Al festival 2025, fra gli altri, Motus, Kronoteatro, Sotterraneo ma anche le pratiche zen con i monaci giapponesi
I giorni dell’ultimo week-end del festival Il giardino delle Esperidi sono stati colmi di nuove occasioni teatrali e di immersioni nella natura, con un esplosivo finale davvero emozionante e ricco di suggestioni.
Due gli spettacoli, in qualche modo speculari, che ci hanno accompagnato il venerdì, intitolati a due icone dell’immaginario oscuro: “Daemon” dei Motus, dedicato a Frankenstein, e “Barbablù”, portato in scena dai padroni di casa di Campsirago Residenza.
In “Daemon” Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande ritornano un’altra volta, dopo “Frankenstein (a love story)“, al romanzo di Mary Shelley, questa volta con un apposito progetto site-specific, per raccontare, in modo visionario, il difficile e tormentato rapporto della “creatura” con un mondo che costantemente lo respinge.
Accompagnati da una figura femminile (Alexia Sarantopoulou), che rimanda all’autrice del romanzo, ci avviciniamo alla grande corte di palazzo Gambassi. Qua, tra fumi che rendono ogni percezione ancor più inquietante e visionaria, attraverso immagini che si fondono con l’ambiente e la presenza di figure umane di misteriosa sostanza, lo spettatore, tra rabbia e assuefazione, entra direttamente in sintonia con la creatura e con il suo stato di emarginazione.
Poco più in là, nell’arena lignea del Gambass, rivive invece, tra fiaba e storia, la figura di Barbablù attraverso il testo di Sofia Bolognini. In scena gli efficaci Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza tra le significanti scenografie di Michele Losi e Annalisa Limonta.
Lo spettacolo riverbera, attraverso il tempo, la celebre figura del nobile dalla trista figura, uccisore seriale di donne, per parlare in modo ampio e metaforico della violenza di genere. Nel medesimo tempo lo spettacolo ci porta ad interrogarci sulle modalità attraverso cui è possibile rompere una catena di traumi nascosti che si annidano nella placida famiglia, con i tragici esiti che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi.
Ma la giornata di venerdì è stata ricca anche di altre proposte: dal video sui vari modi in cui il cinema ha incontrato il camminare all’incontro con il monaco Zen Seigaku per finire con il concerto di Camilla Barbarito “Cargo sentimento popolare”, con Fabio Marconi, Alberto Turra alla chitarra e Stefano Grasso alla batteria, per una performance che ci ha guidato in mondi musicali, tempi e luoghi diversi.
Il giorno dopo è stato foriero di due nuove creazioni, di una delle quali, “Un po’ meno fantasma” di Kronoteatro, scritto da Francesca Sarteanesi e Tommaso Cheli, avevamo già documentato la sostanza al suo debutto al Teatro Elfo Puccini di Milano a febbraio.
La creazione della compagnia ligure è incentrata sul personaggio di Marcello, un’esistenza sempre fuori contesto e in perenne lotta con il mondo, dove il protagonista può solo immaginare ciò che si vuole, per poi non raggiungerlo mai. Tommaso Bianco regala al suo Marcello sfumature sempre cangianti, interpretando di volta in volta le esistenze che trova sul suo cammino, e che ogni volta non riescono a comprendere la sua profonda umanità.
Con grande piacere ci siamo poi immersi nel nuovo lavoro di Sotterraneo, “Dj show Twentysomething Edition studio”, apparentemente un dj set alquanto sgangherato, ma in profonda perfetta sintonia con le altre creazioni del gruppo, che in questo modo ha festeggiato i suoi vent’anni.
Condotto da Villa, Cirri e compagni, ne scaturisce un ballo sfrenato e collettivo, in cui i danzatori diventano anche pensanti, rispondendo alle stimolazioni e alle domande dei dj. Emerge così un ritratto dei nostri anni non certo rassicurante, dove alla fine solo una piccola fiammella cercherà di donarci speranza per un futuro che ogni giorno percepiamo invece sempre più oscuro.

Il Giardino delle Esperidi ha avuto la sua apoteosi l’ultimo giorno del festival, nello spirito che da anni ne muove l’immaginario teatrale con l’evento itinerante che ha abbracciato tutta la giornata: “Errando per le antiche vie. Il Buddha silente del Monte di Brianza”.
Per sedici ore, dall’alba al tramonto, il percorso ha attraversato sette luoghi, tra il borgo di Mondonico e il Monte Barro, vera e propria conformazione geografica che ha la forma di un Buddha dormiente, passando per la dorsale del Monte di Brianza.
Durante l’evento abbiamo attraversato questa parte della regione che, nel luogo comune, è considerata un paesaggio colmo di fabbriche, capannoni e caseggiati anonimi, costeggiando invece santuari, chiese rupestri e templi, borghi rurali, sorgenti e fontane, simbolo di un rapporto antico tra abitanti e paesaggio, collegati fra loro da antiche vie romane e alberi secolari.
L’azione, ispirata ai sette chakra del corpo umano e ai loro significati, è stata suddivisa in tappe: il cammino del pubblico è stato inframmezzato da momenti specifici di danza, poesia, musica e teatro. La prima parte ha fatto riferimento alla terra come radice dell’umanità, la seconda al mondo delle emozioni, la terza al plesso solare, la quarta al cuore, la quinta alla gola, la sesta al terzo occhio, l’ultima alla conoscenza. L’azione ci ha inoltre accompagnato temporalmente attraverso i quattro momenti sincronici della giornata: l’alba, il mezzogiorno e il tramonto, entrando nella notte con la festa di fine festival verso mezzanotte.
Oltre ai performer di Campsirago Residenza (Anna Fascendini, Giulietta De Bernardi, Benedetta Brambilla, Arianna Losi Noemi Bresciani, Sofia Bolognini e Sebastiano Sicurezza), ci hanno accompagnato in questa vera e propria esperienza umana spirituale e artistica la coreografa Alessandra Cristiani con una danza di grande sapienza espressiva, Giulia Bertasi suonando la sua fisarmonica, Elisa Sbaragli con la sua danza occhieggiata da lontano nella splendida Villa Bertarelli di Galbiate.
La giornata – faticosa per il corpo, ma ricca per la mente e l’anima – si è conclusa nella magnifica cornice del Monte Barro con i suoni coinvolgenti e catartici di Luca Maria Baldini.
Lungo tutto il percorso il monaco giapponese Seigoku ha proposto pratiche zen insieme a Michele Losi, ricordandoci in ogni momento quale sia il rapporto profondo che intercorre tra l’umanità e la natura, in stretta connivenza con il divino. Una magnifica chiusura per un festival sempre molto suggestivo. All’anno prossimo!

