Al Festival d’Avignon “Che dolore terribile è l’amore” e “Thésée, sa vie nouvelle”, due spettacoli tratti dai romanzi di Han Kang e Camille de Toledo
L’ultima edizione del Festival di Avignone, tra molte conferme e, a quanto pare, poche scoperte, ha garantito comunque spunti di approfondimento spesso stimolanti.
Due opere, “Che dolore terribile è l’amore” e “Thésée, sa vie nouvelle”, offrono l’occasione di pensare in modo congiunto due adattamenti di romanzi che, con modalità diverse, affrontano entrambe la relazione dialettica e psicologica tra la Storia e le storie private dei singoli.
Daria Deflorian (autrice del primo spettacolo) guida sé stessa, Monica Piseddu e Anna Coppola nella costruzione di una drammaturgia al femminile che col corpo, le azioni e le voci mette in moto un dispositivo scenico che traduce il romanzo di Han Kang “Non dico addio”.
L’arte attorale di Valérie Dréville è invece il perno su cui si dipana il gioco di vivisezione cinematografica degli sguardi e dei gesti della stessa attrice orchestrato dal regista Guy Cassiers.
Il regista belga proietta le immagini e fa apparire i personaggi e le storie del romanzo con cui Camille de Toledo (nom de plume dello scrittore Alexis Mital, autore per l’appunto di “Thésée, sa vie nouvelle”) attraversa le utopie e l’orrore del Novecento.
Dréville, in posizione statica per tutta la durata dello spettacolo, fa sua la poesia del romanzo articolando con sapienza la parola poetica in scena, virtuosismo che è caratteristica portante e fondante, mai smentita, di tutto il teatro francese.

“Che dolore” presenta invece l’incontro tra due amiche, entrambe artiste: la cineasta In-seon, che vive sull’isola di Jeju, in Corea del Sud, e Gyeong-ha, che per anni ha scelto una vita isolata, ma ora non può rifiutare la richiesta di aiuto dell’amica. La regista si trova infatti bloccata in ospedale per colpa di una ferita, e ha urgente bisogno di una persona di fiducia che si prenda cura e tenga compagnia al suo uccellino, che altrimenti morirebbe.
Dopo aver già affrontato, con “La Vegetariana”, la traduzione scenica dell’omonimo romanzo della scrittrice sudcoreana, Premio Nobel per la Letteratura 2024, Deflorian intraprende un nuovo viaggio nella sua scrittura, e in particolare su una delle pagine più oscure della storia della Corea, la sanguinosa repressione della rivolta di Jeju del 1948, così da farci scoprire uno dei più terribili massacri di civili commessi nel ‘48-‘49 dalle forze del Sud.
Proprio di questo tragico fatto, la madre dell’amica-cineasta è stata vittima diretta. L’incontro con lei, e con le tracce ancora presenti nelle case bruciate, le descrizioni dei corpi massacrati dei familiari della madre, e soprattutto l’incontro con gli incubi e i fantasmi di quest’ultima (incarnata da Anna Coppola), scavano a fondo gli orrori della guerra, in uno spettacolo in cui la memoria dei singoli diviene risorsa importante per scoprire le tracce dell’orrore degli uomini, arrivando alla difficile consapevolezza che i fatti della Storia, la loro realtà banale e spaventosa, non possono essere cancellati.
L’adattamento del romanzo di de Toledo spinge invece il suo protagonista, Thésée, in una serie di archivi e documenti che egli porta con sé durante un trasloco da Parigi a Berlino, dalla “città dell’Ovest” alla “città dell’Est”, un viaggio che condurrà gli spettatori in un labirinto familiare costruito non sui fatti della Storia, ma sui punti di vista dei membri della famiglia dello stesso protagonista.
Si tratta della storia privata di una famiglia ebrea che attraversa l’abisso della Storia, fornendone un quadro del tutto relativo e soggettivo. La verità dei fatti è, in un certo senso, essa stessa relativizzata rispetto al sentimento degli individui. Ed è questa una differenza notevole rispetto all’approccio di Deflorian, poiché il passato e la storia intima del Thésée incarnato da Dréville non riportano alla luce fatti, ma danno peso scenico a sentimenti soggettivi e a storie private.
A partire da questo punto di vista è allora possibile ravvisare una diversa prospettiva culturale, si dovrebbe dire epistemologica, tra le due opere, un diverso approccio rispetto agli eventi collettivi sostenuto da due impostazioni drammaturgiche distanti.
Deflorian e la sua compagnia rievocano fatti che vengono presentati come macigni, benché sotterrati e resi irriconoscibili dal lavoro della memoria e dai traumi della madre, diventando cadaveri sepolti dalla neve. Tuttavia sono ancora lì, e basta una mano paziente che li ripulisca perché riemergano, alla stregua dei grandi pali di legno delle case del villaggio devastato dai soldati del Sud, che sono rimasti lì e possono essere riconosciuti come testimonianze della tragedia di una guerra civile.
La memoria tragica della morte dei familiari della madre e la possibilità di conoscere questi fatti costituisce il cuore dello spettacolo della regista italiana, rappresentato dall’atto di ricomporre i resti bruciati del villaggio, gesto compiuto con calcolata cura dalle attrici: i pali che occupano la scena si fanno sineddoche della storia tragica di un Paese e di un popolo divisi.

Con “Thésée, sa vie nouvelle”, Cassiers e Dréville seguono invece una memoria individuale, segnata dal trauma di un suicidio, e pongono una domanda senza risposta: “Chi è l’assassino di chi si suicida?”. Indagano, soprattutto, cosa abbia potuto voler dire essere ebrei in Europa nel corso del cannibalico Novecento.
Uno dei grandi meriti di questa riflessione è mostrare l’inconsistenza delle identità nazionali attraverso la voce di un avo del protagonista, di origine turca ma ufficiale di cavalleria francese: un capitano di cavalleria ebreo, che guidava un gruppo di cavalieri marocchini e che muore per la Francia.
Purtroppo, però, lo spettacolo riduce i fatti e la complessità dialettica della realtà ad interpretazioni individuali, che si sostituiscono alla Storia come ricostruzione coerente di cause ed effetti che derivano da avvenimenti concreti.
La cultura teatrale di cui Deflorian è massima esponente conduce ad un’appropriazione delle parole della scrittrice coreana che si struttura come un racconto condivisibile, non lineare, poetico e allusivo, capace di ricostruire una realtà che viene poi aperta ad ogni forma di ricezione, interpretazione ed attraversamento individuale. I sentimenti che gesti e voci delle attrici suggeriscono sono ancorati ad una materialità fisica concreta, solida. E restituiscono il senso dell’ineluttabilità dei fatti avvenuti, uno schiaffo al postmodernismo nichilista che talvolta, per pigrizia, viene elevato a contenuto delle opere sceniche più contemporanee.
Cassiers e Dréville, lontani da tali facilità pseudo-filosofiche, da mode anti-intellettuali e del tutto intellettualoidi, usano gli avvenimenti reali scoperti nella poesia del romanziere francese per traslare, in suono e in immagine, la storia come una lirica familiare, e non come analisi di una tragedia collettiva.
La scelta di interpretare con la voce i molti personaggi del romanzo, poi “doppiati” dalla camera del regista che li ritrasmette in diretta, permette un virtuosismo tecnico di Dréville, che non dà corpo alla narrazione ma la rende rarefatta in impressioni poetiche forti, ma non sempre chiare o convincenti.
La scelta di Cassiers e Dréville sembrerebbe fondata sulla ricerca di un modello poetico universale che offra un sentimento condivisibile della Storia, ma fondato sull’impossibilità di stabilire qualunque verità dei fatti storici.

Rischiando una scorciatoia interpretativa facile ma non per questo meno concreta, si potrebbe affermare che le due opere siano il frutto di modelli teatrali e culturali opposti: l’uno (quello di Deflorian) fondamentalmente storicistico, l’altro cartesiano e filosofico. Forse da qui deriva la diversa impressione prodotta dalle due attrici: Deflorian scava in una materia concreta (con una modalità in parte già nota), mentre Dréville è eterea nella sua staticità, una caratteristica che la cinepresa di Cassiers raddoppia, sfruttando il teatro per effetti cinematografici ed evocativi.
Da una parte, insomma, la carne, il sangue e l’odore della morte come poesia sublime di un comune dolore davanti ai fatti della Storia; dall’altra il sentimento poetico astratto prodotto da una tragedia familiare il cui racconto prima si aggroviglia su sé stesso, poi si dipana con l’armonia elegante e artificiale di un’equazione matematica ben risolta.
Resta l’impressione che le due opere, analizzate in modo incrociato, possano restituire un’istantanea, non sovrapponibile, dello sviluppo dell’arte della recitazione, oggi, in Francia e in Italia. E questo tramite il lavoro di due donne di teatro che, pur con qualche difficoltà e incertezza, sono esempio della potenza ma anche dei limiti delle rispettive culture attorali.
Che dolore terribile è l’amore
Avec Anna Coppola, Daria Deflorian, Monica Piseddu
À partir d’Impossibles adieux de Han Kang
Dramaturgie et mise en scène Daria Deflorian
Projet partagé avec Monica Piseddu et Andrea Pizzalis
Co-dramaturgie Eric Vautrin
Scénographie et assistanat à la mise en scène Andrea Pizzalis
Lumière Giulia Pastore
Son Emanuele Pontecorvo
Costumes Ettore Lombardi
Direction technique Enrico Maso
Conseil artistique Attilio Scarpellini
Collaboration à la dramaturgie Nikolai Palmieri et Blu Silla
Traduction française et surtitrage Federica Martucci
Traduction anglaise et surtitrage Prescott Studio Italie
Production Valentina Bertolino, Marta Dellabona
Communication Francesco Di Stefano
Visto al Festival di Avignone il 17 luglio 2026
Thésée, sa vie nouvelle
Avec Valérie Dréville
Texte d’après le roman Thésée, sa vie nouvelle de Camille de Toledo
Conception et mise en scène Guy Cassiers et Valérie Dréville
Vidéo Bram Delafonteyne
Son Jeroen Kenens
Lumière Zélie Champeau
Collaboration artistique Benoît De Leersnyder
Assistanat à la mise en scène Tristan Pannatier
Regard extérieur Blandine Savetier
Régie générale Guillaume Zemor
Régie lumière Matthias Schnyder
Régie vidéo Sebastian Hefti
Régie son Charlotte Constant
Accessoires, costume et construction du décor Ateliers du Théâtre Vidy-Lausanne
Administration, production, diffusion Tristan Pannatier, Elizabeth Gay, Elyse Blanquet
Traduction surtitrage anglais Corinne Hundleby
Visto al Festival di Avignone il 18 luglio 2026
