Nella Giornata Mondiale del Teatro che si festeggia oggi, 27 marzo, vogliamo dar voce ad un giovane regista al suo debutto, affiancato da un altrettanto giovane cast. Perché quale miglior festeggiamento, per il teatro, che il pensiero di nuove generazioni in fermento?
Da cinefili quali siamo, soprattuto legati ai film dell’epoca d’oro hollywoodiana, ben ci ricordiamo di “L’ereditiera” di William Wyler, tratta dal romanzo di Henry James “Piazza Washington”, con il povero Mongomery Clift che, nell’ultima scena, bussa inutilmente alla porta di casa di Olivia de Havilland.
Senza dover spoilerare troppo, la vicenda racconta di Caterina, una ragazza timida e impacciata che non trova marito, anche se possiede una enorme eredità, con il padre che ha paura che la figlia possa sposare un cacciatore di dote.
Al Teatro Elfo Puccini ne abbiamo visto con piacere una interessante versione teatrale in salsa napoletana, che vede meritoriamente l’inedita collaborazione fra il teatro milanese e l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. In scena uno stuolo di giovanissimi interpreti, con Fabio Faliero alla sua prima regia e l’occhio di Arturo Cirillo che ne ha suggerito il progetto.
In occasione della 63ª Giornata Mondiale del Teatro, istituita nel 1962 e celebrata ogni anno in tutto il mondo, abbiamo deciso di puntare il nostro sguardo sulle giovani generazioni. E se per l’occasione viene richiesto ad una personalità del teatro e della cultura di scrivere un messaggio, quest’anno è toccato al regista ed autore greco Theodoros Terzopoulos, che lo termina così: “Abbiamo bisogno di nuovi modi narrativi che coltivino la memoria e creino una nuova responsabilità morale e politica per fuoriuscire dalla multiforme dittatura del Medioevo odierno” (qua il messaggio integrale). E speriamo che le nuove generazioni di artisti e artiste, supportate da quelle precedenti, come nel progetto che vi proponiamo oggi, possano cogliere appieno questo invito.
Tornando quindi a “L’ereditiera”, in questa rilettura ci avventuriamo in un clima assai diverso dall’originale, infatti lo spettacolo rilegge, attraverso la grande sensibilità di un autore come Annibale Ruccello, qui attraversato anche dalla scrittura di Lello Guida, la trama del testo di James e del film con l’humus culturale partenopeo, avendo dalla sua anche due maschere della tradizione: la servetta (Maria Vittoria Perillo) e Pulcinella (Sabatino Trombetta). E ad insidiare la nostra Caterina vediamo arrivare nientemeno che Felice Sciosciammocca, celebre icona del teatro napoletano che si rifà al famoso personaggio creato da Eduardo Scarpetta.
Le scene di Dario Gessati, e i costumi di Maria Sabato, con sapienza compositiva connettono la memoria filmica e l’immaginario teatrale partenopeo con l’utilizzo del bianco e nero e con le didascalie proprie del cinema muto che, come in una pellicola degli inizi della settima arte, ci informano del contesto in cui la vicenda vive, approfondendone la matrice e gli interpreti.
Nella prima parte, in forma di farsa, facciamo conoscenza con tutti i personaggi del gioco: dall’impacciata e ricca Caterina (Vanda Colecchia) al dispotico padre (Marco Fanizzi) che, pur proteggendola, la inibisce ancora di più; dall’intrigante zia Lavinia (Eleonora Pace) all’improbabile altro pretendente Ciccillo (Luca Ingravalle), sino al già citato Felice Sciosciammocca (Michele Scarcella) a cui fanno da corollario Pulcinella e la Servetta.
La seconda parte si muove in un contesto scenografico diverso, una specie di set cinematografico che invade tutta la scena, in cui si consuma il distacco finale tra i due protagonisti con Caterina, che non cede al giogo dongiovannesco di Felice, forse alla fine davvero innamorato di lei.
Fabio Faliero, sviluppando la regia attraverso una continua successione di quadri scenici, concede agli attori di spaziare dal musical a Scarpetta, da De Filippo alla sceneggiata e al cinema con il suo naturalismo del tutto particolare. E come accade ad ogni inizio di percorso, forse vi è troppa carne al fuoco, che a volte non calibra del tutto il ritmo dello spettacolo e l’ardore dei protagonisti.
Lo spettacolo ci dà comunque un’ottima prova di come l’eredità, quella sì, della tradizione possa convivere con il sentire contemporaneo, anche attraverso la prova di una nuova generazione di artisti.
Vista la curiosa specificità della produzione dello spettacolo, e la giovane età di Faliero, alla sua prima autonoma creazione, abbiamo voluto intervistarlo, sia per conoscerlo meglio, sia per approfondire con lui la nascita della produzione e la messa in scena dello spettacolo.
Illustraci il tuo percorso artistico fino ad ora.
Ho un percorso molto disordinato. Anche se, probabilmente, disordinato non è il termine giusto. Ho iniziato studiando recitazione al Teatro Elicantropo di Napoli. Avevo 18 anni. Ma ho quasi subito fatto anche altro: assistente alla regia, tecnico luci, soprattutto il tecnico luci. Poi ho incontrato il regista Davide Iodice, a cui devo tanto su cosa significa scrivere la scena, interrogare una collettività, fare comunità. Ma sentivo di essere mosso più da un esigenza autoriale e progettuale. Ho provato i provini per il corso di regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” a Roma. E un anno e mezzo fa mi sono diplomato.
Com’è nato il curioso progetto di coproduzione tra una scuola di Teatro di Roma e un teatro milanese?
Nasce come esercitazione di regia con la supervisione di Arturo Cirillo all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. E grazie ad Arturo e alla direttrice Daniela Bortignoni ha avuto la possibilità di diventare uno spettacolo e di entrare in contatto con realtà produttive esterne, come il Teatro Elfo Puccini di Milano e il Teatro di Napoli.
Perché la scelta di un testo così particolare?
La scelta dell’autore è stata di Arturo Cirillo. Siccome i due allievi registi, cioè io e l’altro mio collega, siamo entrambi campani, gli è sembrata un’ottima occasione quella di poter affrontare in accademia un autore come Annibale Ruccello. Io conoscevo abbastanza bene la drammaturgia di Annibale, fatta forse eccezione per le prime opere. E forse avevo un po’ di paura all’inizio, per il semplice fatto che sono tutti testi che ho visto tanto in scena e avevo negli occhi le immagini di quegli spettacoli. Non sapevo bene all’inizio su quale indirizzarmi.
Poi, ad un certo punto, Arturo mi parla di questo testo “L’Ereditiera”, raramente messo in scena, ma che lui aveva messo in scena anni prima con grande successo – ha vinto anche un Ubu -. L’ho letto e me ne sono innamorato.
Questo continuo gioco farsesco sviluppato attraverso la ripetizione e la variazione mi parlava. La ripetizione e la variazione è un qualcosa che è quasi sempre presente nel mio modo di pensare lo scrivere la scena. Così come l’elemento musicale, essendo un fan del teatro di Marthaler.
E poi il gioco citazionistico e farsesco parla di un’altra eredità – non tanto quella della protagonista – ma quella di una città, di una collettività rispetto al teatro, alla canzone, alla sceneggiata, al cinema, a Eduardo. E quindi, in qualche modo, mi è sembrato che questo testo rinnovasse una domanda che già si ponevano sia Ruccello che Moscato: qual è il nostro rapporto con il repertorio e la tradizione? Nascere in una città come Napoli a volte può farti sentire vivo, a volte può essere quasi asfissiante e prepotente.
Il cinema e la napoletanità sono alla base della tua messa in scena: come le hai esplicitate, cercando di collegarle insieme?
È tutto già presente nel testo, essendo una farsa dell’omonimo film di William Wyler e del romanzo Washington Square di Henry James. Io ho solo scelto di enfatizzarne un aspetto. Ruccello, in un’intervista, disse: “Mi occupo di teatro perché amo il cinema, e a teatro mi annoio mortalmente. Ma non farei mai cinema”, una frase anche un po’ contorta, che però mi ha fatto da immagine-guida. Anche il lavoro con Carlo De Nonno è stato fondamentale: ha messo a disposizione le varie versioni del testo, ce ne sono almeno tre; abbiamo ascoltato una vecchia cassetta con la registrazione di tutto lo spettacolo e si sentiva la voce di Annibale, quello è stato un momento bellissimo.
Siete tutti giovanissimi, tu e gli attori. Come ti sei rapportato con loro?
Con alcuni ero in classe in Accademia. Altri erano già diplomati, ma avevo avuto l’occasione di vederli in scena.
Cerco sempre di creare una struttura molto articolata, ma nello stesso tempo di proteggere la vitalità e la performatività degli attori all’interno di quella struttura. Spesso mi sembra un lavoro in antitesi. Abbiamo ragionato tanto, di drammaturgia e di grammatica teatrale. Abbiamo letto insieme parti del romanzo di Henry James.
Considerando che solo uno di loro è napoletano, gli altri sono romani, uno calabrese, l’altro pugliese, si trattava proprio di approcciare un’altra lingua. Credo che alcune delle questioni presenti nel testo, che per me sono scontate e vicine, per alcuni di loro fossero totalmente nuove. Per il resto questo mestiere ha a che fare con lo stare tanto tempo insieme, col conoscersi. E anche con lo scegliersi. Scegliere un testo, scegliere uno spazio, scegliere le persone, scegliere, scegliere, scegliersi…
Quali sono le difficoltà che riscontra un giovane regista nel mondo del teatro?
Le difficoltà sono soprattutto di natura economica. Si capisce da subito che all’inizio, se va bene, guadagnerai poco e lavorerai tanto. Si lavora pure quando non si è in sala prove, anzi soprattutto. E poi c’è ancora questa continua lotta tra vecchio e nuovo, che in realtà crea solo tanta confusione. Una diatriba continua su quello che il teatro era, su quello che il teatro è e su quello che il teatro forse sarà. Bisognerebbe lasciar andare. Lasciar scorrere. È difficile avere delle sicurezze.
Prossimi progetti?
Vorrei riprendere il lavoro che ho iniziato col mio diploma. Un lavoro diviso in episodi sui testi della drammaturga inglese Caryl Churchill. E poi una scrittura di scena partendo dal “Macbeth” di Shakespeare e dal libretto d’opera di Piave, che ha come campo d’indagine la superstizione e il disturbo ossessivo compulsivo, che per me è una forma di moderna superstizione.
L’ereditiera
di Annibale Ruccello e Lello Guida
regia Fabio Faliero
supervisione artistica Arturo Cirillo
con Vanda Colecchia, Marco Fanizzi, Luca Ingravalle, Eleonora Pace, Maria Vittoria Perillo, Michele Scarcella, Sabatino Trombetta
scene Dario Gessati
costumi Maria Sabato
luci Pasquale Mari
elaborazione video Igor Renzetti
musiche originali Carlo de Nonno (ed. Gennarelli Bideri)
elaborazioni musicali Mario Autore
produzione Teatro dell’Elfo, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico
