“Scintille” è la quinta edizione della stagione di danza organizzata a Roma da Spellbound, in corso fino a maggio
La bellezza della forma tesa, che è un ritrovare contatti tra le parti, ricostruire geometrie a posteriori, emerge talvolta soffiando via la nebbia dell’apparente erraticità per far emergere proporzioni e legami di senso. Sono rapporti che si possono rintracciare in un singolo verso, in una poesia, in uno spettacolo ma anche nel discorso sotteso a una raccolta di testi o nella costruzione di una stagione di danza.
“Scintille”, la nuova stagione di Orbita | Spellbound, la quinta, in scena in questi mesi a Roma, è un percorso che sfida l’osservatore a ritrovare, nel rapporto tra le singole opere scelte, quel filo che rilevi la “necessità della mutazione, di rivedere la tradizione”, come recita la presentazione. Per tradizione non si intende “assolutamente un approccio conservativo” (così ci dice la curatrice Valentina Marini), bensì proprio l’impulso a renderla generativa.
Una visione che sembra ritrovare nel terzo dei lavori in stagione, “The Doozies”, di cui scrivevamo già qui, una dimostrazione plastica. Sotto l’impulso del centenario della morte di Eleonora Duse, scoccato nel 2024, Silvia Gribaudi e Marta Dalla Via si producono in intense prove di artista (Gribaudi “balla (e spacca)”, segnalava al debutto Stefano Tomassini, immergendosi anche in atmosfere soffuse e fumose; Marta Dalla Via commuove con un monologo shakespeariano tutto giocato sul filo dell’understatement, che restituisce una Giulietta adolescente, seduta in terra). Saggi di bravura a cui si unisce tutto quell’insieme non necessariamente distinguibile di vita di palco che le due interpreti mettono in scena, tra comicità e innamorata citazione storica.
Nessuna celebrazione, qui, né della Duse né di Isadora Duncan, che somministrano a Marta e Silvia strigliate e umiliazioni: anzi un invito a riconoscerle non più solo come busti immobili, ma come anime rivoluzionarie e in controtendenza rispetto ai loro tempi, un invito rivolto immediatamente in platea, ai vivi di oggi. Volgere la “tradizione” in sperimentazione, appunto.

Diversi sono gli altri punti fermi della stagione di Orbita. Uno è l’idea ecologica di rimessa in circolo delle esperienze, come carburante per una ricerca nuova, ed ecco un richiamo a Roma di quelle produzioni che l’avevano sfiorata, per contrastare la bulimia produttiva.
Un altro è la fiducia verso la creazione, fosse anche ancora in corso d’opera: ecco allora in scena le prime aperture delle produzioni di Matteo Carvone e di Charlie Khalil Prince in residenza presso Spellbound (riconosciuto dalla Regione Lazio come hub di residenze artistiche nell’ambito del programma Artisti nei Territori).
E poi la strategia di sottoporre nuovamente alla prova della scena reviviscenze di lavori capitali, dei quali testare il dialogo con il presente.
Qui la stagione si apre con il ritorno dello storico “Sonate Bach” di Virgilio Sieni, a vent’anni dal suo debutto, nel quale undici nomi di città travolte dalla guerra e da tragedie umanitarie fungono da titoli per altrettanti brevi pezzi, “e praticamente tutte sono ancora oggi nei titoli dei giornali” segnala Marini. O un altro ventennale, quello del 2025 di “Tu non mi perderai mai” di Raffaella Giordano, affidato ora, nella cornice di un progetto di trasmissione, al corpo di Stefania Tansini.
E’ un’operazione, quest’ultima, il cui risultato è veramente notevole. A quanti, come chi scrive, non abbiano incontrato il lavoro al suo debutto, questa reviviscenza nel grande quadrato dello Spazio Rossellini si dà come segnata, qua e là, da elementi chiaramente riferibili agli anni in cui nasceva: i costumi borghesi in contrasto con la metafisica del gesto (gonna nera e camicetta di seta o viscosa stampata, decolleté mezzo tacco nere, pronte a sfilarsi dal tallone), e alcune scelte illuministiche di Gianni Staropoli e Maryse Gaultier, come il fondo nero macchiato dai sagomatori del finale, e l’uso quasi esclusivo per la scena dei proiettori da fondale, a cui si accompagna il rifiuto della freddezza dei LED, ai quali si preferiscono proiettori tradizionali a incandescenza.
Contemporaneamente, questa danza a tutto palco, dal ritmo trascendente e assoluto, e comunque proveniente dall’interno stesso del corpo più che da suggestioni esterne, è così piena di senso (per quanto un senso non spianato, un senso incarnato nel movimento stesso, ermetico ma accecante) da risultare sorgiva, smagliante come una cosa nuova.
L’ingresso di Tansini è già tutto carico di quell’intensità destinata a mantenersi inalterata per tutta la performance: lei cammina semplicemente, ma porta con sé nel compasso delle articolazioni, nel bilanciamento di un corpo dal peso specifico non misurabile, un magnetismo impensabile fuori da un palco. Una forza, quella della danzatrice piacentina, ora esplosiva nel movimento di accasciarsi, quando la gonna si squaderna, rovesciando in questa posa, nel bianco delle cosce, una carnalità inattesa sullo spettatore; o elementale, quando aggancia un solco di terra grassa e lo distribuisce in una scia sul palco. Una forza che vapora come un’aura anche nella stasi, nella costruzione di pose che sembrano consistere in un lessico altro, come si diceva, che sfugge la semantica tradizionale ed ha il carattere fàtico di un richiamo volto al di là, per un volano tutto interiore, emerso al visibile tutt’al più nella vena che serpeggia sul malleolo, nella piccola superficie dei polpastrelli delle dita, che si toccano a volta per chiudere un cerchio di braccia.
Tansini, sopra lacerti di rumori e qualche nenia (un disegno audio, quello di Lorenzo Brusci e Jòhann Jòhannsson, che non produce meramente suoni ma svolge registrazioni, inframmezza un diaframma tra l’emissione e il suo ascolto), aderisce il proprio corpo a geometrie che hanno la stessa caratteristica di quella lingua alta di cui parlavamo.
Gli sguardi perlopiù astratti la distanziano dal mondo e ve la riavvicinano solo quando, raramente, sono raggiunti dal dolore, le labbra appena dischiuse; un mondo a cui invece costantemente la ancorano quei costumi, che sembrano dare un soave sentore di naftalina, e quella continua pulsione di ricerca presente nel ritmo di risacca di tutto il lavoro, che non manca di presentare ripetizioni, appunto, rituali. Una ricerca non potrebbe essere più essenziale, più rivolta verso l’alto e radicata nel profondo, anche quando il corpo giace a terra. Il richiamo di una monade spezzata che tende le braccia e lascia il pubblico senza parole e senza suono per molti secondi, al calare improvviso del buio.
La stagione di Orbita prosegue fino a maggio, attorno ai punti programmatici sopra ricordati, con qualche evento curioso e tangente, come la prima nazionale di “We in a box” che vede in scena il percussionista Joss Turnbull e la pugile keniana Everline Akinyi Odero, o le conferme dei giovani italiani Marilungo, Andrea Costanzo Martini e il sornione e commovente “Asteroide” di Marco D’Agostin.
Tu non mi perderai mai
Coreografie: Raffaella Giordano
Con: Stefania Tansini
Creazione luci: Gianni Staropoli, Maryse Gaultier
Disegno del suono e composizione elettroacustica: Lorenzo Brusci
Suono aggiunto: Jòhann Jòhannsson
Costumi: Beatrice Giannini
Esecuzione tecnica suono: Andreas Froeba
Esecuzione tecnica luci: Maria Virzì, Lucia Ferrero
Produzione: Sosta Palmizi (2025)
In coproduzione con: Triennale Milano Teatro, Fuorimargine Centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna
Con il sostegno di: Fondazione Teatro Grande di Brescia, Centro di Rilevante Interesse per la Danza Virgilio Sieni
Evento in collaborazione con ATCL
Durata 55′
Applausi 2’ 50”
Visto a Roma, Spazio Rossellini, il 24 febbraio 2026
