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Una luce nella neve: “Fare un fuoco” di Luigi D’Elia al Teatro Madre Festival di Ostuni

Fare un fuoco (ph: Michela Cerini)

Fare un fuoco (ph: Michela Cerini)

Nel Parco Archeologico di Santa Maria di Agnano, la direzione artistica di Enrico Messina e Daria Paoletta trasforma il teatro in un’esperienza fisica e spirituale, tra narrazione e memoria ancestrale

C’è un punto in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa esperienza. Accade a Ostuni, nell’ambito dell’ottava edizione del Teatro Madre Festival, con lo spettacolo “Fare un fuoco” di Luigi D’Elia, drammaturgia di Francesco Niccolini, tratto dal racconto omonimo di Jack London.

L’Anfiteatro del Parco Archeologico e Naturale di Santa Maria di Agnano, immerso nel silenzio della macchia mediterranea, ospita una discesa nell’inferno bianco dello Yukon. È agosto, il sole tramonta sulle colline pugliesi, ma sul palco cala il gelo. Un uomo, solo, cammina nella neve. E noi con lui. Condividiamo il suo respiro affannoso, il peso dei passi, il panico crescente. Cerchiamo il calore. Speriamo nel fuoco.

Il Teatro Madre Festival, ideato e diretto da Enrico Messina e Daria Paoletta della compagnia Armamaxa, è qualcosa di più di una rassegna teatrale: è un progetto culturale che intreccia paesaggio, memoria e arte. Tra concerti all’alba, spettacoli tout public, laboratori per bambini e visite guidate alla celebre grotta della “Donna di Ostuni”, il festival offre al pubblico un modo diverso di vivere la cultura: immersivo, lento, profondo. In questo contesto, “Fare un fuoco” non è solo uno spettacolo, ma una prova di resistenza emotiva.

Pochi elementi in scena. Un palco spoglio, luci fredde, fioche (Francesco Dignitoso), tocchi minimi di pianoforte e corde (Giorgio Lazzarini). E Luigi D’Elia, quasi immobile, seduto, come neve che non vuole staccarsi da terra. Le parole sono misurate, centellinate. Ogni frase è necessaria, ogni gesto ha il peso di una scelta. Niente è superfluo. La narrazione segue l’arco del giorno: dodici ore di marcia che diventano un’eternità. Il tempo si dilata. Il pubblico respira al ritmo dell’uomo, sente il gelo che invade mani e piedi, la voce del vento che taglia, la corsa disperata per accendere un fuoco.

Quel fuoco, fragile, diventa il centro emotivo dello spettacolo. È vita, calore, salvezza, ma anche limite, monito, illusione. Perché accenderlo richiede dita che ormai non rispondono, forza che si è dissolta. E se non si accende in tempo, si muore.

L’ambientazione naturale del parco accentua la tensione tra vita e morte. A pochi metri dalla scena si apre la grotta-santuario in cui, 22 mila anni fa, una giovane madre fu sepolta con il suo bambino in grembo. La sua presenza silenziosa aleggia sullo spettacolo, aggiungendo uno strato invisibile di significato. È un richiamo alla fragilità della vita, alla ciclicità della natura, al bisogno ancestrale di protezione e calore. Come se il fuoco che l’uomo cerca di accendere sulla scena fosse lo stesso che arde, da millenni, nel grembo della terra.

Il cane Lampo, unico compagno di viaggio del protagonista, è evocato con tenerezza e dolore. Quando l’uomo, ormai disperato, pensa a un gesto estremo per cercare calore nel suo ventre, il pubblico trattiene il fiato. Non c’è spettacolarizzazione, nessun effetto. Solo la verità di una condizione umana portata al limite, raccontata con pudore e lucidità. D’Elia non interpreta: incarna. Il suo corpo è veicolo di senso, la sua voce una linea sottile tra la parola e il silenzio.

La regia invisibile di D’Elia con Francesco Niccolini si percepisce nel ritmo serrato, ma mai forzato, e nella costruzione millimetrica delle pause. Ogni respiro ha un peso. Ogni suono – anche il più lieve – diventa narrazione. La musica, minimale, accompagna senza invadere: poche note, come passi nella neve. Scandiscono il tempo che manca, il tempo che resta.

All’interno del ricco programma del Teatro Madre Festival, “Fare un fuoco” è stato uno degli appuntamenti più intensi e radicali. In un festival che valorizza il territorio, la storia e la relazione con l’ambiente, questo spettacolo scava in profondità, riportando il teatro alla sua forma più pura: narrazione essenziale, tensione carnale, verità emotiva.

Alla fine resta un’immagine: un piccolo fuoco che si spegne, e un uomo che forse si arrende. Anche noi, in platea, ci scopriamo vulnerabili. A Ostuni, in piena estate, tremiamo. Per il freddo evocato, ma soprattutto per la domanda che ci perseguita: davvero possiamo piegare la natura al nostro volere? Oppure è solo un’illusione?

Attraverso le mani e la voce di D’Elia, Jack London ci consegna un monito severo: la natura non si sfida impunemente. Serve un fuoco. Ma anche quel fuoco, se acceso troppo tardi, potrebbe non bastare.

Nel cuore del Parco di Santa Maria di Agnano, tra rovine messapiche e segni di culto ancestrale, “Fare un fuoco” trova la sua casa ideale. Il teatro non mostra, ma evoca. Non recita, ma vive. E il Teatro Madre Festival conferma la sua vocazione: essere luogo di passaggi, di trasformazioni, di racconti che non finiscono con l’applauso, ma restano a bruciare, come brace nella neve.

FARE UN FUOCO
di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia
molto liberamente ispirato ai “Racconti dello Yukon” di Jack London
con Luigi D’Elia
regia di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia
disegno luci: Francesco Dignitoso
musiche originali: Giorgio Lazzarini
assistenti alla produzione: Elisabetta Aloia, Adalgisa Vavassori, Susanna Zoccali
una produzione: Teatri di Bari – Fondazione Sipario Toscana
in collaborazione con INTI

Durata: 1h
Applausi del pubblico: 3’

Visto a Ostuni, Parco Archeologico e Naturale di Santa Maria di Agnano, il 1° agosto 2025

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