Emma Dante, fra il turbamento a teatro e la cena post-spettacolo

Buone vacanze!
Buone vacanze!

Uscire dalla sala così tanto scossi da non pensare più ad altro? Perché ammettiamolo, ci sono spettacoli che sono una pizza e pizze che sono uno spettacolo

Tutto nasce da una frase. Una di quelle che sembrano innocue, poi cadono nel dibattito pubblico e cominciano a vivere di vita propria. «Se dopo il teatro pensi alla pizza, allora non è servito a niente».

Emma Dante l’ha detta in un’intervista al “Fatto Quotidiano” dopo il Leone d’oro alla carriera ricevuto alla Biennale Teatro di Venezia. Poi il rilancio del “Gambero Rosso” per incendiare il solito rito nazionale: trasformare qualsiasi cosa, dalla politica alla mozzarella, in una guerra di religione. Da una parte chi sogna spettatori che escono dalla sala devastati, incapaci persino di ricordare il proprio nome. Dall’altra chi, appena si accendono le luci, ha già aperto il telefono per prenotare un tavolo.

La “provocazione” di Emma Dante ha però un fondo di verità. Un grande spettacolo non dovrebbe evaporare appena si chiude la porta del teatro. Dovrebbe seguirci a casa, infilarsi nei pensieri, creare disagio, domande, discussioni. Se dopo tre ore di scena l’unico ricordo è “dove mangiamo?”, forse qualcosa si è perso.

Ma, cara Emma, concedici una difesa degli spettatori con lo stomaco ben funzionante: ci sono pizze che sono spettacoli. E ci sono spettacoli che sono una pizza.
Perché diciamolo: qualche volta l’unica vera lievitazione della serata è quella dell’impasto. E non è una critica in generale al teatro. È proprio perché lo amiamo che possiamo prenderlo in giro quando si veste da religione misterica e pretende spettatori in uscita dalla sala con lo sguardo del reduce da una battaglia esistenziale.

Il teatro non è una cattedrale dove il pubblico deve uscire in silenzio, pallido e sconvolto. Il teatro è vita. E nella vita, miracolo dei miracoli, esiste anche la fame.

Del resto la storia del teatro è piena di tavole apparecchiate. Aristofane aveva il cibo dentro la sua comicità feroce. Goldoni raccontava società e caratteri attorno alle relazioni quotidiane. Eduardo De Filippo sapeva che una cucina poteva diventare il luogo perfetto per mostrare tragedie familiari. Miseria e nobiltà di una grande abbuffata.
Mangiare insieme non è una distrazione dal racconto. Spesso è il racconto.

La pizza dopo il teatro può essere il secondo atto. Il vero spettacolo continua quando iniziano le discussioni: “Non hai capito niente”. “No, sei tu che non hai capito niente”. Una scena torna alla mente mentre si taglia una fetta. Una battuta acquista senso davanti a un bicchiere di vino. Un finale viene smontato e ricostruito tra amici. Il teatro non finisce fuori dalla sala. Cambia semplicemente palcoscenico.

Forse il problema contemporaneo è un altro: consumiamo tutto troppo velocemente, anche la cultura. Festival pieni di spettacoli, incontri, eventi, corse da un luogo all’altro. Si applaude, si passa oltre, si dimentica. Alla fine resta più facilmente in testa il parcheggio ritrovato che una scena memorabile.

La sedimentazione è diventata un lusso. Lo sa bene Massimo Munaro del Lemming, che arrivò a considerare un fallimento il fatto che il pubblico applaudisse dopo il suo “Amleto”: per lui quel gesto significava che lo spettatore aveva trovato la risposta giusta, invece di restare sospeso nel turbamento. Il teatro migliore non offre soluzioni confezionate. Lascia una domanda sul tavolo.
Ed è la stessa inquietudine cercata da Armando Punzo: uno spettacolo che ti addormenta non fallisce soltanto perché annoia. Fallisce perché non riesce a spostarti di un millimetro.

Il contrario del teatro non è la pizza. È l’indifferenza. Se esci da uno spettacolo di Emma Dante confuso, arrabbiato, e poi dici “andiamo a mangiare una pizza”, forse non hai perso nulla. Forse è semplicemente il corpo che cerca un modo per tornare sulla terra dopo essere stato portato altrove.

Perché la pizza, in fondo, è un pezzo di teatro italiano. È una scenografia collettiva: il luogo dove si litiga, si ride, si raccontano storie e tutti diventano critici gastronomici con la stessa sicurezza con cui giudicherebbero Sofocle.

Certo, il miracolo resta quello spettatore che esce e non pensa alla pizza perché è ancora dentro lo spettacolo. Ma se pensa alla pizza perché lo spettacolo era vuoto come una pizzeria alle tre del pomeriggio, il problema non è la fame del pubblico. È la fame dello spettacolo. Del resto lo cantava anche Elio in “La terra dei cachi”: «Una pizza in compagnia». Perché la pizza è una scenografia italiana: il luogo dove si ride, si litiga, si fa pace e si raccontano storie. Ha i suoi critici, e i suoi puristi. Esattamente come il teatro.

Cara Emma, forse abbiamo solo idee diverse sulla digestione. Tu temi lo spettatore che mangia e dimentica. Io temo quello che guarda e dimentica. Per il resto, dopo un grande spettacolo, anche tuo, io una pizza la mangio volentieri. Non per cancellare il teatro, ma per condividerlo.

Perché il sipario cala sul palco. Ma, qualche volta, si rialza davanti a una tavola apparecchiata.


Con questo spirito un po’ goliardico anche KLP cala ora il sipario, per lo meno per qualche settimana, per rigenerarsi dalle scene e concedersi la consueta pausa estiva. Riprenderemo i racconti dai festival estivi, che ancora abbiamo in serbo, a fine agosto.

Buone vacanze dalla redazione di Krapp’s Last Post!

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  1. Consumiamo spettacoli, eventi, rassegne alla velocità della luce, quasi come i video di TikTok. Non abbiamo spazi vuoti di riflessione, momenti in cui far tornare il pensiero a qualcosa o a qualcuno. Se Emma Dante per “sconvolti” intende appunto che non pensiamo alla prossima cosa da vedere, al prossimo momento da non perdere mi pare giusto che rallentiamo. Che ci sia meno. Il teatro viva di sottrazione e le aggiunte, di ogni tipo, sono la sua criptonite. Anche se il senso di fame, la voglia di pizza, potrebbe essere il desiderio di cibo che ci conforti, dopo che qualcosa ci ha toccato. Se per una volta andiamo a letto digiuni non è una tragedia. Abbiamo però bisogno di un tipo di teatro all’altezza di questo e di rado si trova.