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Giorgia Maddamma: “Sacre Radici”, arte e memoria nel carcere di Lecce

Sacre radici

Sacre radici

La coreografa e direttrice artistica racconta il progetto di danza che trasforma la Casa Circondariale salentina in un campo di rinascita

C’è un luogo in cui le sbarre si piegano al gesto, le porte blindate si aprono al respiro, e il corpo, anziché essere confinato, trova nuova libertà. In carcere, l’arte non è decorazione, ma urgenza. È ponte tra dentro e fuori, tra colpa e possibilità. E quando la danza entra dietro le mura di un penitenziario, accade qualcosa di potente: il corpo sorvegliato diventa strumento di espressione, memoria e rinascita. Questo è il cuore di “Sacre Radici”, progetto nato dal lavoro visionario di Giorgia Maddamma e della sua associazione Koreoproject, che dal 2017 porta la danza contemporanea nella Casa Circondariale di Lecce.

Il nuovo progetto “Sacre Radici”, in scena il 29 in carcere e in replica domani, 31 maggio, al Campo dei Giganti di Nardò, propone un laboratorio e uno spettacolo realizzato con i detenuti. L’opera, ispirata alla terra salentina e agli ulivi colpiti dalla Xylella, diventa metafora di rinascita e trasformazione. Maddamma, danzatrice e coreografa formata tra Roma e la Germania, ha fondato Koreoproject nel 2005 per promuovere progetti artistici a forte impatto sociale. La sua ricerca intreccia corpo, territorio e inclusione, con attenzione particolare ai soggetti fragili. Da anni lavora stabilmente con i detenuti, costruendo percorsi di riscatto attraverso l’arte.

Giorgia, da dove nasce l’idea di “Sacre Radici” e in che modo si collega alla vostra lunga esperienza nel carcere di Lecce?
L’idea di “Sacre Radici” nasce dal tentativo di restituire una vita, seppur sublimata, agli ulivi secolari devastati dalla Xylella. Una tragedia culturale, oltre che ecologica, che ha cambiato i connotati del territorio salentino. Il legame metaforico con la rinascita dell’uomo, dopo un percorso detentivo, è simbolicamente molto forte e coinvolge molteplici piani esistenziali. Così come lo spettacolo si svolge su più registri e forme espressive, il coinvolgimento dei detenuti avviene su più piani: creativo, cognitivo, emotivo, spirituale.

Qual è stato l’impatto emotivo e artistico del percorso laboratoriale sui detenuti coinvolti?
I detenuti hanno risposto con grande coinvolgimento emotivo e fisico ai nostri laboratori, mettendosi in gioco con tutta la loro energia, forza e sensibilità, dimostrando anche ottime doti canore, buone capacità di interazione fisica e di ascolto del movimento scenico e dei suoi ritmi, scoprendo risorse e talenti che forse erano nascosti.

Hai notato trasformazioni significative?
Molti detenuti cominciano i laboratori pensando di avere a che fare con artisti sconosciuti alla ricerca di una nuova dimensione; nel nostro caso succede sempre che rimangano molto sorpresi nello scoprire che ognuno degli artisti di Koreoproject ha una forte personalità e individualità, e una strada lavorativa ben spianata. Ciò che caratterizza il percorso è la curiosità e la sensibilità di mettersi in gioco, la nascita di momenti di condivisione e di ricerca umana assolutamente arricchenti per tutti.

Nel titolo “Sacre Radici” c’è già un riferimento forte all’identità e al legame con la terra. Cosa rappresentano, per te, le “radici” in questo contesto?
Così come ogni albero, ogni uomo ha le sue radici che sono fondamentali per ‘stare dritti’ nel mondo. Le radici culturali sono il punto da cui si parte e riparte tutta la vita, che sia per creare qualcosa a livello artistico o che sia per rimettersi in gioco quando si ricomincia a vivere. Ogni volta che cominciamo una nuova tappa le nostre radici sono l’ancora culturale a cui rimanere legati per non andare alla deriva nel mare della non appartenenza.

Lo spettacolo trae ispirazione anche dalla tragedia degli ulivi devastati dalla Xylella. Come si è tradotta questa metafora nella coreografia e nella drammaturgia?
Attraverso l’uso di un solo elemento scenico: una rete per raccogliere le olive che si dipana e crea tutta la partitura coreografica e l’andamento drammaturgico. In ogni scena, la rete diventa nelle mani delle danzatrici qualcosa che accompagna la narrazione sulle note arrangiate da Luca Gemma dei brani salentini di Domenico Modugno. La rete si fa così lenzuolo, abito da sposa, nuvola e corda che lega insieme i vari piani dello spettacolo e gli artisti in scena. Anche in questo caso la valenza simbolica della rete è su più piani e dimensioni e travalica il puro piano artistico.

Quali sono stati i principali ostacoli – logistici, emotivi o artistici – nell’integrare i detenuti in un percorso performativo professionale?
Solitamente il percorso laboratoriale all’interno del carcere non è un viaggio semplice, risulta ogni volta diverso in quanto cambia continuamente il gruppo di detenuti che partecipano. Questo è importante in quanto consente a un numero maggiore di carcerati di parteciparvi, ma al contempo per noi conduttori diventa complicato perché è necessario ricominciare ogni volta. Ma alla fine del percorso si crea una vera e propria famiglia artistica, dove le emozioni di tutti si fondono, dove le fragilità si intersecano, la volontà di collaborazione e di sostegno degli altri si evidenziano sempre di più; il momento culminante, lo spettacolo, diventa un apice di condivisione di emozioni indimenticabili, che fanno dimenticare le difficoltà organizzative, le assenze, gli spostamenti logistici. Quel momento vale più di ogni difficoltà superata.

La Casa Circondariale di Lecce

Come si è sviluppata la collaborazione con Luca Gemma (musicista e cantante) e Ilaria Milandri (autrice e pittrice), e come hanno contribuito alla visione complessiva dello spettacolo?
Con Ilaria abbiamo collaborato in passato in diversi progetti, ci accomuna un senso estetico affine e per Sacre Radici abbiamo curato insieme la regia e lei ha scritto anche i testi. Con Luca Gemma è la prima collaborazione e nasce dalla sua passione per Domenico Modugno e l’intento di costruire un racconto della terra salentina passando attraverso il remake delle sue canzoni.

Hai parlato spesso di arte come strumento di riscatto e trasformazione. Cosa può insegnare questo progetto – anche fuori dal carcere – sul potere dell’arte?
Dove non arriva la mente arrivano la pancia, il cuore, la pelle. Dove non si arriva con il puro ragionamento si arriva con le onde del sentire e quindi anche dell’esprimersi. L’arte dà voce ai muti e fa sentire i sordi, dà gambe a chi non può ballare e prospetta un futuro senza frontiere a chi sta vivendo un presente con dei limiti. L’arte è una dimensione interiore. Quel che ci piace pensare è che attraverso il nostro lavoro questa dimensione possa dare uno spazio interiore infinito soprattutto a chi momentaneamente di spazio esteriore non può disporne.

La replica finale a “Il Campo dei Giganti”, tra gli ulivi colpiti dalla xylella, è molto simbolica: che significato assume per te portare lo spettacolo in quel luogo così carico di memoria e bellezza ferita?
Fabio Serino ha girato lì il primo video con me protagonista tra gli alberi imbiancati dalla calce, che è parte integrante dello spettacolo e abbiamo concluso la tournée del 2024 proprio lì con uno spettacolo fatto completamente in acustico davanti a un pubblico molto emozionato. Vogliamo dare voce ai più deboli attraverso la condivisione di varie forme artistiche e vogliamo dare voce alla realtà del territorio, nella sua fragilità e nella sua forza dirompente. Speriamo che l’arte possa risvegliare e contribuire a dare rilievo e sostegno al territorio, memoria alle disastrose calamità che lo hanno devastato e raccogliere consensi e contributi intellettuali per nuove progettualità.

Il progetto coinvolge anche le famiglie dei detenuti e un pubblico esterno. Come cambia la percezione del carcere quando si apre a esperienze di questo tipo?
Il carcere è il luogo delle porte che si chiudono, dei portoni che sbattono, delle urla, dei cancelli e delle inferriate; l’apertura all’esterno è un momento importante, e quando è l’arte a fare da ponte tra le due realtà diventa un momento catartico, un momento in cui le maschere cadono, i pori si aprono, le bocche si schiudono ma solo per sorridere e non per urlare, gli occhi si riempiono di lacrime e le emozioni restano indelebili nella memoria di tutti.

Quali sono i tuoi desideri per il futuro di “Sacre Radici”? Pensi che questo modello sia replicabile in altri contesti detentivi o socialmente fragili?
Mi auguro che questo progetto possa essere replicato in altre case circondariali e che possa essere anche articolato in forme differenti, al servizio di altri territori ma con la stessa missione di lente d’ingrandimento su di essi e sulle persone detenute e/o socialmente fragili.

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