Il conflitto generazionale di Qui e Ora, il sogno de “Il vento che abito” di Antonella Germinali, la genealogia delle ferite di “MOR” di Lucia Raffaella Mariani e la danza visionaria di “27” di Oda Dance Company: attorno al TEX una comunità teatrale nuova e non addomesticata
Sei generazioni in campo. Una ragazza con una valigia inghiottita dal sogno. Un corpo che cerca, si torce, si percuote per capire a quale genealogia appartenere. Tre madri, tre ferite, una figlia che prova a interrompere la trasmissione del dolore. Un ensemble di danzatrici dentro un paesaggio rock, onirico e malato.
È un teatro di corpi, identità, memoria quello che Fori Festival sta portando al TEX Teatro dell’ExFadda di San Vito dei Normanni. Un teatro che non accompagna lo spettatore per mano: lo mette davanti a una domanda.
La seconda edizione di Fori, distribuita in cinque comuni dell’Alto Salento e con 17 titoli in programma, conferma la vocazione del festival a costruire non una semplice vetrina di spettacoli, ma una rete culturale sul territorio.
Nei primi tre weekend di settembre, il TEX si è trasformato in una piccola agorà contemporanea. Pubblico presente, curioso, disposto a lasciarsi spiazzare. Non è un dato secondario. È forse il primo risultato.
Ad aprire, il 5 settembre, “Generation Crash” di Qui e Ora Residenza Teatrale, progetto di Francesca Albanese, Silvia Baldini, Marco Chenevier e Laura Valli. Una battaglia fra generazioni trasformata in gioco. Sette generazioni in campo, dalla Silent Generation alla Gen Alpha. Una specie di “Giochi senza frontiere” teatrale, con manche a eliminazione diretta, squadre, prove, strategie, arbitraggi improvvisati e soprattutto un pubblico chiamato a decidere chi possieda ancora l’energia necessaria per affrontare la catastrofe climatica.
Le attrici giocano con una fisicità sbilenca, continuamente fuori asse. Corpi storti, inciampi, torsioni, piccoli cedimenti. Garbo e ironia. La contesa non diventa mai sermone sociologico: ogni generazione viene caricata di caratteristiche, tic, responsabilità e contraddizioni.
I Silent, nati fra 1928 e 1945, i Boomers, la Generazione X, i Millennials, la Z, fino alla Alpha, nata fra 2013 e 2024. Una carrellata generazionale che diverte mentre insinua domande scomode: chi ha consumato il pianeta? Chi dovrà salvarlo? Chi possiede ancora la capacità di immaginare una rivoluzione?
La trovata decisiva è affidare la risposta agli spettatori. Il teatro diventa campo di gioco, il pubblico arbitro e complice. La partecipazione non è decorativa: determina l’andamento della sfida. E dietro la comicità fisica, dietro le eliminazioni e le schermaglie, resta il tema vero: la necessità di una solidarietà fra generazioni che il gioco, paradossalmente, mette continuamente in crisi.

Il 12 settembre il festival cambia registro con “Il vento che abito” di e con Antonella Germinali. Una ragazza. Una valigia. Una chitarra suonata dal vivo. All’inizio il meccanismo appare un po’ troppo schematico, automatizzato, con una forza interpretativa ancora da mettere pienamente a fuoco. Poi qualcosa si spezza. O meglio, si apre.
La protagonista viene fagocitata da un piccolo mondo superfluo e visionario, risucchiata in una spirale di immagini. Trasparenze. Voli di uccelli. Soffioni. Giocoleria. Sacchetti di plastica trasformati in birilli. Arte povera. Un serpente che sembra prendere orbita. La scena diventa paesaggio mentale, sospesa fra le città invisibili di Calvino e i cieli abitati dalle figure di Chagall.
La valigia, intanto, si trasforma. Bagaglio della memoria, archivio di ciò che è stato, ma anche contenitore dei sogni ancora da inseguire. Bruco, crisalide, farfalla. Una metamorfosi semplice e insieme potentemente teatrale. Il corpo cerca una forma, la perde, ne trova un’altra. È l’immaginazione a salvare la protagonista dal peso delle cose. Un piccolo mondo onirico che lentamente prende il sopravvento sulla realtà.
Nella stessa serata “Ceci n’est pas Omar”, creazione di Omar Giorgio Makhloufi e Diana Dardi, produzione CSS Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia. Qui l’identità diventa genealogia. Algeria e appartenenza arbëreshe. Migrazione, abbandono, fuga. Le date della storia familiare come tappe di una sorta di genesi delle ferite.
Makhloufi porta in scena il proprio corpo buffo, il ballo sghembo, le torsioni, gli avvitamenti. Cerca un’identità solida e certificata, ma ogni tentativo di definirsi apre una nuova frattura. La cronistoria diventa materia fisica. Il racconto si fa espressionista, spiritato, attraversato da ironia e grottesco. Una recitazione che sembra applicare al corpo una sorta di metodo stanislavskij deformato: scavare dentro il vissuto fino a renderlo gesto, spasmo, ossessione.
Ripetizioni, reiterazioni, auto-percussioni, accanimento. Qualche insistenza di troppo, ma funzionale al percorso ossessivo di chi cerca autodeterminazione. Il problema è anche linguistico: come comunicare quando l’identità è disarticolata? Come spogliarsi di una storia senza perdere se stessi? Il corpo assume identità multiple e poi le rigetta. Cerca un centro che continuamente si sposta.
A San Michele Salentino, il 13 settembre, il festival esce dal TEX e approda al 100Lab. “Slammals – Branco Po’etico” porta in scena la poesia orale del poetry slam, con Gionata Atzori come MC (maestro di cerimonia) e Dino Andrisano vincitore della serata. Un altro dispositivo partecipativo, questa volta affidato alla parola. Poesia come corpo vivo, competizione come rito collettivo, pubblico chiamato a misurare la forza immediata dei versi.
Nella stessa giornata la restituzione di “Woland – Alla ricerca della satira perduta”, progetto di ricerca drammaturgica partecipata di Omar G. Makhloufi e Mattia Zavarise. Il rapporto con il potere passa attraverso la satira, ma soprattutto attraverso il coinvolgimento della comunità. Non un teatro che parla al territorio, ma un teatro che prova a far parlare il territorio.
Il terzo weekend porta al TEX l’anteprima di “MOR – Storia per le mie madri”, di Lucia Raffaella Mariani, ispirato alla graphic novel di Sara Garagnani. In scena Mariani, Eva Meskhi ed Eleonora Limongi, con il sound design di Dario De Angelis e la collaborazione alla creazione di Andrea Pizzalis.
Una genealogia femminile. Tre generazioni. La vita caotica delle madri che ricade sulle figlie. Gli errori che si trasmettono. I padri sullo sfondo, ancora più assenti. Una madre narcisista. Una figlia costretta a costruire, con fatica, un’identità alternativa a quella che le è stata consegnata.
La prima parte è sovraccarica di oggetti e materiali. Molto accade, forse troppo. Il caos scenico rischia di precedere quello emotivo, lasciando poco spazio allo spettatore per far sedimentare sentimenti e relazioni. Poi la materia si dipana. Il racconto trova un respiro più disteso. Le ferite non scompaiono, ma diventano abitabili. Quasi un’armonia ritrovata nella convivenza con ciò che non può essere cancellato.
Un lavoro psicologicamente studiato, sorretto dalla presenza di una Lucia Raffaella Mariani mattatrice. Nessuna semplificazione. Le madri non sono mostri, le figlie non sono vittime pure. Ciò che passa da una generazione all’altra è fatto di amore, egoismo, paura, incapacità. Anche di possibilità di interrompere la catena.

Infine “27”, di Oda Dance Company, coreografia di Ermanno Sbezzo, con la chitarra elettrica dal vivo di Giuseppe Guglielmino e le danzatrici Rebecca Maguolo, Micol Marchetto, Matilde De Nardo, Lucrezia Aiuto, Irene Marianelli, Irene Casini e Sara Del Bolgia.
Il mito del Club 27, da Janis Joplin a Jimi Hendrix, da Jim Morrison a Kurt Cobain fino ad Amy Winehouse, diventa materia coreografica.
Atmosfere oniriche e malate. Le coreografie, semplici, talvolta didascaliche, acquistano forza nell’impatto visivo. Masse d’ensemble, corpi che si aggregano e si separano, improvvise apparizioni. E soprattutto luci che proiettano continuamente le danzatrici in un altrove che ne nasconde un altro, e poi ancora un altro.
La chitarra dal vivo sporca l’immagine, la rende concreta. Il mito rock viene attraversato per mezzo di musica, corpo, fragilità, successo e autodistruzione. Più che raccontare il Club 27, lo spettacolo ne evoca la febbre. Un paesaggio di giovani corpi sospesi fra desiderio di libertà e consapevolezza del precipizio.
È forse questa la cifra del Fori Festival: la varietà dei linguaggi dentro una comune inquietudine. Teatro partecipato, autobiografia, circo contemporaneo, poesia orale, satira, danza. Spettacoli che non cercano una lingua unica, ma un pubblico disposto a cambiare continuamente punto di vista.

Attorno al TEX e al direttore artistico Valentino Ligorio si sta formando una nuova agorà. Rilevante anche il sostegno fattivo dell’amministrazione comunale. Il festival non appare così come un corpo estraneo calato sul territorio, ma come una presenza culturale condivisa.
La risposta del pubblico sembra confermarlo. Curiosità. Partecipazione. Ritorno. Sono questi i segnali più interessanti. Perché quando uno spettatore non si limita a guardare, ma prende posizione, entra nel gioco, ascolta una poesia, si riconosce in una genealogia, segue un corpo dentro un sogno, allora il teatro smette di essere soltanto spettacolo. Diventa comunità dello sguardo. Una comunità ancora giovane. Ma già viva.
