Stefano Mazzotta firma un nuovo capitolo di riflessione sul tempo guardando al futuro
In principio c’è una scatola, una grande scatola di legno. All’improvviso, un tonfo: la scatola si apre e cade la “quarta parete”; al suo interno si muove una donna, con gesti scattanti, nervosi, eppure sorprendentemente delicati.
Del testo di José Saramago “Il racconto dell’isola sconosciuta”, a cui Stefano Mazzotta ha scelto di ispirarsi per la nuova produzione di Zerogrammi, si adotta il punto di vista della donna delle pulizie di corte anziché quello del protagonista maschile, che chiede al re una nave con cui salpare per un’isola sconosciuta e riesce sorprendentemente a convincerlo (“Tutte le isole, anche quelle conosciute, sono sconosciute finché non vi si sbarca”).
Lo spazio dentro la scatola è molto stretto e pieno di oggetti, ma Amina Amici, che interpreta la donna, vi si muove con garbo e sapienza; c’è tutto quello che le occorre: la scopa, la spazzola, i secchi, due valigie, qualche quadretto appeso alle pareti, una sveglia appoggiata sull’armadietto. “C’è da fare – ripete insistentemente, riordinando – C’è da fare…”, ed elenca tutte le faccende domestiche che le spettano, azioni che le sono familiari e riproduce in modo automatico e con destrezza, anche se, di tanto in tanto, si ferma ad ascoltare e dialogare con gli uccelli, come se tentasse di tradurre i loro versi in gesti.
Si prepara a partire per un lungo viaggio (nel racconto di Saramago, dopo aver origliato la conversazione dell’uomo con il re, la donna sceglie di avventurarsi con lui verso l’isola sconosciuta). Chiude con fatica la valigia, sedendovisi sopra, e indossa il cappello, quando a poco a poco si materializza una ciurma, una donna e due uomini (Alessio Rundeddu, Damien Camunez, Martina Cinti): personaggi reali o proiezioni della sua fantasia? Appaiono inizialmente confusi e smarriti, instabili.
Nel frattempo, la scatola si smonta, la parete di fondo viene fatta scorrere, la casa si dilata e si aprono nuove possibilità.
Le scene di Jacopo Valsania sorprendono per la loro versatilità, accendono l’immaginazione e creano ripetutamente nuovi spazi, che i quattro interpreti-danzatori percorrono in ogni direzione. I corpi si espandono, si uniscono, poi si ritraggono, scompaiono e riappaiono, dietro, sopra o davanti ai moduli, come fossero alla costante ricerca di qualcosa. Ad accomunarli non è forse ciò che cercano, ma il fatto di cercarlo. Si ha l’impressione che ogni azione rappresenti un esperimento, un tentativo, persino le parole non sono pronunciate ad alta voce ma sussurrate, soffiate.
L’incontro della donna con l’uomo si svolge attraverso mani e corpi sfiorati e una toccante scena di contact dance. L’amore è qualcosa che può forse unirli nella ricerca?
Altra scena incantevole, a tratti anche divertente, quella in cui la ciurma tenta di stare in equilibrio su un piano inclinato (la prua di una nave? Il tetto di una casa?): a turno scivolano e vengono trattenuti dai compagni, come a ricordarci che soltanto insieme esiste la possibilità di salvarci.
Ogni azione dello spettacolo è risultato di un raffinato disegno coreografico e si carica di significati profondi ma sempre all’insegna della leggerezza, come la vela issata sul finale, accompagnata dallo sguardo della ciurma rivolto verso un indefinito orizzonte.
Suggestivo l’uso delle luci (Tommaso Contu e lo stesso Mazzotta) che, proprio nell’ultima scena, sembrano danzare al ritmo del mare o del respiro.
L’atmosfera malinconica e indefinita che caratterizza l’intero spettacolo è accompagnata da contributi musicali che vanno in questa stessa direzione, evocando coerentemente una sorta di saudade portoghese, senza tuttavia sottrarre spazio al silenzio.
Per quanto attiene ai costumi, si è scelto di optare per abiti dimessi, popolani, senza luogo e senza tempo, come ci si attende da un racconto allegorico.
La nuova produzione di Zerogrammi si inscrive in un progetto che ha come oggetto di indagine la riflessione sul tempo: mentre con “Elegia delle cose perdute” ci si era concentrati sul tema del passato e della relazione con il passato, “Il racconto dell’isola sconosciuta” volge lo sguardo al futuro, incerto, sospeso e che tuttavia incide sul presente caricandolo inevitabilmente di speranze, aspettative, desideri e domande.
IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA
Progetto, regia e coreografie Stefano Mazzotta
Creato con e interpretato da Amina Amici, Alessio Rundeddu, Damien Camunez, Martina Cinti
Scene Jacopo Valsania
Costumi e oggetti di scena Stefano Mazzotta
Disegno luci Tommaso Contu, Stefano Mazzotta
Collaborazione alla drammaturgia Silvia Battaglio
Produzione Zerogrammi
Collaborazioni al progetto Accademia Albertina – Corso di Scenografia per il Teatro (Torino), Accademia Ligustica di Belle Arti (Genova), Escola Superior de Artes e Design de Caldas da Rainha (Portogallo)
Durata: 60’
Appalusi del pubblico: 3’
Visto a Torino, Casa Luft, l’11 aprile 2025
