E’ scomparso stamattina, precipitando dalla terrazza della sua casa a Trastevere, l’attore, drammaturgo e regista 86enne
Catania, 12 ottobre 1939 – Roma, 21 luglio 2026
«Vengo dal lontano 1965», scriveva Pippo Di Marca in una riflessione di qualche tempo fa. Riletta oggi, nel giorno della sua scomparsa – un’uscita di scena che inevitabilmente richiama, per il modo in cui si è compiuta, quella di altri grandi artisti come Carlo Formigoni o Mario Monicelli – quella frase sembra assumere il tono di un’autobiografia. Ma sarebbe riduttivo leggerla soltanto così.
Quel 1965 non è soltanto una data: è un luogo del pensiero teatrale, il momento in cui una generazione decide che il teatro italiano può essere riscritto dalle fondamenta, che la scena non è più soltanto rappresentazione ma creazione. Di Marca da quel luogo non se n’è mai mosso. Perché per lui la ricerca non era una fase della vita artistica, ma il modo stesso di stare al mondo.
È questa forse la prima immagine che resta di lui. Non soltanto quella del regista, dell’attore, dell’autore, del fondatore del Meta-Teatro, ma quella di un artista che ha continuato ad abitare la propria origine senza trasformarla in nostalgia. Per molti l’avanguardia è diventata una stagione da raccontare. Per Di Marca è rimasta una posizione critica sul presente. Anche per questo i suoi interventi non avevano il tono della commemorazione, ma quello dell’inquietudine.
La sua forza stava nella capacità di tenere insieme memoria e contemporaneità senza indulgere nel rimpianto. Shakespeare, Beckett, Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Carlo Quartucci, il Living Theatre: non erano reliquie di una storia conclusa, ma interlocutori ancora vivi. La memoria, per Di Marca, non era archivio. Era una pratica del presente.
Per questo parlava dei maestri non come modelli da imitare, ma come presenze con cui continuare a misurarsi. Da Carmelo Bene, Leo de Berardinis e dagli artisti della sua generazione aveva raccolto soprattutto una lezione di libertà: non costruire un linguaggio da ripetere, ma continuare a mettere in crisi ogni linguaggio acquisito. Il vero magistero, per Di Marca, non poteva diventare una scuola chiusa: doveva restare una domanda aperta.
Forse è anche per questo che non amava troppo la parola “avanguardia”. Già negli anni Novanta, insieme a De Berardinis, preferiva parlare di “teatro d’autore”: un teatro “scritto scenicamente”, in cui drammaturgia, corpo dell’attore, presenza e visione coincidono nell’atto creativo. Una definizione che oggi appare sorprendentemente attuale e restituisce una genealogia spesso rimossa del teatro contemporaneo. Per Di Marca il teatro cominciava proprio dove finiva la semplice rappresentazione: nel punto in cui l’attore non eseguiva un senso già dato, ma diventava il luogo in cui quel senso poteva ancora nascere.
Di Marca apparteneva a una generazione in cui pensiero e pratica erano inseparabili. La riflessione nasceva dentro il lavoro quotidiano, nella fatica delle prove, nella costruzione di luoghi indipendenti, nel confronto con altri artisti.
Il Meta-Teatro non fu soltanto uno spazio, ma un’idea di comunità artistica: un luogo in cui la ricerca non doveva essere giustificata da risultati immediati, perché l’esperimento era già il senso stesso del lavoro.
Quando scriveva che «il teatro non sarà mai un’azienda», Di Marca non rivendicava un passato perduto. La sua era la denuncia di una trasformazione profonda del sistema teatrale: il progressivo spostamento del baricentro dall’artista all’organizzazione, dalla ricerca alla produzione, dalla qualità alla quantità. Al centro del suo discorso tornavano gli artisti “non protetti”, quelli che fuori dai grandi circuiti continuano a costruire esperienze decisive per il rinnovamento della scena. Pagandone il prezzo che il teatro borghese non considera.
La stessa preoccupazione riguardava la critica. Nei suoi interventi ritornavano spesso i nomi di Franco Quadri e Franco Cordelli, diversi per formazione e sensibilità, ma accomunati dall’idea della critica come esercizio di responsabilità, come sguardo capace di accompagnare il teatro e non soltanto registrarlo. Per Di Marca una comunità teatrale che perde la propria memoria rischia di perdere anche la capacità di immaginare il futuro.
Rileggendo oggi i suoi scritti colpisce quanto poco vi sia di elegiaco. Anche quando tornava agli anni Sessanta, ai convegni e alle battaglie culturali che hanno segnato una stagione, non lo faceva per costruire un pantheon. Semmai per interrogare ciò che quella stagione aveva ancora da dire al presente e ciò che il sistema aveva progressivamente rimosso.
Negli ultimi mesi era ancora in scena con “Essere e non essere. In memoriam di Carmelo Bene”, una produzione del Florian Metateatro di Pescara. Un titolo che sembrava un bilancio solo in apparenza. In realtà continuava a porre le stesse domande che avevano attraversato tutta la sua ricerca: che cosa vuol dire essere attore? Cosa significa abitare la scena dopo una vita trascorsa a metterne continuamente in discussione le regole?
La sua uscita di scena chiede oggi misura e pudore. Vale anche per la vita ciò che vale per il teatro che Pippo Di Marca ha sempre difeso: il diritto alla complessità, alla domanda aperta.
Si dice spesso che, con la scomparsa di figure come Di Marca, si chiuda una stagione. Ma le stagioni finiscono quando smettono di produrre effetti. Di Marca continua invece a interrogare il presente del teatro italiano, non tanto attraverso forme da replicare, quanto attraverso un’etica della ricerca oggi più necessaria che mai.
La sua eredità non consiste in una poetica da conservare né in un metodo da imitare. Consiste nell’idea che il teatro esista solo quando accetta di mettere in discussione sé stesso, i propri linguaggi, le proprie istituzioni, perfino le proprie certezze. Un teatro che non rischia è già un teatro che ha smesso di esistere.
Da quel lontano 1965 Di Marca non si è mai mosso. Non per fedeltà a un passato, ma perché aveva compreso che la ricerca, quando è autentica, coincide non con una stagione del teatro, ma con il teatro stesso.
È forse questa la linea che riconosceva negli artisti capaci di raccogliere, ciascuno a modo proprio, quella stessa inquietudine: da Romeo Castellucci e Antonio Latella a Pippo Delbono, da Emma Dante ad Ascanio Celestini, da Anagoor a Babilonia Teatri, da Danio Manfredini a Gianni Forte, come ci aveva raccontato in una intervista del 2021.
Non una scuola, ma una necessità: fare del teatro non un prodotto da consegnare, ma un atto di conoscenza. Un luogo in cui il presente possa sempre interrogarsi.
