L’intreccio tra Molière, Da Ponte e Mozart nello spettacolo in scena a Milano
Da devoti mozartiani come siamo, recarci a teatro per assistere a un “Don Giovanni” in forma non operistica è stato alquanto difficoltoso, tanto la famosa figura del personaggio del seduttore più celebre della storia è radicata nel capolavoro del musicista salisburghese, un’opera che potremmo ricantare tutta a memoria.
Ciononostante siamo stati molto solleticati dall’idea che Arturo Cirillo avesse potuto e voluto mettere in scena “Don Giovanni”, sia come autore e regista, sia come interprete, dopo l’eccellente versione del Cirano di Rostand.
Il nostro eroe, se così possiamo chiamarlo, il cui nome e cognome per esteso fu ed è Don Juan Tenorio, compare per la prima volta nel 1632 in una commedia di Tirso de Molina, “L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra”, venendo poi ripreso più tardi dal grande Molière – nel 1665 – per il suo “Don Giovanni o Il convitato di pietra”, reso immortale, successivamente, dall’opera lirica di Mozart scritta nel 1787 da Lorenzo da Ponte “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni”, in seguito ripreso da vari autori nel teatro e nella letteratura: da Carlo Goldoni e Lord Byron a Puškin e Saramago, solo per citare i più famosi.
La storia del grande seduttore che sfida ogni principio morale e che, non pentendosi, viene condotto all’Inferno dalla statua del Commendatore, che ha precedentemente ucciso, ha affascinato infatti, nel corso dei secoli, autori assai differenti tra loro.
Arturo Cirillo, nel mettere in scena il personaggio fra tragico e comico, mito e quotidianità, tenta un intreccio tra Molière e Da Ponte, attraversandolo con la musica di Mozart, restituita da un ensemble di pochi elementi.
Lo spettacolo è posto nella grande scenografia costruita da Dario Gessati, con gli accorti costumi di Gianluca Falaschi: Cirillo immette i personaggi in un ambiente diviso in due parti, unite da una grande scala che porta ad un giardino con tanto di statue, mentre nel piano inferiore si aprono degli anfratti da cui escono ed entrano i personaggi. Soprattutto nella prima parte, la vicenda è assecondata per filo e per segno, come nell’opera di Mozart, dai versi di Da Ponte, che gli attori restituiscono con una sorta di recitazione cantata.
La seconda parte si concede maggiormente ai toni della commedia molieriana, anche con la gustosissima scena del dottor Quaresima, che non riesce a farsi mai pagare da Don Giovanni, e l’arrivo del padre del seduttore, che lo rimbrotta per la sua vita debosciata. E nell’alveo del teatro di Jean-Baptiste Poquelin si inietta anche la dolente tirata di orecchie di Don Giovanni ad un mondo ipocrita che nasconde le sue bassezze, ben più gravi dei suoi subitanei e cangianti innamoramenti.
Il personaggio che ne viene fuori alla fine non è un eroe ma un uomo qualunque, di alto lignaggio certo, ma che contro tutto e tutti visceralmente ama le donne senza forte prevaricazione, ma di cui non può fare a meno, necessarie “più che l’aria che spiro”, capace di ammaliarle per poi abbandonarle in cerca di una nuova avventura.
Protagonista insieme a lui è il servo molieriano Sganarello (il giovane, ottimo, Giacomo Vigentini), che cerca senza riuscirci di distogliere il suo padrone dal proprio asservimento erotico. Tra lui e il padrone nascono i pensieri che costituiscono l’ossatura dello spettacolo, che strabordano dal rimbrotto sul comportamento di Don Giovanni verso la concezione del mondo, con il protagonista miscredente senza Dio che si ribella consapevolmente ad ogni dogma religioso e sociale, e il servo che invece crede in un destino superiore.
Don Giovanni alla fine morirà, per nulla pentendosi, davanti alle minacce del Commendatore (Rosario Giglio, efficace nel rendere tre parti così diverse come il Commendatore, Quaresima e il padre del protagonista, mentre le parti rimanenti sono affidate a Francesco Petruzzelli, Irene Ciani e Giulia Trippetta), ma Cirillo, con bella invenzione, fa morire il suo personaggio come un uomo qualunque, mentre Sganarello, rappresentante di una classe sociale che non può che subire gli eventi, chiederà di essere inutilmente pagato.
Cirillo come sempre, con grande vitalità di accenti, dà ritmo e profondità al personaggio, cercando, nel contempo e audacemente, di collegare tra loro, nella sua messa in scena, Molière, Da Ponte e Mozart. In qualche modo però, alla fine, ci lascia un po’ con l’amaro in bocca, non riuscendo del tutto nella difficile impresa di farcene gustare, insieme, i numerosi rimandi e le suggestioni che appartengono ai tre artisti.
Don Giovanni
da Molière, Da Ponte, Mozart
adattamento e regia Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo
e con (in o.a.) Irene Ciani, Rosario Giglio, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Paolo Manti
musiche Mario Autore
produzione Marche Teatro, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, ERT – Emilia Romagna Teatro fondazione
Visto a Milano,Teatro Elfo Puccini, l’8 dicembre 2024
