L’Hamlet di Jacopo Spirei al Teatro Regio di Torino fino al 27 maggio

Hamlet (ph: Daniele Ratti - Mattia Gaido)
Hamlet (ph: Daniele Ratti - Mattia Gaido)

Il tenore statunitense John Osborn protagonista insieme a Sara Blanch

Una trama come quella inventata da Shakespeare per il suo “Amleto”, in cui troneggiano omicidi, amore, follia e vendetta, non poteva mantenersi indenne dal dovere essere messa in scena nel panorama operistico. Ci ha pensato infatti il compositore ottocentesco francese Ambroise Thomas (conosciuto soprattutto per la sua fortunata Mignon del 1866) realizzando un’opéra romantique che non ci siamo lasciati scappare al Teatro Regio di Torino.

Per la prima volta al mondo “Hamlet” è stato rappresentato nella sua prima versione, con il ruolo del protagonista affidato non ad un baritono, come si era sempre fatto, ma, come nell’originale, alla voce di tenore, e che tenore! Con nostra grande gioia abbiamo infatti ascoltato, nella parte di Amleto, il grande tenore statunitense John Osborn.

“Hamlet” di Ambroise Thomas, su libretto di Michel Carré e Jules Barbier, ebbe la sua prima, accolta con grande successo, all’Opéra di Parigi nel 1868. E’ un genere di melodramma che deriva dal Grand-Opéra, molto in voga nel secondo Ottocento. Pur seguendo principalmente l’intreccio scespiriano, “Hamlet” pone soprattutto l’accento, in modo più intimo, sull’amore infelice di Ofelia, con tanto di una scena della follia molto composita (formata da un recitativo, da un andante, un valzer, una ballata e un dolente finale intervallato dal coro).
Già dal primo atto la vediamo piena di speranza nel duetto d’amore con Amleto (Doute de la lumière) a cui però segue un’aria difficile colma di disillusione (Sa main depuis hier… Les sermentes ont des ailes!) e il definitivo famoso diniego dell’amato con l’invito di andare in convento (Allez dans un cloitre, Ophélie), fino alla già citata scena della follia, il momento più famoso dell’opera.

Il numero dei personaggi della tragedia sono ridotti da Carré e Barbier a dieci, compresi i due becchini, lo spettro del re ucciso, Marcello e Orazio, amici fraterni del Principe (che qui hanno una parte più importante), Polonio che non canta e Laerte, che praticamente ha una sola aria, quella di entrata (Pour mon pays).
Oltre all’infelice amore di Ofelia trova ampio spazio nella musica di Thomas la vendetta operata contro lo zio Claudio dal protagonista (in modo inedito, pure contro la madre, anche lei complice che tenta perfino di uccidere, fermato dallo spettro del padre: Hamlet, ma douleur est immense!) che la regia pone con bella invenzione nella camera di Claudio.

Nel corso dell’opera vengono anche sottolineate la supposta follia e i dubbi del Principe di Danimarca, sempre in bilico tra dovere di Stato e ribellione (presenti anche qua, come in Shakespeare, le due scene iconiche del “To be or not to be”, il cantabile Etre o ne pas etre), e il tentativo di uccidere lo zio mentre prega (Je t’implore, o mon frère!).
L’opera si conclude felicemente con Amleto che, per intercessione dello spettro del padre, dopo aver ucciso Claudio si impossessa della corona e viene proclamato re, tra l’acclamazione dei presenti.
Due le scene importanti dedicate allo spettro del padre, oltre al concitato finale: l’apparizione in cui chiede vendetta (Spectre infernal! Image venéree!) e quella in cui chiede al figlio di non uccidere la moglie.

Molto presenti anche gli echi del Macbeth, con il duetto tra i due malefici sposi Claudio e Geltrude (L’ame de votre fils) e nel banchetto, con la rappresentazione dei comici con il relativo ironico e tragico brindisi (Chassez chassez d’ici ces vils histrions… O vin, dissipe la tristesse), ovviamente con risultati di profondità e valore ben lontani dal capolavoro verdiano.

Nel complesso, Hamlet ci è risultata un’opera di grande felicità d’ascolto, nella sua varietà di temi e nel suo riuscito tentativo di accompagnare musicalmente l’opera scespiriana, di cui abbiamo percepito molto bene i reali risvolti e la cura nel renderci vicini e solidali i drammi interiori dei giovani Amleto e Ofelia: ed è su questo che fa leva giustamente la regia.
Jacopo Spirei, che ben conosciamo anche come collaboratore del grande e visionario regista Graham Vick, affronta l’opera di Thomas ponendo infatti al centro lo smarrimento e la difficoltà dei due giovani di vivere in un mondo governato dagli adulti. Al centro, Spirei pone soprattutto la figura iconica di Amleto con il suo libro, reiterata in modo continuo, posta in un mondo in decadenza dove abbondano i morti, sin dalla scena iniziale, con il corpo del re di Danimarca appena ucciso dallo zio Claudio. E per sottolineare l’estraneità di Amleto ad un mondo siffatto, la regia alla fine fa in modo che, prima di essere incoronato re, il Principe si ferisca, non volendo governare un mondo che ripudia.
Perno centrale dell’allestimento è anche il richiamo ad una infanzia sempre agognata e irrimediabilmente perduta, con lo spettro del padre posto in un campo d’erba alta, mentre gioca a palla con i piccoli Amleto e Ofelia, che lo seguono sempre con un cavallo a dondolo su cui il principe viene posto dal padre.

Bellissimo l’uso del teatro di figura nella scena del racconto dei comici, con tre grandi pupazzoni da corteo che simulano in modo grandioso l’uccisione del padre di Amleto. L’altro personaggio al centro dell’allestimento di Spirei è Ofelia, anche lei vittima di un mondo che la respinge, e che alla fine ci verrà presentata come un fantasma in un mondo di fantasmi, a correre nel fiume, accompagnata da un significante coro a bocca chiusa, e dal riverbero del tema d’amore del duetto del primo atto.

Le scene di Gary McCann, i movimenti scenici di Ron Howell e i costumi di Giada Masi caratterizzano in modo sempre efficace i vari passaggi dell’opera, con le luci di Fiammetta Baldiserri a sottolineare il bianco e il nero delle emozioni sul palco.

Abbiamo già detto della nostra gioia nell’ascoltare Osborn nel title-role: non ci ha deluso, affrontando sempre con grande efficacia, con la sua bella voce tenorile, i turbamenti del nostro principe di Danimarca. Sara Blanch, accolta alla fine da una vera ovazione, nella parte difficilissima di Ophélie riesce sempre ad infondere tutta la mestizia e lo struggente dolore di un amore non corrisposto, che si traduce perfettamente nella famosa virtuosistica aria della follia del quarto atto. Bene anche la coppia iniqua: Clémentine Margaine, ineccepibile come Gertrude, mentre Riccardo Zanellato dà grande spessore al ruolo del re assassino Claudio, magistrale nella preghiera in cui sembra chiedere perdono dei suoi misfatti (Je t’implore, o mon frère). Degno di nota anche il forte timbro, dai toni inquietanti, del basso Alastair Miles nel ruolo dello spettro.
Completano il cast Nicolò Donini (Polonio), Tomislav Lavoie (Orazio), Alexander Marev (Marcello), Julien Henric (Laerte), Janusz Nosek e Pierre-Antoine Chaumien (Becchini).

Parte nell’opera è anche affidata al Coro del Teatro Regio, istruito da Ulisse Trabacchin, che partecipa in modo ineccepibile in alcune delle scene più importanti, dando la giusta qualità di accenti.
Il tutto viene governato con perizia dal direttore francese Jérémie Rhorer, che conoscevamo soprattutto come clavicembalista, il quale riesce a riconsegnarci tutti i numerosi accenti di un’opera così desueta, capace di restituirne nuovi risvolti psicologici ed emozionali.

In scena a Torino fino al 27 maggio.

Hamlet
Musica di Ambroise Thomas
Libretto di Michel Carré e Jules Barbier
tratto da William Shakespeare
Jérémie Rhorer direttore d’orchestra
Jacopo Spirei regia
Gary McCann scene
Giada Masi costumi
Ron Howell coreografia
Fiammetta Baldiserri luci
Lorenzo Lenzi assistente alla regia
Gloria Bolchini assistente alle scene
Francesca Sartorio assistente ai costumi
Ulisse Trabacchin maestro del coro
Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

durata: 3h 40′

Visto a Torino, Teatro Regio, il 18 maggio 2025

0 replies on “L’Hamlet di Jacopo Spirei al Teatro Regio di Torino fino al 27 maggio”