dAS 2026, il festival che s’interroga sulla danza e la sua trasmissione

Oliviero Bifulco, Dioscuri
Oliviero Bifulco, Dioscuri

Dal 17 al 20 settembre, a Piacenza, Xavier Le Roy, Noé Soulier, Jesús Rubio Gamo, Simona Bertozzi e Oliviero Bifulco

Torna a Piacenza, per il quarto anno consecutivo, il dAS festival. La città natale di Domenichino da Piacenza – autore del “De Arte Saltandi et Choreas Ducendi”, il primo trattato umanistico sulla danza – non è solo lo sfondo storico del festival, ma il suo pretesto teorico: qui la danza si interroga non tanto su cosa mostrare, quanto su come si trasmette.
In un programma di quattro giorni tra conferenze, concerti, performance e laboratori, alcuni appuntamenti chiariscono subito la posta in gioco.
Venerdì 17 apre “Dioscuri” di Oliviero Bifulco, duo sul mito di Castore e Polluce che dialoga con l’architettura razionalista del liceo Gioia: un classico messo a confronto – e in frizione – con lo spazio contemporaneo.
A seguire, Simona Bertozzi presenta una versione site specific de “Le palestriti”, spettacolo già candidato al Premio Ubu 2025 che unisce la danza allo sport ispirandosi al mosaico di Piazza Armerina.

Il direttore artistico Riccardo Buscarini inquadra così il senso dell’operazione: “Quest’anno le conferenze sono numerose e assumono forme diverse: ci sono conferenze frontali, ma anche con momenti di partecipazione attraverso il movimento. Ritorna quindi il tema della partecipazione, già centrale nella scorsa edizione, che quest’anno si declina attraverso il concetto di trasmissione. L’idea del festival 2026 è riflettere sul passato non soltanto come qualcosa da conservare, ma come una fonte di ispirazione e, allo stesso tempo, di trasformazione. Insegnamento e trasmissione diventano così due concetti fondamentali: non sono soltanto temi del festival, ma anche strumenti attraverso cui il festival stesso si realizza”.

E il sabato è la giornata più esplicitamente dedicata alla trasmissione del sapere coreografico. L’evento cardine vede Anita Magyari, già prima ballerina del Teatro alla Scala, insegnare a Giulia Mandelli e Alessandro Zucchi il passo a due de “La bella addormentata” nella versione danzata con Rudolf Nureyev: una lezione aperta che mostra un codice già attraversato mentre viene reinterpretato in tempo reale.

Tra le conferenze, quella dedicata al Bharatanatyam, e soprattutto l’appuntamento di domenica – il più articolato del programma – in cui la grecista Donatella Vignola dialoga con il rapper Michele Rossi, in arte TrueSkill, sulla parola come veicolo di significato nel tempo, ma anche come strumento di racconto.
La domanda di partenza, posta da Buscarini a entrambi, è tanto semplice quanto scomoda: “Perchè i classici diventano classici? Come e perchè, dal punto di vista psicologico e antropologico, alcune opere, alcune forme e alcuni racconti diventano classici attraverso il tempo? Da quale bisogno nasce il nostro continuo ritorno a ciò che riconosciamo come ‘classico’, quasi fosse un ritorno a casa?”.

Estudios elementales (ph: Javier Echanove)
Estudios elementales (ph: Javier Echanove)

Sempre domenica, due appuntamenti chiudono il festival nel segno della stessa domanda. La prima nazionale di “Estudios elementales”, di Jesús Rubio Gamo (danza) e Luz Prado (violino), fa riaffiorare frammenti di esercizi e consigli delle rispettive prime maestre – l’apprendistato messo in scena come materiale drammaturgico. E poi la prima edizione della Moneta d’Oro per l’Innovazione Coreografica, assegnata quest’anno a Xavier Le Roy, che presenta la sua rilettura radicale de “Le Sacre du printemps” di Stravinsky. “Un lavoro di rottura che ci invita a riflettere su ruoli, composizione e autorità – continua Buscarini – Nel caso del festival quest’opera ci fa pensare al tempo e alla fruizione: un’opera contemporanea può trasformarsi in un’icona e nel tempo, anche un’opera già iconica può essere continuamente reinterpretata, messa in discussione e nuovamente reinventata”.

Il premio, prosegue il direttore artistico, “nasce come un tributo a Domenichino da Piacenza, ma anche come uno strumento per rilanciare l’immagine della città attraverso la danza e la coreografia intese come pratiche intellettuali oltre che artistiche. L’obiettivo è raccontare Piacenza come luogo di eccellenza non soltanto per la sua bellezza architettonica, la sua storia e la sua tradizione enogastronomica, ma anche per la cultura coreografica, portandone l’immagine a una dimensione internazionale. L’idea è quella di invitare ogni anno a Piacenza una personalità di particolare rilievo nel panorama coreografico internazionale, conferirle un riconoscimento e, attraverso di essa, creare uno scambio. La Moneta d’Oro vuole quindi essere non soltanto un premio, ma un piccolo dispositivo di relazione e di scambio culturale, capace di costruire nel tempo una rete internazionale intorno a Piacenza e alla danza”.

Xavier Le Roy (ph: Vincent Cavaroc)
Xavier Le Roy (ph: Vincent Cavaroc)

Un festival ambizioso, che demarca la propria identità con decisione intorno a un quesito che ha dell’universale: interrogarsi su cosa sia, o diventi, un classico. Non stupisce che chiuda proprio con la premiazione di un atto di rottura, “Le Sacre du printemps” nella lettura di Le Roy, un’opera nata per rompere con il classico che, nella propria longevità, ne ha finito per assumere i tratti.

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