Il classico come fonte di innovazione attraverso gli spettacoli di Oliviero Bifulco, Simona Bertozzi, Noé Soulier, Jesus Rubio Gamo e Xavier Le Roy
Arriviamo a Piacenza per il dAS Festival nel pomeriggio, sul finire della conferenza sulla costellazione dei Gemelli, a cura di Maria Cristina Bolla (già docente del Liceo Gioia) e Danilo Caldini (Astrofili di Piacenza). Quest’anno il festival piacentino, giunto alla quarta edizione e diretto da Riccardo Buscarini, dà largo spazio a momenti come questo, conferenze partecipate e non, a fare da trait d’union e in parte esplicare il senso stesso del festival.
Il primo evento a cui assistiamo è “Dioscuri”, coreografia di Oliviero Bifulco, danzata da Francesco Mascia e Domenico Di Cristo (del corpo di ballo del Teatro alla Scala), un lavoro incentrato sul mito di Castore e Polluce, incastonato in un angolo del liceo Gioia di Piacenza, dinanzi a un affresco neoclassico che fa da cornice didascalica.
La coreografia di Bifulco mette in luce il tema della fratellanza, della condivisione e dell’amore fraterno, ripercorrendo il mito attraverso movimenti a tratti concreti e gestuali, di contrappunto a un disegno coreografico classico, denso di stilemi e atletismo. Una coreografia giovane, fisica, con una grammatica quasi dichiarata, e una costellazione di significanti che abbaglia e mette in mostra corpi e capacità. I due ballerini sono d’altronde precisi e intensi, anche nell’attraversare il sentimento che accompagna l’intera performance.

Il festival si svolge interamente nel centro della città, tra un edificio storico e un chiostro, una chiesa sconsacrata e una palestra, come quella in cui assistiamo a “Le Palestriti” di Simona Bertozzi, di cui su Klp avevamo già parlato in occasione di Polverigi Inteatro Fest; questa è una versione site specific, realizzata in una palestra di provincia attraversata dalla luce naturale del tramonto, senza ausilio di altre luci di scena.
Un rettangolo bianco al centro del parquet di gioco; il pubblico entra con le quattro performer già in scena, in corso un riscaldamento fisico.
La performance, che prende ispirazione dal celebre mosaico di Piazza Armerina – raro esempio di rappresentazione di atlete femminili nell’antichità – è un incastro di precisione e commistione di esperienze. Non c’è ostentazione nelle loro azioni, c’è il desiderio di perfezione, sinergia, dualità, una rincorsa al gesto ricercato, al movimento.
In scena si muovono quattro danzatrici-atlete alleate, sorelle, unite dalla fatica, dall’ambizione, dalla religione dell’atletica, singolarità che trovano nell’unione una nuova forza e la capacità di superamento dei propri limiti. Quattro interpreti incastonate in una piccola performance di grande potenza tecnica.

Il sabato è la giornata più specificamente dedicata al tema centrale del dAS Festival di quest’anno: la trasmissione del sapere, nello specifico quello relativo alla danza. Ad aprire la giornata, un’interessante conferenza sulla coreologia tenuta dalla coreologa e danzatrice Claudia Monticone.
Negli spazi moderni della Galleria Biffi di Piacenza, motore artistico e culturale della città, la coreologa traccia insieme agli astanti una distinzione semplice tra movimento e danza, partendo dai primi studi di Domenico da Piacenza sino ad arrivare alla Labanotation, rendendo di immediata comprensione, anche ad un pubblico non avvezzo a tali studi, ciò che rende il movimento danza, ossia quando le relazioni tra le componenti del movimento si commutano in maniera anomala, facendo sì che un gesto comune cambi significato tracciando un nuovo senso nello spazio.
A continuare, ed esemplificare, la difficoltà di trasmettere il codice della danza – nonché la maniera di attraversarlo, interpretarlo, e trasmettere al tempo stesso l’interpretazione da danzatrice a danzatrice – è il coaching de “La Bella Addormentata” tenuto da Anita Magyari, già prima ballerina del Teatro alla Scala, che insegna ai due giovani danzatori Giulia Mandelli e Alessandro Zucchi il passo a due nella versione da lei danzata con Rudolf Nureyev.
Nella splendida cornice del Teatro Gioia, in pieno centro cittadino, assistiamo a un evento difficile da replicare.
I due ballerini si trovano per la prima volta insieme ad apprendere la coreografia, replicandone non solo i movimenti ma le intenzioni. È qui che si amplia la percezione della grammatica coreografica, nell’ampiezza dell’arabesque che differisce da opera a opera, da personaggio a personaggio, nella postura, nella millimetrica differenza dell’apertura delle spalle, che fa di quella posizione una posizione da “La Bella Addormentata” o da “Il lago dei cigni”. La differenza sta nella posizione del corpo, nell’angolazione, come se il corpo, l’apertura, il movimento diventasse semantica.
Assistere a una lezione di questo tipo, e apprenderne il contenuto – spesso fruito in maniera del tutto estetica e meravigliata – è un privilegio raro, che fa del dAS Festival un’unicità nel panorama festivaliero per l’attenzione alla trasmissione dei codici e all’educazione della grammatica della danza. Un codice trasmesso e codificato come su un pentagramma musicale, così come i metodi moderni di annotazione coreografica, codici che si trasformano in linguaggio.

Prima di tornare al Teatro Gioia per assistere a “Le Royaume des ombres” e “Signe blanc”, del coreografo Noé Soulier, che dirige Vincent Chaillet (già primo ballerino dell’Opéra de Paris) in un gioco coreografico basato sul codice del balletto classico e la gestualità della pantomima, facciamo capolino alla restituzione giocosa del laboratorio condotto dalla compagnia associata NIKA, che quest’anno si è concentrata su un piccolo laboratorio per bambini, coinvolgendo anche le famiglie in questa finestra sulla danza nella città di Piacenza.
Le coreografie di Noé Soulier, danzate probabilmente per l’ultima volta da Chaillet – che, apprendiamo alla fine della performance, verranno inserite nel repertorio dell’Opéra di Parigi – sono un chiaro esempio di come i codici appresi nel coaching possano essere usati per costruire poesia nella danza contemporanea.
Il primo lavoro, “Le Royaume des ombres”, smonta l’alfabeto coreografico decostruendo i movimenti classici, mostrando ad esempio esclusivamente la fase preparatoria dei salti, richiamando coreografie classiche e note come “La Sylphide” (1832), “Giselle” (1841) e “Napoli” (1842) e ripresentandole in versione decostruita per sottrazione, non diversamente da certa poesia del Novecento, che ha fatto della sottrazione, e del vuoto, la propria linea di ricerca: qui non si tratta di versi ma di passi, svuotati fino a lasciare emergere solo il gesto necessario.
Allo stesso modo il secondo lavoro, “Signe blanc”, svuota di senso la pantomima, mostrando dapprima suono e gesto per poi invertirli e sovrapporli, un esercizio scenico poetico che richiama il lavoro di decomposizione del teatro degli anni Settanta.
L’ultimo spettacolo a cui assistiamo viene messo in scena, domenica, nella ex chiesa di San Cristoforo, presentata dai volontari del Touring Club, un piccolo gioiello barocco per lo più dimenticato.
“Estudios Elementales” di Jesús Rubio Gamo, con Luz Prado al violino, presentato in prima nazionale, è un lavoro minimale, un dialogo scenico tra il danzatore e la musicista che attraversa i ricordi della loro formazione.
I due artisti si alternano in un dialogo prossemico, tra esercizi e brevi monologhi in spagnolo, sulla loro ricerca iniziale, sulla routine e l’ossessività del gesto artigiano della formazione artistica – quello che il sociologo Richard Sennett, studiando la relazione tra mano e pensiero nel lavoro artigianale, descrive come un dialogo tra le pratiche concrete e il pensiero: una definizione che qui si applica quasi letteralmente, visto in scena nella coppia arco-violino e corpo-movimento.
Rubio, con piccoli accenni coreografici nello spazio ristretto ma suggestivo della chiesa, mostra la ricerca del movimento, il senso del peso, di flessione ed estensione; Prado dona vivacità a esercizi tecnici, virtuosismi e allenamenti manuali, inondando lo spazio di suono e memoria. Nei loro corpi è intrisa l’autobiografia di parti della performance, che sembra dare poeticità alla preparazione, alla formazione.
Lo spettacolo assume anche un’importanza sociale precisa: in contrapposizione a un presente che celebra la velocità (anche d’apprendimento), qui si celebra la lentezza, la costanza, l’assiduità e la disciplina della formazione artistica che entrambe le professioni richiedono.

Il dAS Festival si chiude quella stessa sera con “La Sagra della Primavera”. Nel ventesimo anno dalla sua creazione, la versione di e con Xavier Le Roy del capolavoro musicale di Stravinskij vede il coreografo ricevere la prima edizione della moneta d’oro per l’innovazione coreografica. Un evento a cui non riusciamo ad assistere, ma che rappresenta la chiusura ideale di un percorso in cui la danza si è mostrata linguaggio, grammatica classica che, grazie a una conoscenza profonda di sé stessa, si dimostra capace di tramutarsi in poesia, disarcionando i propri significanti dai significati classici e reinserendoli in contesti nuovi, e manifestando l’urgenza della trasmissione, della formazione, della disciplinata conoscenza del classico come fonte di innovazione.
