David McVicar completa il suo disegno registico su Wagner

Nylund e Vogt (ph: Brescia e Amisano - Teatro alla Scala)

Nylund e Vogt (ph: Brescia e Amisano - Teatro alla Scala)

L’ultima giornata dell’Anello del Nibelungo in scena al Teatro alla Scala. Il 7 e il 15 marzo le possibilità rimaste per vederla

Dopo “L’oro del Reno”, “La Valchiria” e “Sigfrido”, eccoci a “Götterdämmerung” ossia “Il Crepuscolo degli Dei”, che conclude la tetralogia de “L’anello del Nibelungo” di Richard Wagner, che il Teatro alla Scala di Milano ha meritoriamente deciso di regalarci in questi ultimi due anni, proponendoci un’esperienza davvero esaltante e unica in seno all’opera lirica.

“Götterdämmerung” fu rappresentata per la prima volta il 17 agosto 1876 al Festival di Bayreuth, in occasione della prima esecuzione completa della tetralogia. In Italia il suo debutto avvenne il 18 aprile 1883 al Teatro La Fenice di Venezia.

Alla fine del terzo tassello di questo progetto musicale davvero imponente, avevamo visto come l’eroe Sigfrido finalmente arrivi al sepolcro infuocato di Brunilde e lo attraversi, baciando la valchiria e svegliandola così dal suo sonno, impostole dal capo degli Dei, Votan, per aver trasgredito un suo ordine.
L’opera terminava con il loro canto proposto all’unisono: “Leuchtende Liebe, lachender Tod” (“L’amore lucente e la morte ridente”).

All’inizio del “Crepuscolo” vediamo che le tre Norne (nella nostra cultura le Parche), figlie di Erda, filano il destino, cantando di passato, presente e futuro, e presagendo la caduta definitiva degli Dei. Ma ad un certo punto il loro filo magico si spezza, e le tre “fatali” tessitrici se ne vanno, piangendo la perdita del loro sapere.
Sigfrido, intanto, dopo aver promesso fedeltà eterna a Brunilde, parte per nuove imprese, regalandole l’anello preso a Fafner come pegno d’amore, portando con sé il suo scudo e montando Grane, il cavallo della donna.

Veniamo così a conoscere i Ghibicunghi, un popolo che vive lungo il Reno, e il loro re, Gunther. Il fratellastro Hagen, degno figlio del maligno Alberich, che funge nella storia da antagonista, gli consiglia di trovare al più presto una moglie per sé e un marito per sua sorella Gutrune, suggerendogli i nomi di Brunilde e Sigfrido. Il perfido Hagen intanto, per ottenere lo scopo, ha consegnato a Gutrune una pozione che farà dimenticare a Sigfrido l’amata Brunilde, facendolo spasimare per lei. E davvero così accade: Sigfrido, tradendo l’affetto della sua amata, fa in modo che Gunther la debba possedere.
Sotto l’effetto della pozione magica, Sigfrido giura inoltre un patto di fratellanza di sangue con lui.

Intanto Waltraude, la sorella valchiria di Brunilde, le racconta come Wotan, il re degli Dei, sia tornato pieno di tristezza, con la sua lancia spezzata da Sigfrido. Una lancia che serviva a Wotan per portare avanti la sua saggezza e il suo potere.
Waltraute prega la sorella di restituire l’anello alle Figlie del Reno, lo stesso da cui parte tutta la tetralogia, poiché la sua maledizione sta colpendo non solo il Padre degli Dei, ma tutto il Walhalla, il loro regno. Brunilde però rifiuta di separarsi dal pegno d’amore che Sigfrido le ha donato, lasciando Waltraute disperata.
Arriva quindi Sigfrido, sotto le sembianze di Gunther, grazie al magico elmo Tarnhelm, che ha questo fatal potere, e si avventa su Brunilde affermando che dovrà essere sua sposa. La donna oppone una fiera resistenza ma Sigfrido/Gunther la sconfigge, strappandole l’anello dal dito e infilandolo nel suo.

Ph: Brescia e Amisano – Teatro alla Scala

Hagen viene visitato in sogno dal padre Alberich e, incalzato da questi, che vuole vendetta, gli giura che riuscirà a impossessarsi del famoso anello, su cui come abbiamo visto si muove tutta la tetralogia.
All’alba fa ritorno Sigfrido, che ha assunto di nuovo il suo aspetto. Hagen riunisce il popolo dei Ghibicunghi per accogliere il re Gunther e la sua sposa, che non è altri che Brunilde, la quale, notando l’anello al dito di Sigfrido, capisce di essere stata tradita, e furente e disperata lo accusa davanti a tutti, anche se lui si proclama innocente.
Colmo di rabbia e vergogna, pur conoscendo perfettamente i fatti, Gunther è d’accordo con il fratellastro che Sigfrido debba morire perché lui riacquisti il suo onore. E sul povero e innocente Sigfrido si abbatte anche l’odio di Brunilde, desiderosa di vendicarsi del tradimento; si unisce quindi alla congiura e rivela ad Hagen l’unico punto debole dell’eroe che non indietreggia davanti a niente: la sua schiena. Hagen e Gunther decidono così di attirare Sigfrido in una battuta di caccia e ucciderlo.

Intanto le Figlie del Reno piangono la perdita dell’oro e chiedono a Sigfrido di restituirlo per sfuggire così alla sua maledizione, ma il giovane eroe non ci sta. Esse allora gli predicono che morirà, e che la sua erede, una donna, sarà più generosa.
Sigfrido, uscito per la caccia con Hagen e Gunther, in un momento di riposo racconta loro le sue passate avventure: è in questo momento che Hagen gli dà una pozione che gli fa recuperare la memoria, così Sigfrido in modo romantico racconta di Brunilde e del loro amore. Ed è allora che il perfido Hagen lo trafigge alla schiena con la sua lancia, uccidendolo, mentre l’eroe, negli ultimi istanti della sua vita, si abbandona ancora al ricordo della sua amata. E’ qua che Wagner ci regala la strepitosa marcia funebre di Sigfrido, punteggiata dai tamburi, uno dei momenti più famosi della Tetralogia.

Nell’atrio del palazzo dei Ghibicunghi, Gutrune attende intanto il suo sposo e si dispera quando viene portato il cadavere di Sigfrido. Gunther accusa Hagen della sua morte. Hagen lo ammette e fa per strappare l’anello dal dito del cadavere, uccidendo poi il fratellastro che tentava la stessa cosa. Ma quando Haghen si china sul corpo per afferrare definitivamente l’anello, la mano dell’eroe morto si alza minacciosa, ed egli arretra terrorizzato.
Arriva Brunilde e ordina che una grande pira funebre venga accesa accanto al fiume. Prende infine l’anello e annuncia alle Figlie del Reno che potranno venire a riprenderlo dalle sue ceneri, una volta che il fuoco lo avrà purificato della maledizione. Viene quindi accesa la pira e la valchiria, col sul suo cavallo Grane, cavalca in mezzo alle fiamme.
L’anello dato alle figlie del Reno finisce nell’acqua: Hagen, smanioso di possederlo, si tuffa per prenderlo e annega. Le Figlie del Reno si allontanano a nuoto, con l’anello finalmente tornato nelle loro mani. Intanto l’annunciato crepuscolo degli dei si consuma, con l’incendio che si propaga, impossessandosi anche del Walhalla.

Ph: Brescia e Amisano – Teatro alla Scala

Siamo di fronte ad un’opera, come le altre tre, di gigantesche proporzioni (quattro ore e mezzo di musica), in cui si susseguono magie, tradimenti, abbandoni, vendette, amore e morte. E contenente una curiosa particolarità: poiché Wagner aveva scritto i testi cominciando dall’ultima giornata e procedendo a ritroso nella tetralogia, possiamo cogliere alcuni modi di espressione legati alla tradizione precedente (il coro e il terzetto alla fine del II atto, per esempio).
L’impasto musicale è comunque impregnato del suo particolarissimo stile, con il rincorrersi dei vari temi legati ai personaggi e ai vari sentimenti, che si intersecano tra loro in modo struggente, sino al finale, di grande potenza e innestato di melanconica speranza.
Il monologo introspettivo di Hagen del I atto, nel passaggio tra la seconda scena e la terza, ci ha poi ricordato il verdiano “Credo in un Dio crudele” dell’Otello.

La regia di David McVicar si raccorda con coerenza alle tre precedenti giornate, attraverso le suggestioni che già conoscevamo: il grande anello che introduce le parti dello spettacolo, il viso di pietra di Erda con la mano su cui è distesa Brunilde, i cavalli-uomo, gli alberi antropomorfici con le sembianze degli Dei, il fuoco, il teschio dorato, la scala che porta al Walhalla.

Come nel prologo e nelle prime due giornate, ritroviamo ancora i mimi e i ballerini, coreografati da Gareth Mole e David Greeves, che alla fine, con intensa commozione, accompagnano anche il funerale di Sigfrido.
Avevamo già accennato come il regista inglese presenti in modo sobrio gli avvenimenti ma con uno sguardo al mondo fantasy. Ne è un esempio, qui, la presentazione del regno dei Ghibicunghi, un mondo reinventato con grande estro, ma mai sovraccarico o strambo, reso attraverso le scene sue e di Hannah Postlethwaite, i costumi di Emma Kingsbury e le luci di David Finn.

Molto suggestivo il finale, con l’anello che diventa una specie di mappamondo infuocato e la presenza dello spirito del Reno, un ballerino nascosto da una maschera aurea, simbolo della riconquista dell’anello, che appare questa volta con una grande mano all’interno di un anello, a far presagire un mondo (forse migliore) in mano agli esseri umani, unici artefici del loro destino.

Tutto ciò è restituito dalla musica di Wagner, in tutta la sua potenza immaginifica, dalla direzione dell’australiana Simone Young, che avevamo già conosciuto per il secondo tassello della tetralogia, “La Valchiria”, che ci ha donato in modo davvero esemplare tutte le suggestioni degli avvenimenti narrati, dal fluire delle onde del fiume, con il canto delle tre figlie del Reno, alla potentissima marcia funebre.

Tra i cantanti non possiamo che confermare l’ottima impressione che ci avevano già fatto, nei panni dei protagonisti, il soprano finlandese Camilla Nylund (Brunilde), convincente sia quando è innamorata sia quando, ingannata, deve combattere contro una realtà avversa; così come il tenore tedesco Klaus Florian Vogt (Sigfrido), veemente eroe che deve soccombere davanti al male, teso sempre a ricordare il suo amore perduto.
Per gli altri interpreti principali Günther Groissböck, che avevamo precedentemente apprezzato come Hunding, ci è parso reggere con difficoltà il ruolo del protervo Hagen, mentre il baritono canadese Russell Braun è un Gunther nel complesso apprezzabile. Un applauso, come sempre, al Coro scaligero, guidato da Alberto Malazzi, che appare nel secondo e terzo atto impersonando i Ghibicunghi.

Al Museo Teatrale alla Scala è in corso una mostra, visitabile fino al 3 maggio, intitolata “La rivoluzione del Ring – Visconti Ronconi Chéreau”, a cura di Giovanni Agosti e con l’allestimento di Margherita Palli. La mostra è dedicata a Pier Luigi Pizzi, scenografo de “La Walkiria” e “Sigfrido” nella regia scaligera di Luca Ronconi.
Sui pannelli del Ridotto dei Palchi Toscanini, sempre dal 30 gennaio, è visitabile “Risonanze Wagner – Visioni intorno al Ring”, esposizione a cura di Gianluigi Colin e Mattia Palma che esplora l’eredità del “Ring des Nibelungen” attraverso un progetto che vede protagoniste quattro artiste contemporanee.

Götterdämmerung
Richard Wagner
Terza giornata, in un prologo e tre atti
Versi e musica di Richard Wagner
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Nuova Produzione Teatro alla Scala

Direttore (1, 4, 8 feb.) ALEXANDER SODDY
Direttrice (12, 17 feb.) SIMONE YOUNG
Regia DAVID MCVICAR
Scene DAVID MCVICAR & HANNAH POSTLETHWAITE
Costumi EMMA KINGSBURY
Luci DAVID FINN
Video e proiezioni KATY TUCKER
Coreografie GARETH MOLE
Maestro arti marziali / prestazioni circensi DAVID GREEVES

Cast:
Siegfried Klaus Florian Vogt
Hagen Günther Groissböck
Gunther Russell Braun
Alberich Johannes Martin Kränzle
Brünnhilde Camilla Nylund
Gutrune/Terza Norna Olga Bezsmertna
Seconda Norna Szilvia Vörös
Waltraute Nina Stemme
Woglinde Lea-ann Dunbar
Wellgunde Svetlina Stoyanova
Flosshilde Virginie Verrez
Prima Norna Christa Mayer

durata: 5h 20′ inclusi intervalli

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 17 febbraio 2026

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