Festival Danza Urbana 2026: trent’anni di sguardi sulla città in movimento

La plaza (ph: Stefano Scheda)
La plaza (ph: Stefano Scheda)

Ospiti di questa edizione del Festival Danza Urbana Elisa Sbaragli, Irene Russollillo, Manuel Rodriguez, Elia Pangaro & Alexander De Vries

Come spesso è accaduto negli anni scorsi, anche quest’anno siamo stati ospiti a Bologna del Festival Danza Urbana, giunto alla trentesima edizione.
Come sottolineato nella presentazione della kermesse dal suo direttore artistico Massimo Carosi, la manifestazione “ha contribuito a cambiare, negli anni, il nostro sguardo: non solo sulla danza, ma sulla città stessa, invitandoci a riscoprire i luoghi dell’ordinario come spazi di relazione, immaginazione ed esperienza condivisa… Dopo trent’anni, il Festival Danza Urbana continua ad assumere questo come uno dei propri compiti: immaginare, insieme a cittadinə e artistə, altri modi di abitare la città, di costruire relazioni e di guardare al futuro”.

Sinonimo ineccepibile di questa modalità di proporre la danza è stato il progetto coreografico “La Plaza” di Elisa Sbaragli, che curiosamente abbiamo “attraversato” a Bologna già per la seconda volta. Eravamo già infatti stati protagonisti di questa curiosa esperienza alle falde dell’Etna, nella piazza principale di Zafferana Etnea, nel corso di Teatri Riflessi; qua invece è uno spiazzo del Parco 11 Settembre 2001 ad esserne di cornice.
Valente interprete dello spettacolo, in entrambi i casi, è il performer Rafael Candela, mosso dalle sonorità di Edoardo Sansonne e dalla dramaturg Lorenza Guerrini.
“La Plaza” è un progetto coreografico, ancora in fase di studio, che ha la bella curiosità di presentarsi ogni volta in modo diverso, a seconda del luogo in cui si pone. Un esperimento costruito appositamente per esplorare come i diversi corpi che vi si trovano immersi costruiscono, condividono e trasformano con il loro sguardo lo spazio che si trovano a vivere.
Là alle falde dell’Etna in una piazza, con un pubblico che se lo trovava all’improvviso davanti; qui in un contesto diverso, in un giardino con un pubblico accorso per vederlo, Candela muove il suo corpo incontrando lo sguardo degli spettatori (più o meno casuali) attraverso sonorità diverse, che accompagna con abbracci, smarrimenti e corse che attraversano lo spazio davanti al pubblico, frasi d’incontro e perfino cantando a squarciagola, riflettendo in questo modo sul proprio rapporto con la comunità e lo spazio condiviso.

Fatigue (ph: Stefano Scheda)
Fatigue (ph: Stefano Scheda)

In un contesto diverso, nel grande spazio della chiesa di San Isaia, ci immergiamo letteralmente nel modo e nell’atmosfera armena con il nuovo progetto di Irene Russolillo, “Fatigue”, capace di connettere il gesto e la voce in un unico sentito omaggio a questa parte del mondo e a questo popolo spesso dimenticati e nel corso degli anni anche vilipesi.
Toma Aydinyan, Andrey Tikhonov, Zara Gevorgyan, Lusya Karapetyan, tra canto e danza, con il loro cangiante respiro capace di modularsi in accento musicale, si manifestano in scena accompagnate da un grande tappeto istoriato, che diventa anch’esso protagonista dello spettacolo avvolgendo le quattro performer, tutte prese da una vera e propria fatica fisica e spirituale, che riesce a coinvolgere anche il pubblico in un mondo dall’antico sapore sacrale.

Il museo di arte contemporanea Mambo ospita invece il performer andaluso Manuel Rodriguez con “Alien”, che reinventa davanti al pubblico il proprio corpo per mezzo di un nuovo linguaggio capace di trasformarlo: voce, gesto, vibrazione corporea e tensione fisica si prodigano alla ricerca di occupare, in modo originale, lo spazio fisico che li racchiude.

Loop Box (ph: Giancarlo Donatini)
Loop Box (ph: Giancarlo Donatini)

Ma la vera mission del festival è reinventare i luoghi esterni della città. Ecco dunque, sempre ai giardini 11 settembre, “Loop Box” di Mattia Quintavalle.
Giacomo Turati, Pietro Fiorenza e Aurora Fregoni, con le musiche di Mauro Meddi, riempiono di gesti il grande spazio che li accoglie, abbandonandosi alla struttura ciclica del loop musicale, che sta alla base della cultura hip hop. Così, se all’inizio della performance sembrano burattini dai movimenti preordinati, piano piano anche con il contatto con il pubblico, di cui ne importano anche le movenze, crea un’originale danza che collega, in un unico intreccio, suono, gesto e immagini.

Nel curiosissimo spazio della Tettoia Nervi, nella piazza dedicata al grande Lucio Dalla, assistiamo poi all’ultima performance del festival, che ci ha davvero coinvolto ed entusiasmato: “Quasi Niente n°1” di Elia Pangaro & Alexander De Vries, con in scena gli autori e Alice Raffaelli, performer che amiamo da tempo.
“Quasi Niente n°1” è uno studio sul potere del movimento, inteso come sincronicità e collaborazione dei corpi. I tre performer, abbigliati come veri e propri atleti, costruiscono per tutta la durata dello spettacolo delle architetture corporee in continua trasformazione. La danza diventa piano piano sempre più coerente e coinvolgente, creando un originale connubio coreografico di esercizio fisico, equilibrismo, giocoleria, pratica ginnica, che spesso ci ricorda fortemente il circo nella sua continua e consapevole ricerca acrobatica.
Così l’interessante coreografia si trasforma anche in una consapevole unione di intenti di solidarietà e supporto reciproco, in cui ognuno dei performer lavora d’intesa con l’altro per la costruzione di sempre nuove geografie corporee, anche per il divertimento del pubblico che osserva e partecipa.

Quasi niente n° 1 (ph: Salvatore Lumia)
Quasi niente n° 1 (ph: Salvatore Lumia)

Il festival ci ha offerto anche un breve film d’arte, “Sarkha”, in cui la danzatrice e coreografa palestinese Jumana Dabis rende un omaggio danzato a donne e ragazze palestinesi residenti in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e al Cairo, fra loro unite dalla difficoltà di dover vivere un’esistenza tribolata in due luoghi molto simili.
Il progetto si è formato durante il genocidio in corso da due anni nella Striscia di Gaza, ponendosi come atto politico di testimonianza e di speranza per un futuro diverso in queste zone martoriate dalla guerra.

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