Protagonista Markus Werba nella coproduzione del Teatro Municipale di Piacenza e del Comunale Pavarotti-Freni di Modena
Chi ci segue nel nostro vagabondare da appassionato melomane tra un’opera l’altra, saprà forse della nostra predilezione per le composizioni di Wolfgang Amadeus Mozart, in particolare per la sua trilogia, nata sui libretti di Lorenzo Da Ponte: “Così fan tutte”, “Nozze di Figaro” e “Don Giovanni”. Ed è appunto quest’ultima opera, “Il dissoluto punito, o sia il Don Giovanni”, a cui abbiamo ancora assistito, con nuova gioia, a Piacenza, nella stagione diretta da Cristina Ferrari, così prodiga di buone e inaspettate occasioni per chi ama la lirica.
L’opera fu composta nel 1787, quando Mozart aveva 31 anni, andando in scena per la prima volta al Teatro degli Stati di Praga il 29 ottobre 1787, riscuotendo un enorme successo che perdura ancora oggi.
Mozart e Da Ponte si ispirarono a diverse fonti, tra cui un libretto di Giovanni Bertati intitolato “Don Juan Tenorio”, ossia “Il convitato di pietra” e poi, ovviamente, ai due suoi precedenti più illustri: il dramma in versi del 1630 dello spagnolo Tirso de Molina, da cui trassero i risvolti moraleggianti, e l’omonimo capolavoro di Molière che fornì alla trama il senso del gioco, con i travestimenti e i capovolgimenti di scena. E’ dalla perfetta mescolanza di questi due elementi che “Don Giovanni” viene definito dramma giocoso.
L’ opera si svolge a Siviglia nel XVI secolo, e inizia con la perfetta contrapposizione di due mondi culturali e sociali differenti, uniti dalla presenza di Don Giovanni, sempre alla ricerca delle sue prede. La prima vede l’uccisione, da parte del nostro, del vecchio nobile Commendatore, accorso in difesa dell’onore della figlia Donna Anna con il promesso sposo, Don Ottavio, che giura vendetta, mentre da un’altra parte Don Giovanni, mai domo di “donnesche imprese”, interviene ai festeggiamenti per le nozze di due popolani, Masetto e Zerlina, tentando di sedurre la sposa (qui il famoso duetto “Là ci darem la mano”…). Testimone di tutto è il servo del briccone, Leporello, con la sua celebre lista delle conquiste del suo padrone (“Madamina il catalogo è questo”). Solo che Don Giovanni non ha fatto i conti con un’altra sua antica vittima, Elvira, che sottrae la sposa alle mire del corteggiatore (è il momento, questo, del sublime quartetto “Non ti fidar, o misera”).
Ecco che ci avviciniamo poi al finale del primo atto, dove tutti i burlati che lo hanno riconosciuto (Anna, Ottavio, Elvira, Zerlina e Masetto) si dirigono alla casa del seduttore, in cui durante una festa Don Giovanni tenta di sedurre Zerlina ma, pur incolpando Leporello, viene lo stesso smascherato e su di lui viene invocata la vendetta del cielo (“Trema trema scellerato”).

Nel secondo atto, dopo altri inganni perpetrati dal protagonista (che, tra l’altro, per ordire meglio i suoi misfatti, si sostituisce anche al povero Leporello), Don Giovanni si rifugia in un cimitero, dove invita a cena la statua del Commendatore che aveva ucciso all’inizio dell’opera, il quale, inaspettatamente, giunge per davvero alla sua tavola.
Sia Donna Elvira che la statua del Commendatore lo invitano (invano) a pentirsi, ma Don Giovanni per l’appunto non si piega, difendendo sino all’ultimo la sua “umanità” (“Viva le donne, viva il buon vino, sostegno e gloria all’ umanità”), e viene così inghiottito tra le fiamme. E’ un momento, questo, che, per la sua complessità e struttura musicale, pone un vero e proprio confine fra la musica precedente e quella che dovrà ancora essere composta nei secoli successivi.
Il finale accentua la dimensione moraleggiante dell’opera: “Questo è il fin di chi fa mal” cantano tutti, dileggiando il protagonista, dopo che Zerlina e Masetto finalmente stanno per sposarsi, Donna Anna e Don Ottavio progettano la loro unione, Donna Elvira annuncia di volersi ritirare in convento e Leporello va all’osteria, a “cercar padron migliore”.
Con quest’opera siamo davanti ad uno dei vertici della musica di ogni tempo. Assistiamo ad un perfetto legame tra musica e parola, dal perfetto sentire contemporaneo, che consente a Mozart di toccare tutta la gamma dei sentimenti umani. Ogni carattere è poi approfondito ed elevato a paradigma della lotta tra bene e male, connaturata però alla gioia incommensurabile di vivere intensamente ogni momento della propria vita, accettando anche le conseguenze delle più perfide azioni: gioia, pianto, gelosia, melanconia, disillusione, amore, gioco, follia… Inferno e paradiso si alternano in un perfetto incastro, che ci donano una creazione perfetta, assolutamente unica nel suo genere. Basti pensare al finale travolgente del primo atto, un caos organizzato che, poco a poco, si espande e turbina con tre orchestre in palcoscenico che attaccano, una dopo l’altra, tre danze diverse di sostanza e climax diversificati.
Il culmine viene raggiunto quando Ottavio, Anna e Elvira, soccorrendo Zerlina, si tolgono le maschere, accusando un Don Giovanni in fuga.
La regia di Andrea Bernard, con le scene di Alberto Beltrame, le luci di Marco Alba e i costumi, fuori da ogni epoca precisa, di Elena Beccaro, propone una lettura essenzialmente umana del protagonista, mostrandocelo come un personaggio irrisolto e problematico che, come Amleto, non sa ancora chi è veramente; per questo si diverte come un adolescente a collezionare non solo donne, ma anche storie e oggetti per costruirsi un’identità che non riesce ancora a possedere, cambiando metaforicamente anche vestiti. Insomma, un uomo che alla fine non è capace di amare veramente.
La scena è formata da un’immensa cassettiera nascosta, formata da diversi ripostigli, che contiene scritti, memorie e oggetti, mentre dall’alto compaiono gonne (“pur che porti la gonnella voi sapete quel che fa”).
Gli oggetti di scena sono semplici: una tovaglia serve per la scena finale; la tomba del Commendatore è contrassegnata da ossa (una viene usata da Don Giovanni come grattaschiena per esorcizzare la morte), il cimitero è rappresentato da semplici lumini.

Bernard sceglie, per sottolineare questa mania di collezionista di Don Giovanni, le farfalle, che costellano spesso l’allestimento. Traendo spunto anche da Da Ponte e in qualche modo approfondendoli, i personaggi femminili fanno parte del percorso di formazione di Don Giovanni: Donna Anna rappresenta il desiderio proibito, inaccessibile; Zerlina, di converso, un amore poetico e innocente; Donna Elvira per Bernard incarna la madre, l’amore primigenio, incapace di accettare la crescita del figlio, che non riesce infatti a diventare grande e che in alcune scene perfino protegge (anche se da piccolo lo legava alla sedia e gli impediva di giocare). La sensualità è ben presente sia nel rapporto tra Zerlina e Masetto, sia in quello tra Donna Anna (che in verità non è mai così convinta) e Ottavio, personaggio spesso dipinto come inetto, che ad un certo punto si guarda allo specchio per riconoscersi e in qualche modo darsi coraggio.
Passando al comparto vocale, Markus Werba, che avevamo già visto ne “Le Nozze di Figaro” e “Pipistrello”, è un Don Giovanni di rilievo (a cui sono affidati stranamente solo due momenti solisti, “Fin che dal vino” e la serenata “Deh vieni alla finestra”) ma quasi sempre in scena a condurre i fili e le fila degli avvenimenti.
I personaggi femminili sono resi tutti con grande efficacia: Donna Anna (Claudia Pavone) è bravissima anche nell’espressività, come quando scopre il suo aggressore Don Giovanni (“Don Ottavio son morta”), che la regia rende molto bene non come ricordo, ma come aggressione reale; Carmela Remigio, che ascoltiamo sempre con grande piacere, è una intensa Elvira; mentre Zerlina è una brava Désirée Giove.
Le parti maschili non sfigurano: Tommaso Barea è un baldanzoso ed agile Leporello; Masetto è ben delineato da Alberto Petricca nel suo continuo assoggettarsi alla moglie. Ci è molto piaciuto per i suoi pianissimi, davvero espressivi, Marco Ciaponi, che esegue con pertinenza le due arie di Don Ottavio (“Dalla sua pace” e “Il mio tesoro intanto”).
Renzo Ran come Commendatore è forse l’unico a non lasciarci pienamente soddisfatti.
Enrico Pagano dirige con il giusto piglio l’Orchestra Filarmonica Italiana con il coro del Teatro Municipale di Piacenza, diretto da Corrado Casati, per un “Don Giovanni” davvero coi fiocchi, che cadono perfino in scena, ricordandoci sensazioni che credevamo perdute.
Don Giovanni
WOLFGANG AMADEUS MOZART
Dramma giocoso in due atti KV527
libretto di Lorenzo Da Ponte
con:
Don Giovanni Markus Werba
Il Commendatore Renzo Ran
Donna Anna Claudia Pavone
Don Ottavio Marco Ciaponi
Donna Elvira Carmela Remigio
Leporello Tommaso Barea
Masetto Alberto Petricca
Zerlina Désirée Giove
direttore Enrico Pagano
regia Andrea Bernard
scene Alberto Beltrame
costumi Elena Beccaro
luci Marco Alba
ORCHESTRA FILARMONICA ITALIANA
CORO DEL TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA
maestro del coro Corrado Casati
NUOVO ALLESTIMENTO
coproduzione Teatro Municipale di Piacenza, Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena
Visto a Piacenza, Teatro Comunale, il 25 gennaio 2026
