23^ edizione del festival Gender Bender che intercetta gli immaginari culturali e artistici legati al corpo e al genere
Quest’anno il festival bolognese Gender Bender, che frequentiamo sempre con crescente curiosità per la sua grande varietà di accenti, ha assunto ancor più un valore di riferimento per le arti performative, in un periodo in cui il potere politico ha deciso di indebolire le espressioni artistiche più strettamente legate al corpo, restringendo anche i contributi ministeriali a sostegno di una danza non conforme a regole precise, il tutto mentre porta avanti l’idea perniciosa di proibire l’educazione all’affettività nelle scuole.
Da più di 20 anni il festival, al contrario, uscendo dagli stretti ambiti del nostro Paese, si è sforzato di ospitare, nella sua programmazione, spettacoli e performance che potessero mostrare tutte le possibilità espressive presenti nel nostro corpo, collegate spesso alle differenze di genere e ai vari orientamenti sessuali.
Gender Bender è diventato così, nel corso del tempo, un festival multidisciplinare che non offre solo spettacoli su queste tematiche, ma propone un programma che si articola in proiezioni cinematografiche, mostre e installazioni di arti visive, incontri e convegni di letteratura. “È un modello reale di come le differenze, tutte le differenze, possano dare un contributo concreto alla costruzione di una società più ricca e accogliente sotto il profilo umano, sociale e culturale”: così esprime la propria mission il festival.
Quest’anno, anche frequentandolo solo per una giornata, abbiamo visto come questo compito venga portato avanti con passione e in modi diversificati, premiato da un numero sempre cospicuo di spettatori, la maggior parte giovani.
La manifestazione, nei suoi dieci giorni di programmazione (dal 30 ottobre all’8 novembre), ha ospitato coreografi e performer da oltre sei Paesi, con un focus speciale dedicato alla scena coreografica francese.
La sezione dedicata al cinema ha proposto undici titoli, tra film e documentari, con cinque prime nazionali provenienti dai principali festival internazionali.
Hanno completano la programmazione incontri e momenti di dialogo con autori e artisti che hanno riflettuto su temi come diversità, creatività e salute mentale.
Tre le creazioni che ci hanno accolto nell’ultima giornata di Gender Bender 2025: “Fuga BWV 565” di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, “Healing Together” di Daniele Ninarello e “Landscape” dell’artista cipriota Elena Antoniou.
La toccata e fuga in Re minore per organo, che dà il titolo al progetto coreografico di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, si riferisce ad una delle composizioni più note di Johann Sebastian Bach, che accompagna quasi per intero la corsa dello stesso Petrosino, in scena su un tapis roulant.
Il progetto si basa infatti sull’atto della corsa come pratica sportiva, riuscendo al contempo – in modo non banale – ad essere metafora di una condizione esistenziale cangiante.
Non è più una donna senza vita a muovere l’immaginario degli spettatori, come avveniva nel precedente lavoro di Palermo “The garden”, ospitato da poco nella vetrina della Giovane Danza d’Autore 2025.
E’ invece Petrosino che, agghindato da vero atleta, si muove sul tapis roulant. La performance, utilizzando la fuga bachiana, di matematica essenza, caratterizzata nella sua perfezione da ripetizioni, oscillazioni e ritmi incalzanti, non solo dona il ritmo al performer ma, come accadeva nel cinema di Pasolini, lo trasfigura in una sorta di atmosfera sacrale, capace di dialogare anche con le statue del salone principale dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna, che lo circondano.
E quando Bach lascia il posto ai rumori della città, al riverbero della guerra, agli applausi (il disegno del suono è affidato a Filippo Lilli), la corsa di Petrosino, in tutta la sua fatica, ci trasporta verso altre suggestioni, che terminano con le evocazioni musicali di Purcell.
Eccoci poi a “Healing Together” del coreografo e danzatore torinese Daniele Ninarello.
Vera Borghini, Loredana Canditone, Silvia Brazzale e Raffaele Tori, comparendo nel silenzio assoluto che circonda l’ampio spazio dell’ex chiesa di San Mattia, cominciano a muoversi, a volte inondati altre coperti da una luce che modifica ogni volta il loro essere in scena, prima impercettibilmente poi sempre più coinvolti in una loro (apparentemente) libera gestualità.
Attraverso una musica sempre più incalzante (il progetto sonoro è di Saverio Lanza), occupano tutti gli spazi possibili dell’area performativa, travalicandola anche, e arrivando all’esterno della chiesa, sollecitando così ulteriormente lo sguardo dello spettatore.
Avvertiamo come ci sia, nei performer, il bisogno di un’espressività in qualche modo liberatoria, sempre mossa da una volontà precisa e reciproca di movimento, che si esprime sia nel desiderio di comunicare con gli altri, sia nella scelta degli spazi. “L’identità di ogni singolo corpo viene rivelata e decostruita in tempo reale, attraverso l’incontro con gli altri, mostrando come i confini possano arrendersi e smettere di difendersi” aggiunge Ninarello, da quest’anno artista aggiunto al festival, che presenta questa coreografia realizzata quattro anni fa.
E alla fine, mentre i performer ancora danzano, due addetti smontano tutti gli apparati tecnici dello spettacolo.
In quest’ultima giornata di festival la presenza internazionale viene rappresentata da “Landscape”, dell’artista cipriota Elena Antoniou, che su un grande palco, nel mezzo di un altro luogo carico di sacralità come l’oratorio di San Filippo Neri, offre il suo corpo flessuoso e volutamente invitante allo sguardo degli spettatori che l’attorniano.
Elena e il pubblico hanno la possibilità di muoversi in modo circolare, scegliendo liberamente – artista e spettatori – verso quale prospettiva muoversi. La performer, con grande compiacimento, ammicca con lo sguardo in modo sensuale, ora qua ora là, cercando connivenze con gli spettatori, presi da quel corpo che si propone loro con sfrontatezza, in un gioco personale e collettivo scandito dai violenti colpi di tacco della Antoniou.
